Low @ Auditorium [Roma, 8/Aprile/2019]

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I Low sono tra i paladini dello slowcore. La loro personale interpretazione del genere, è il risultato di una sapiente commistione tra la tradizione del folk americano e l’esempio sonico dei Velvet Underground. Si sono formati nel 1993 a Duluth nel Minnesota, città natale di Bob Dylan, per volere dei coniugi Alan Sparhawk, voce e chitarra e Mimi Parker, voce e batteria. Una loro particolarità deriva dagli intrecci vocali dei due leader, mentre l’appartenenza religiosa ai mormoni, fa si che i testi siano spesso di natura spirituale. Di fatto sono un trio e il ruolo di bassista, dopo vari avvicendamenti, è attualmente occupato da Steve Garrington. Dal 1994 ad oggi hanno pubblicato dodici album in studio, tra cui ricordiamo: “Long Division”, “Things We Lost in the Fire”, “The Great Destroyer”, “C’Mon” e “Drums and Guns”. A questi si aggiungono due dischi dal vivo, vari EP e singoli, una raccolta di b-sides e partecipazioni a diverse compilazioni. Hanno collaborato con Steve Albini, Jeff Tweedy, Dirty Three e Spring Heel Jack e inciso per Vernon Yard, Konkurrent, Kranky Records e Sub Pop. Si distinguono per sonorità atmosferiche e catartiche in un’alternanza di austerità, delicatezza e ipnosi. Negli anni arricchiscono i loro tipici suoni minimali con soluzioni più vicine al rock e al pop, avvalendosi anche dell’elettronica. L’ultimo lavoro “Double Negative” ne riassume perfettamente il valore artistico ed è stato riconosciuto dalla critica musicale e dal pubblico tra i migliori dischi del 2018.

La Sala Sinopoli accoglie la band con un buon colpo d’occhio, non è sold out, ma a vederla ci saranno almeno un migliaio di persone. La scenografia e la strumentazione sono ridotte all’osso. La Parker suona una batteria formata da timpano, rullante e due piatti, senza cassa e charleston. Sparhawk usa due piccoli ampli collegati in parallelo e qualche effetto. Garrington ha un meraviglioso amplificatore Orange e una generosa pedaliera. Dietro di loro troviamo tre file verticali di led, ognuna formata da 26 tubi luminosi, posti orizzontalmente uno sull’altro. Da lontano sembrano tre enormi tende veneziane su cui proiettano le luci e scorrono le immagini. Alle 21:13 le prime note di “Quorum” sottolineano perfettamente il mood della serata. Il palco è buio e il gioco dei chiaroscuri risulta affascinante, riempiendo gli occhi e l’immaginazione del pubblico. “Always Up” segue la falsariga della prima e ci proietta anche oltre. La Parker ha un timbro secco e marziale che ricorda molto Maureen Tucker. Suona costantemente con una bacchetta classica il rullante e con una mallet il timpano. Le teste mobili di scena, quando sono attivate, puntano solo sul pubblico, lasciando buio il palco. “No Comprende” piazza il colpo, con le distorsioni della chitarra a fendere l’aria e la voce della Parker eterea e sublime. A volte si ha l’impressione che le voci siano un po’ troppo dentro il mix di sala, per quanto l’effetto sia voluto. “Plastic Cup” scorre leggera e mostra un’indolenza pop che ammalia. Sparhawk ringrazia con garbo, dispensando poche parole. “Holy Ghost” è una bella ballata folk. “What Part of Me” riceve un timido applauso del pubblico fin dalle prime note ed è cantata sommessamente da molti dei presenti, che si libereranno in un bell’applauso finale. “Tempest” è solcata da una sottile linea psichedelica e sorretta da un incrocio vocale davvero notevole. Il crescendo finale procura un senso di leggera vertigine, prima di perdersi in una fase di noise reiterato. “Do You Know How to Waltz?” parte esattamente da qui ed è quanto di più catartico possibile nella sua natura slowcore. In una sorta di ciclicità si chiude nello stesso rumorismo iniziale, ma rendendolo molto più lungo e intenso, ebbro di straniante glacialità. Il graffio si attenua e sfocia in “Lazy”, che viene accolta da un sincero applauso. Stavolta è il fantasma degli Spacemen 3 a farsi largo in sala. Una psych ballad di gran fattura dagli incastri vocali celestiali, che la Parker suona delicatamente usando le spazzole. Garrington fa un buon lavoro da collante, preciso e mai sopra le righe. Per introdurre “Dancing and Blood”, Sparhawk lascia partire un loop elettronico dagli effetti, su cui la band costruisce una trama indie wave slabbrata e struggente. “Always Trying to Work it Out” esalta il talento di Sparhawk, che scuote l’ovvio con un sapiente inciso di chitarra in reverse. “Poor Sucker” viene cantata all’unisono dai due coniugi e il suo incedere si lascia davvero apprezzare. “Nothing but Heart” è introdotta dalla sola chitarra distorta, per poi trasformarsi in una ballad corale dalla pulizia timbrica disarmante e dal crescendo contagioso. “Especially Me” parte leggera e cresce compatta, fino a disturbarsi nel mezzo e chiudersi fiera tra gli applausi scroscianti. “Lies” viene accolta con favore dal pubblico e risulta uno dei migliori brani eseguiti stasera. Ringraziano ancora e ne approfittano per bere velocemente dell’acqua. “Fly” viene sorretta da una linea corposa di basso e cantata da Sparhawk in falsetto. Alan presenta la band e raccoglie applausi. “Disarray” sembra un versione filtrata e pitchata di un brano di Neil Young. Uno strano e meraviglioso ibrido che deflagra con la giusta spocchia nel finale, chiudendo egregiamente il lotto. Richiamati a gran voce, non si fanno attendere, risalgono e ringraziano tutti i loro collaboratori nel tour, nessuno escluso. Quindi eseguono due bis. Il primo è “Laser Beam” in una versione sospesa e sognante, mentre il secondo è “Murderer”, ridotta quasi a una bozza d’intenso candore. Si chiude così un’ora e quarantacinque minuti di concerto. Enorme.

Cristiano Cervoni

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