Low @ Auditorium [Roma, 4/Novembre/2013]

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Impossibile parlare dei Low senza utilizzare parole encomiastiche. Una band impareggiabile, un elogio delicato alla lentezza, all’essenzialità, al minimalismo, un coacervo di umanissime sensazioni esposto con spirito trascendentale lungo una carriera che non ha mai vissuto momenti qualitativamente insufficienti. Sin dal seminale esordio ‘I Could Live In Hope’, datato 1994, il trio del Minnesota è riuscito a imporsi con una proposta personale, tanto ricca di sfaccettature emozionali quanto povera di orpelli sonori, capace di ricreare atmosfere sognanti e multiformi con la strumentazione più classica del rock (basso, chitarra, batteria, talora tastiere), su cui si inserisce l’intreccio delle voci di Alan Sparhawk e Mimi Parker – marito e moglie (di fede mormona) oltre che compagni di band – ad accrescerne l’intensità, grazie anche a testi scritti splendidamente, mai con una parola di troppo. Consci della portata di quanto si andava ad ascoltare e sovrastati da un cielo minaccioso di piogge torrenziali, facciamo ingresso nella Sala Petrassi dell’Auditorium Parco della Musica. Platea piena in quasi ogni ordine di posto per un ritorno molto atteso, anche alla luce dell’ultima ottima prova in studio ‘The Invisible Way’, su cui la scaletta del concerto principalmente verterà. Sono da poco passate le 21 quando Alan e Mimi, affiancati dal bassista Steve Garrington, fanno il loro ingresso sul palco accolti dagli applausi scroscianti del pubblico. L’inizio è affidato a ‘Plastic Cup’ e ‘On My Own’, due dei migliori brani tratti dall’ultimo album, e si è istantaneamente introdotti nel magico, apparentemente apocalittico mondo dei Low. Chiamarla slowcore è ormai quanto di più riduttivo si possa fare: la musica del trio americano ha raggiunto vette di personalità e di ricchezza invidiabili, che poco si concedono alla becera classificazione. Le corde pizzicate con le dita da Steve e da Alan e lo striminzito drum-set (timpano, rullante e due piatti) su cui Mimi disegna soavemente un tempo lento e inesorabilmente ipnotico con spazzola e mallet costituiscono il mezzo attraverso il quale i Low creano una surreale atmosfera all’interno della quale tutti i presenti sono volentieri calati, persi irrimediabilmente in un vortice di dipendenza verso quanto proferito dalle bocche di Mimi e Alan. La tristezza e la malinconia che hanno contraddistinto il repertorio della band nuotano nell’aria, in una compiutezza pop che sembra stagliarsi oltre la dimensione puramente terrena, al di là di ogni compromesso. Il concerto dei Low ci regala una band pacificata con la propria essenza, abile nel raccontare anche certi demoni interiori con naturalezza. Un’autoanalisi che scioglie il tormento e dà sollievo, della quale è congiuntamente partecipe anche il pubblico. Poco importante soffermarsi pedissequamente sulla scaletta, vi basti sapere che, oltre ai pezzi dell’ultimo album, il gruppo ha attinto più o meno da ogni suo disco (assenti le canzoni del secondo ‘Long Division’ e del terzo ‘The Curtain Hits The Cast’), dalle più recenti ‘Especially Me’ e ‘Nightingale’ (tratte dal penultimo ‘C’mon’) alla stravolgente ‘Words’ che con il suo riff di basso apriva l’esordio dei tre. Probabilmente la vera anima dei Low, oggi come oggi, si trova tutta nella chiusura “ufficiale” del concerto, prima dei due graditissimi bis ‘When I Go Deaf’ e ‘Will The Night’ (a dir poco struggente quest’ultima), affidata alla sorprendente cover di ‘Stay’ di Rihanna: una rara capacità di conquistare con raffinata e originale semplicità, dolce tatto e un pizzico di briosa ironia a lenire l’alta portata emotiva dei brani. La catarsi è compiuta. Possiamo tuffarci nell’acquazzone romano che ci terrà compagnia per tutta la notte, senza paura.

Livio Ghilardi

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