Low @ Alpheus [Roma, 28/Maggio/2007]

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Dopo la giornata passata a capire quale fosse la location di questo attesissimo (perlomeno da me) concerto arrivo all’Alpheus in moto nel bel mezzo di una bufera di vento che rischia seriamente di scaraventarmi sull’asfalto della Marco Polo. Da lì a poco salirà sul palco belli capelli Death Vessel (all’anagrafe Joel Thibodeau da Providence), un cantautore dall’aspetto vagamente nativo americano. Ci propone con la sua chitarra acustica (distorta in un canale, pulita nell’altro) un set di brani di stampo puramente folk che a tratti ricordano Sufjan Stevens, a tratti i Sodastream. Canta quasi sempre in un particolare falsetto, tanto che sembra di ascoltare il timbro di voce di una donna. Tra i brani proposti anche una cover degli Everly Brothers. Niente di nuovo sotto il sole, ma il suo concerto scorre abbastanza bene grazie alla limpidezza delle sue melodie.

Poco dopo è il turno dei Low, forse al momento il gruppo per cui nutro più ammirazione in assoluto, per via della loro invidiabile capacità di scrivere splendide canzoni e di creare al contempo atmosfere magiche con pochi e ben dosati strumenti. Anche nella dimensione live la cifra stilistica del trio è sempre quella, nonostante gli ultimi album abbiano evidenziato una maggiore varietà negli arrangiamenti. Difatti per quanto riguarda le percussioni ci sono solo un timpano, un rullante e due piatti, per il resto un basso e una chitarra elettrica. E poi soprattutto le voci: magnifiche, estatiche ed in perfetta armonia tra loro. La batterista Mimi Parker, oltre a cantare angelicamente suona in piedi le poche percussioni alternando spazzole, bacchette e mallets. Alan Sparhawk (il geniale autore di tutte le loro canzoni, nonchè marito di Mimi) invece è al lato opposto che suona la sua chitarra con un leggero eco e utilizzando frequentemente la leva del tremolo; la sua voce è più viscerale rispetto a quella femminile, ma sempre ipnotica. In mezzo c’è il nuovo bassista Matt Livingston che con parcellizzate ma profondissime linee di basso riesce a riempire l’aria che nonostante la scarsa strumentazione è comunque bella satura. Si parte con “Sandinista” in versione decisamente rallentata e spoglia rispetto a quella presente nell’ultimo album “Drums And Guns”. A seguire altri brani di quell’album (in tutto ne verranno eseguiti nove) tra cui vanno sottolineate “In Silence” con l’irresistibile crescendo del ritornello corale e “Belarus” in cui fa capolino sul palco anche una violinista che si fermerà ancora per qualche altro brano. Gli altri brani eseguiti sono pescati un po’ da tutti gli album precedenti: ecco perciò “Canada” (l’unico pezzo energico del set) da “Trust”, l’orecchiabilissima “Sunflower” da “Things We Lost In The Fire”, la deliziosa “Shame” da “Long Division”, la malinconica ed ascetica “Silver Rider” da “The Great Destroyer”. Lo chiamano slowcore o sadcore (sebbene la tristezza non faccia parte del bagaglio dei Low), ma ognuno di questi gioielli è prima di tutto una splendida canzone, frutto di un eccellente songwriting (Sparhawk viene da Duluth, la stessa città che ha dato i natali a Bob Dylan, ci deve essere qualcosa di speciale nell’aria del Minnesota) che colpisce al primo impatto per la melodia e rimane impresso a lungo per l’austerità. Dopo aver concluso il primo set di bis con la ninna nanna funerea di “(That’s How You Sing) Amazing Grace” i tre sono costretti a salire di nuovo sul palco dagli applausi del pubblico che ne vuole ancora. Per accontentarlo arrivano i dieci lentissimi minuti di requiem di “Lullaby”, catartico capolavoro dal loro primo album “I Could Live In Hope”, in cui alla prima parte cantata in modo sublime di Mimi Parker segue l’estenuante assolo non assolo (totalmente privo di melodia, uno dei più belli di sempre) di chitarra di Alan Sparhawk, degno finale di un concerto stupendo.

Daniele Gherardi

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