Love Is All @ Init [Roma, 5/Maggio/2009]

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Ho totale fiducia nel mio negoziante londinese-post punkettaro-del-cuore di Talbot Road. È per questo che quando anni fa mi consigliò ‘Rough Trade Shops: Indiepop 1’ – nonostante fossi in piena fase no indie, no compilation, no fun – cedetti incredibilmente all’acquisto. Nella raccolta doppia, ‘Spinning and Scratching’ mi colpì subito. Quel sax urlante sopra le righe di un ritmo veloce, quello scheletro post punk ricamato dai “ba ba ba” di cori spectorish versione lo-fi. Andò a finire che quando uscì, nel 2006, comprai tutto l’album di quel gruppo indie. ‘Nine Times That Same Song’, debutto dei Love Is All. Un misto di Delta 5 ed Essential Logic, avvolto dalla leggerezza del poptimism scandinavo. Il quintetto svedese è in tour per presentare ‘A Hundred Things Keep Me Up At Night’, album uscito alla fine dell’anno scorso, ancora una volta per la What’s Your Rupture?. Suonano all’Init per l’ultimo FrigoPop! Party della stagione: twee, frange e crystal ball. I Papel, in apertura, sono un quartetto romano tra alt.rock anni ’80 e new wave, caratterizzato da una forte componente elettronica e dai disegni del violino, binomio probabilmente unico nel panorama indipendente della capitale. Relativamente originali, assolutamente twee.

Josephine Oulasson ha una maglia celeste e delle calze rosse, canta (a modo suo), suona un synth ed una serie di strumenti per fare casino, chiacchiera col pubblico ed è naturalmente buffa, strampalata. La scaletta ha parecchi dei pezzi nuovi (‘Wishing Well’, ‘Give It Back’, ‘Last Choise’ e almeno una delle cover svedesi di recente registrazione ed impossibile pronuncia); non mancano i brani noti del debutto (‘Talk Talk Talk’, ‘Ageing Had Never Been His Friend’, ‘Busy Doing Nothing’) tranne, purtroppo, quel primo brano ‘centrifugante e graffiante’ che me li fece conoscere anni fa. Dal vivo la freschezza, l’ilarità, l’attitudine sghemba dei cinque di Gothenburg rimane assolutamente intatta, tanto da invadere forse troppo, a volte, la resa globale del suono e la fluidità dei brani. Assolutamente divertenti ma un po’ troppo lo fi, considerando che non si tratta di un gruppo rumoroso o “garage” per eccellenza. Va detto che Josephine stessa fa notare che c’è un problema con una cassa monitor, a un certo punto chiede di fare una pausa ed ammette, con i suoi modi da cartone animato bizzarro, “We’re a bit confusing tonight”. Probabile non sia – per cause varie – la loro performance migliore, probabile che quest’attitudine stralunata tra luci ed ombre sia contemporaneamente punto di forza e punto debole, se tra le loro influenze dichiarano “misunderstanding” e che è simile a “confusion”. Si fanno comunque volere bene dal pubblico, che dopo la conclusione con ‘Make Out Fall Out Make Up’ lo richiama per un bis, che i Love Is All, tra il divertito e l’imbarazzato, acconsentono con piacere a fare. Un concerto non lunghissimo, non memorabile (almeno considerando che questo gruppo sdoganò – in parte –  la mia repulsione verso “l’indie”) ma certamente più fruibile di quelli che si atteggiano ad intellettuali rumorosi e/o presunti tali. La serata si conclude tra palloncini di crystal ball e cruciverba indie per intellettuali o (non) presunti tali.

Chiara Colli

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