Louis Sclavis @ Auditorium [Roma, 21/Aprile/2007]

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Eccomi di nuovo all’Auditorium per un’esibizione “solo” di un’altra leggenda vivente, questa volta si tratta del clarinettista/sassofonista francese Louis Sclavis. Dunque, oramai ho capito una cosa, ovverosia sto vicino al formulare una legge matematica, il “Teorema Del Solo all’Auditorium” che suona più o meno così: (Auditorium + Solo Artist) x Nerds Attack = Seratona Assicurata. Anche stavolta, infatti, ho dovuto indossare il mio laccetto reggi mandibola, altrimenti l’avrei persa nel corso della serata, tanto lo stupore. Le mie aspettative su Sclavis, che è un mostro di tecnica, erano riposte proprio in uno sfoggio esagerato di fraseggi impossibili alla velocità della luce, di spartiti e pulizia del suono, invece mi ha sorpreso proprio con le sue sperimentazioni. Clarinetto Basso, clarinetto e sax soprano sono gli strumenti con cui l’artista si è presentato nella sala studio; il clarinetto basso è sicuramente il suo primo strumento, infatti è con questo meraviglioso “legno” dal suono così avvolgente che il francese ha fatto sognare. Comincia con pezzo, – più di dieci minuti in respirazione circolare – dal sapore ancestrale, un canto primitivo, quasi un duetto didjeridù clarinetto, riscritto per i giorni nostri, in cui la velocità e le regole musicali la fanno da padrone… ecco tutto questo Louis Sclavis è stato in grado di riproporlo su uno strumento monofonico. Si va avanti con un “trio immaginario”, sempre al clarinetto basso, al centro la parte ritmico/melodica, ai lati due improvvisatori infuriati, anche qui l’immaginazione era favorita dagli spostamenti di Sclavis sul palco; sorprendente come le due parti di improvvisazione fossero eseguite a tutti gli effetti con due stili differenti… facile, basta essere un mostro. L’apice dell’esibizione è stato senz’altro il momento in cui il clarinetto basso si è “trasformato” in successione in un cantante tuvanese (dunque al canto armonico), in una percussione ed in uno strumento a corde dalla nipponica memoria (un simil Koto): bisognava vedere per credere! Continua così la serata, all’insegna della sorpresa, dell’imprevisto, cambiano gli strumenti, cambiano gli stili e cambia la musica, quando siamo alla fine del bis è passata un’ora e mezza. Ma diciamo che è stata un’ora e mezza terrestre, che trasposta nel sistema orario del pianeta di Louis Sclavis, e che ci è sembrata troppo poco… ma questo vuol dire solo che non ci basterebbe mai!

Gabriele Mengoli

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