Lou Reed @ Auditorium [Roma, 6/Luglio/2007]

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E’ la moda dell’anno. Ormai chiunque abbia in repertorio un album che viene considerato una pietra miliare dalla critica o dal pubblico, lo ripropone dal vivo nella sua interezza. E quel vecchio porco di Lou Reed ne approfitta per inserirsi anche lui in questo filone ripescando quello che è il suo lavoro più controverso (“Metal Machine Music” a parte): il decadente “Berlin”, il concept album più drammatico, deprimente e marcio della storia. I nostalgici e i critici rock matusa (uno dei quali a fine concerto si rivolgerà ai conoscenti, entusiasti del concerto, con un “Aho, ta avevo detto io che era eccezionale!”) fanno registrare il quasi tutto esaurito nella sala Santa Cecilia (che si conferma sala acusticamente non adatta a concerti rock, da dimenticare il suono soffocato della batteria), nonostante i prezzi non proprio popolari. Si apre il sipario e sul palco salgono in 26 (davanti a una scenografia che non si capisce cosa rappresenti ma che di sicuro fa schifo): oltre alla band di stampo rock c’è infatti anche una sezione archi e fiati e un coro di 12 bambini vestiti col grembiulino azzurro. Si cominicia dalla fine, ovvero dal coro che intona un paio di volte il ritornello di “Sad Song” sfumando in un video in cui dei bambini cantano “Happy Birthday” e una coppia (Jim e Caroline, i protagonisti della storia) ballano sulle note di “Ein Prosit” (si chiamerà così?) di oktoberfestiana memoria. Entrano a questo punto gli accordi di piano espressionisti e gershwiniani di “Berlin” con Lou Reed che recita i versi portandoci per mano in una fumosa mitteleuropa d’altri tempi. Il concerto sembra promettente, ma cambierò idea poco dopo, quando su “Lady Day” dove gli echi di Bertold Brecht e Kurt Weill si perdono nel pacchiano coro dei bambini che, credendo forse di essere allo Zecchino d’Oro, non smettono di ondeggiare un attimo al ritmo del brano. Ondeggeranno anche per i quattro pezzi successivi (l’ultimo dei quali, una specie di disco music, non appartiene all’album), dove il finale è sempre affidato a un crescendo corale che cozza con le atmosfere lugubri dell’album. Cosa cazzo stai facendo Lou? Dove sono finiti il cinismo e il rancore con cui sono stati incisi i solchi di quel vinile? “Come pensi che si senta?” Le cose migliorano un po’ dopo “Oh Jim”: i bambini si mettono a sedere e “Caroline Says Part 2” è glaciale come il video che viene proiettato. Anche “The Kids” è bene eseguita e il nastro registrato con il pianto dei bambini è davvero angosciante. Ma è solo con gli ultimi due brani che il concerto raggiungerà il 5 in pagella (fino ad ora era un bel 3): “The Bed” è straziante e questa volta il canto del coro in stile natalizio è pertinente, soprattutto quando sul finale si trasforma in una diabolica e inquietante poliarmonia (al confronto della quale “Halber Mensch” degli Einsturzende Neubauten è un’innocua filastrocca) che mi induce per la prima volta in un applauso convinto, mentre fino a quel momento non avevo fatto altro che scuotere la testa. Anche la conclusiva “Sad Song”, fantastico manifesto nichilista contro i peggiori sensi di colpa, è eseguita magistralmente e anche se la batteria quasi non si sente il resto dell’orchestra fa un gran bel lavoro nella lunghissima ed estenuante coda. Il pubblico è in delirio ma io rimango piuttosto perplesso, d’altronde 10 minuti di buon concerto non cancellano i disastrosi (per arrangiamenti, sia chiaro) 40 minuti precedenti.

Le cose sembrano di nuovo volgere al peggio quando, tornato sul palco per i bis, Lou attacca il riff di “Sweet Jane”: i bambini qua non cantano (ci pensa la corista), ma per tutta la canzone battono le mani in una coreografia da coro gospel. E’ una scena tristissima, ma mi viene da ridere. Ma è con il pezzo successivo, “Satellite of Love”, che ho un’illuminazione e capisco finalmente il senso di tutto questo: prima Lou Reed l’aveva fatta massacrare dal cantato in stile Craig David del bassista Fernando Saunders, ma poi per il finale attacca un ritmo uptempo velocissimo e il resto dell’orchestra e del coro lo segue. Sembra di sentire suonare gli I’m From Barcelona, è davvero esaltante e spassoso. Ora è tutto chiaro: questa è una pagliacciata, una gran presa per il culo studiata ed eseguita da quel maledetto bastardo contro se stesso e contro il pubblico. Solo ora che l’ho capito riesco a divertirmi davvero e ad apprezzarla (anche ripensando e rivalutando tutto quello su cui precedentemente avevo gettato camionate di merda). Il concerto prevedibilmente finisce con “Walk On The Wild Side” e io sono costretto ad ammettere che quel grandioso buffone con la faccia da tartaruga rugosa ha vinto. Quella vecchia volpe di Lou mi ha fregato di brutto. E non è affatto la prima volta.

Daniele Gherardi