Los Peyotes @ Micca Club [Roma, 19/Ottobre/2007]

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Il profumo del garage rock torna a smuovere i bassi istinti. Quelli del solito manipolo nerdico et affiliati alla causa. L’incontro a base di tagliente tramontana è al Micca Club. L’ingresso stile concessionario d’auto di lusso conduce nel locale romano dove sta per andare in scena la serata Dadaumpa ideata dal Dj Luzy L. E’ tutto uno scintillare di beat, di fiori, di giacche striate, di facce trendy come in uno spot di una berlina super sportiva, di stranieri occasionali, di luci e di altro. Aguirre provvede a testare il magazzino del bar ordinando un grappino ad alta gradazione neanche fosse in Val Brembana. La temperatura è mite. Il terreno in buone condizioni. Protagonisti del venerdì zompettante sono gli argentini di Buenos Aires (e non Buonos come viene annunciato dal palco!) Los Peyotes alfieri del più puro garage rock possibile: quello sixties a stelle e strisce.

Il piccolo stage è accogliente. Rosso pompeiano tra gli archetti di pietra. Quando entrano in scena i cinque indios l’ilarità è solo una semplice conseguenza. A prima vista sembrano un incrocio tra i Mamutones sardi e i Brutos (si, quelli con Aldo Maccione). Abbigliati con gilet di pelo stile guardia pecore, collana di zannette bianche, maglietta verde e pantalone gessato. Il batterista Pablo Peyote ha un cappio di corda al collo e pesta come un dannato, il cantante David Lider è il sosia di Diego Armando Maradona! Ma c’è poco da ridere perchè il quintetto, che si scopre essere di mista provenienza geografica (Perù, Bolivia, Cile e appunto Argentina), produce da subito un micidiale cocktail di derivazione garage a riprendere i classici epocali. Molti brani sono estrapolati dalla loro ultima fatica vecchia di due anni (“¡Cavernicola!”) ai quali mescolano una serie di cover celebri del genere.

Il chitarrista Rolando Bruno è la base del suono Los Peyotes. Preciso e vario nel saper scegliere strade diverse. Teatrali, ironici, con le pose giuste e via via che passa il tempo anche con una spiccata propensione all’insulto gratuito. Ripetuti “italiani figli di puttana dipingono di folklore (?) la performance perfettamente agiata tra i presenti per la maggior parte molto alla moda. C’è chi balla il twist! Ci sono ninfette scatenate e mezze ubriache che si dannano l’anima a danzare anche quando la musica è finita, minotaure che fumano, attempati piacioni capitati (non) per caso, cotonati, imbellettate, curiosi, simpatici sgomitanti alticci e urla di contorno. La seconda parte è furente. Da “Fire” che diventa “Fuego”, “Jack The Ripper” che rimane “Jack The Ripper”, cover dei ? Mark & The Mysterians, dei Seeds e immancabilmente dei Sonics con il finalissimo urticante dedicato alla sempiterna “The Witch”. In mezzo siparietti, fellatio e sodomie mimate, il cantante indio-nano che torna con un gilet leopardato e maschera sugli occhi coloratissima, la patta dei pantaloni scucita, il bassista (chiamato “El Pablo Maldini del basso”) a petto nudo che si rotola tarantolato e all’ultima percussione la “cappotta” totale sul palco. The new barbarians!

Emanuele Tamagnini

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