Los Natas @ Sinister Noise Club [Roma, 2/Novembre/2008]

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Il rock argentino accende le polveri nella prima metà degli anni ’60 quando la deflagrazione Beatles travolge indistintamente ogni angolo del globo. In una nazione dominata da tango e ritmi latini, dove gli echi di jazz, blues e primordiale rock’n’roll sono voci lontane, l’isterismo generato dai Fab Four fa si che nasca un movimento beat che ha come suo massimo esponente i Los Gatos. Il gruppo, assieme ad Almendra e Manal, i primi capaci di realizzare con l’esordio del 1969, uno dei lavori più interessanti mai pubblicati in sudamerica; un caleidoscopio di stili con lampi di imperdibili fraseggi fuzz, i secondi selvaggi interpreti di un grezzo rock blues a tinte beat, sono da considerarsi i primi e principali esponenti del nuovo verbo rock sudamericano.  Buenos Aires, metropoli caotica in grande fermento, è la capitale di un movimento, escludendo il Brasile per ovvi motivi linguistici e culturali, che coinvolge i confinanti Uruguay e Cile. Nel 1968, la nascita di Mandioca, label specializzata in musica rock, e nel 1970 la diffusione di “Pelo”, prima rivista dedicata al genere, sanciscono definitivamente l’esplosione di una nuova cultura musicale. Sono i grandi gruppi Inglesi e americani a dettare le coordinate da seguire, anche se è la forte influenza del folklore locale che va a incidere decisamente nella scrittura dei brani, regalando alle opere realizzate nella prima metà degli anni settanta un’aura speciale. Purtroppo il cantato adottato dalle band, lo spagnolo, impedisce al movimento di uscire dai confini locali. Quello che colpisce nel riascoltare i grandi classici di questo periodo; il roccioso hard/blues dell’ex Los Gatos Norberto Napolitano, in arte Pappo, l’improvvisazione prog di Pescado Rabioso e Invisible del chitarrista Luis Alberto Spinetta, le jam blues rock dei Color Humano, o il rigoroso hard dei Vox Dei per citarne alcuni, è la grande freschezza delle composizioni, che seppur grezze negli arrangiamenti non sono dei pallidi tentativi di emulare i mostri sacri angloamericani. Fioriscono le collaborazioni, musicisti che passano da un gruppo all’altro per progetti temporanei, dimostrazione di una totale assenza di invidie e rancori, ma di un intento comune nel promuovere uno dei pochi svaghi in un periodo di forte repressione politico-militare.

È vero, i Los Natas che iniziano la loro esibizione romana alle 24,10 dopo gli apripista Skywise e Black Rainbows (statici e senza guizzi i primi; compatti e potenti con notevoli margini di miglioramento i secondi), sono sempre stati comparati alla leggenda Kyuss ai quali devono le sonorità degli esordi, ma i Natas sono un gruppo argentino e l’influenza del rock primordiale di cui sopra pulsa nelle vene del gruppo di Buenos Aires. Non è un caso che le composizioni su disco siano grezze e spesso jammate come nella miglior tradizione dei Pescado Rabioso, o che vengano usati anche strumenti indigeni per le registrazioni dei due ottimi ‘Toba Trance’. Il terzetto sudamericano miscela sapientemente l’irruenza sfrontata di Pappo, l’estro di Spinetta (memorabile la cover di ‘Amame Petiribi’ dei Pescado Rabioso apparsa sull’ultimo ‘El Universo Perdido de Los Natas’), la classe intrisa di ‘Psych’ di Claudio Gabis con l’intensità dei titani di Palm Desert; ma sono principalmente debitori a questi fantastici e sconosciuti (a noi occidentali) gruppi di Capital Federal, come mi conferma il gentile Sergio nel pre-concerto. Ascoltate l’album doppio dei Color Humano, un capolavoro targato 1973 e capirete di cosa parlo. L’esibizione inizia con una jam psichedelica totalmente strumentale, poi entra in scena José Luis Armetta in arte “El Topo”, storico bassista fondatore dei Massacre pionieri del surf punk argentino con otto album all’attivo, qui accompagnatore dei tre. El Topo, presentato simpaticamente da Sergio: il nostro amico Giuseppe, si muove come uno scimmione, e microfono in mano ci tortura con la sua ugola per i successivi tre brani, rientrerà in scena per il finale, nel quale, ahimè, anche una cover di ‘Ace Of Spades’ troverà posto in scaletta. Per il resto del set i Natas pescano nel repertorio più spinto evitando volutamente le parti più rilassate che a mio parere avrebbero scandito con maggior rilevanza la veemenza dei brani proposti. Il sound dell’impianto castiga enormemente il terzetto che non riesce a farci godere appieno delle lunghe improvvisazioni psichedeliche. Purtroppo la saturazione sonora crea un fastidioso impasto che non fa altro che mortificare l’esibizione. Va comunque segnalato un batterista, che seduto su un fusto di birra, sembra indemoniato; le accelerazioni violente alle quali sottopone il suo kit sono di una potenza disumana, e i piatti del charleston lo sanno bene, un bassista (solista) che è un’ira di Dio e un chitarrista che con il suo modo grezzo di trattare la psichedelia mi fa tornare indietro di quarant’anni quando la musica aveva la emme maiuscola e la TV serviva per godersi un film d’autore. Da rivedere con un impianto settato a dovere.

P.S. Prima del concerto Sergio Chotsourian mi conferma l’uscita del nuovo album, sempre per Small Stone nel 2009, ma non ricordo il titolo, cazzo!

Alessandro Bonini

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