Lords Of Altamont @ Traffic [Roma, 21/Aprile/2010]

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La California. Tutto l’immaginario e l’iconografia degli anni ’60 impellati di nero. Degli anni ’60 trascorsi in sella ad una Harley. I bikers. Le gang. I raduni leciti e illeciti. Le droghe lisergiche. Il garage’n’roll. I Lords Of Altamont. Che marchiano il territorio italiano con otto date all’interno del tour europeo. “Our sound is a garage band jamming together with punk, psychedelic rock ‘n’ roll”. Così qualche tempo fa descriveva il suono della band il leader Jake “The Preacher” Cavaliere. Con un passato attaccato al suo organo in seno a Witchdoctors, Fuzztones (nella reunion del 2000) e The Bomboras (“intoxicating surf & garage combo”). Tre album tra il 2002 e il 2008, anno in cui si aggrega dal vivo anche Michael Davis degli MC5. Il tutto torna della scena. In una tiepida e tranquillissima serata romana, i LOA sono in quattro, con un’avvenente compagna del frontman addetta al nutritissimo merchandise. Per il sottoscritto e per il fido Natale, la fermata pre-show è d’obbligo, come del resto un acquisto-ricordo-feticcio-inevitabile.

A movimentare l’affluenza lenta ci pensano dapprima i Silver Cocks e poi la sorpresa Tarsvs. Sestetto capitolino (con all’interno l’ex Montecristo Flai + membri dei dark doom The Hands Of Orlac Tocqueville). Facce note del giro. Tre chitarre a sorreggere una potentissima (non solo per i volumi “lanciati”) proposta hard psych sabbathiana di stampo scandinavo. Presentano i brani che hanno incluso in un promo nuovo nuovo di zecca. Muro seventies d’altri tempi. Complimenti.

Un’emersione al piano superiore. Aria fresca. In attesa che il quartetto “all black” faccia il suo ingresso. Passata da poco la mezzanotte tutto è pronto. Questi ragazzoni di Los Angeles sono meticolosi. Nel look, nel logo proiettato alle spalle, così come l’intro sixties che argomenta sugli effetti delle droghe, finanche agli spezzoni di film di “genere” che si susseguono durante lo show. Del ricco merchandise abbiamo già detto… ma tra borse, corpetti da donna, adesivi, spille, vinili, compilation, shirt, toppe… c’era veramente da impazzire! Jake Cavaliere irrompe saltando sopra il suo vecchio organo, tirano da subito, ma l’impatto già dopo il primo pezzo ci lascia leggermente smarriti. Andiamo avanti, sarà solo un’impressione donataci dalla stanchezza di uomini di vita (vissuta). Garage punk. Certo. I Ramones in mezzo ai Fuzztones. Ma senza l’accezione che del genere fanno ad esempio gli Untamed Youth. Citazioni. Cerchiamo i cavilli ma la realtà è che i Lords Of Altamont non hanno i “pezzi”. Non ci sono brani che sanno rimanerti addosso come il puzzo di sudore e fumo che serate come queste generano naturalmente. Cavaliere saluta, sorride, chiede se i suoi capelli sono in ordine, ondeggia assieme allo strumento, là dietro si pestano le pelli.

Solo a metà esce fuori qualche episodio da ricordare. Più corale. Più sleazy se vogliamo. Del resto il singer ricorda (esteticamente) un Phil Lewis (L.A. Guns) della belle epoque. Ma il tempo scorre e la band rimane al palo. Al punto di partenza. Grande mestiere. Grande genuinità. Purtroppo deficitari in pathos e coinvolgimento totale. Freddi come il sole di quella California che si portano nel sangue non farebbe pensare. E allora, forse, la grande emozione della notte è vedere stagliarsi sullo schermo la sagoma immortale di Marlon Brando in sella alla sua moto, alla guida degli “Onepercenters” nel classico “Il Selvaggio”. Era il 1953. Da lì partiva la storia. Ed era un’altra storia.

Emanuele Tamagnini