Loop @ Circolo degli Artisti [Roma, 25/Novembre/2013]

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Un trip andato male. Molto male. ‘Heaven’s End’ il titolo simbolo degli esordi allucinati e allucinogeni del seminale quartetto di Croydon. Siamo a Londra. Robert Hampson (si) chiama attorno, in una reiterata spirale d’eco e pionierismo, due membri dei sottovalutati Servants (una manciata di singoli antipasto ad un inevitabile split causa fuggi fuggi generale, prima di un dispensabile ritorno nella seconda metà del 1989) che rispondono al nome di Philip King (ben presto sostituito da Glen che a sua volta dopo il debutto verrà defenestrato da Neil MacKay) e John Wills (oggi a dividersi l’affare con i personali Pumajaw, dopo aver tracciato una linea d’avventura da rispolverare negli Hair & Skin Trading Co). Mentre i coetanei/colleghi/compatrioti si tuffano anima e corpo nella summer of love dell’indie rock del periodo, i Loop rimangono volutamente defilati ma immersi nell’inchiostro nero della disperazione sonica e sonora, sotto – si fa per dire – una campana di vetro che rintocca marziale con l’ombra dei Velvet Underground (il primo singolo ’16 Dreams’ è infatti dedicato a Sterling Morrison), con la violenza dell’unica Detroit possibile, con la sterminata kraut-follia artistica dei Can, finanche con l’insanità mentale dei Suicide. ‘A Gilded Eternity’ è l’acme. L’apice. Il punto di non ritorno. La data d’uscita sembra addirittura escogitata per consegnarsi all’immortalità: gennaio 1990. L’Anno Domini dei musicisti al cospetto del Dio del feedback e del riverbero. I Loop, però, sono già oltre. Inevitabile. Normale. Che appena un anno dopo la band non esista più. Come se si fosse esaurita e poi bruciata in un letale rituale sacrificale. Robert Hampson getterà altro seme vitale assieme a Scott Dowson (che ricordiamo era entrato dopo il debutto al posto di James) nel progetto Main prima di confluire nei totali Godflesh (attenzione, Hampson entra nei Godflesh dopo sei mesi e due EP trascorsi con la nuova band, che riprenderà solo nell’estate del 1993). Il tutto torna musicale. Una ruota che gira, che gira, che gira se è vero che cinque anni dopo la ristampa degli album da parte della Reactor, i Loop a sorpresa annunciano una clamorosa reunion che possiamo assolutamente certificare come “originale”.

Qualche giorno prima, attraverso piacevolissime e gentilissime mail, John Wills mi spiega come sarà il live, ma ci tiene anche a far sapere al pubblico italiano il suo imminente ritorno con i Pumajaw (leggi). Non avevo dubbi su quello che la scaletta avrebbe offerto al pubblico italiano (romano in questo caso). Affascinante zig-zagare tra tutte le celebri produzioni in un incastro di rara perfezione ed emozionalità. Il lunedì sarebbe perfetto se non fosse offuscato dall’abbrutimento calcistico che produce sempre strade vuote e tensione nell’aria. Erano meno opprimenti i pomeriggi invernali passati nella scuola semivuota. Fortunatamente il coprifuoco dura poco e dopo le detonazioni darkgaze dei romani Last Movement è il momento di spogliarsi della bardatura anti-freddo/pro-neve per gettarsi solo anima (e senza corpo) tra la nebbia artificiale che nasconderà per tutto il set i quattro musicisti britannici. ‘Soundhead’ è il cerimoniere che ci introduce allo spettacolo (guarda live) che sarà (come sempre accade ai grandissimi) un annichilente crescendo krautiforme senza soluzione di continuità. Non serve molto altro per comprendere la grandezza assoluta di questo quartetto, lasciato colpevolmente ad impolverarsi tra i libri di storia, ritornato a nuova vita giusto in tempo per riprendersi il proscenio. ‘A Gilded Eternity’ è la centralità, l’epicentro di una rappresentazione che sconvolge e attualizza il concetto di psichedelia. Un muro di suono tridimensionale dentro al quale è impossibile ritrovarsi, meglio perdersi dunque, pensando a cosa sarebbe stato se Ron Asheton avesse raggiunto gli MC5, se Alan Vega in quei giorni (quando il mondo voleva cambiare) avesse parlato tedesco con Holger Czukay. Robert Hampson imbiancato e con il ricordo di un caschetto simbolo di un’epoca, proferisce solo un paio di parole in italiano per ringraziare e salutare, il resto sono sagome che si intravedono nella penombra. Suggestione mentre il viaggio (che di fatto è un assalto sonoro) prosegue monumentale. Umori proto-metallici, la mai abbandonata disperazione (cosmica), il nero e il drone si vestono per la gran festa. Il rituale si spegne poco dopo la mezzanotte. Il gelo che attende attanagliante all’uscita appare ora come un amichevole abbraccio. Nessuna redenzione. I Loop erano l’inferno. Il fuoco brucia ancora.

Emanuele Tamagnini

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