London Diaries part 3

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Gli ultimi due mesi di permanenza a Londra hanno visto ampliarsi il mio interesse verso le sonorità di casa Rocket Recordings e dintorni, labels e artisti che ormai quasi da due decadi prendono, masticano, espandono o semplicemente nobilitano i confini della psichedelia, al punto da aver generato un trend in cui, comunque, non mancano le proposte di qualità. La miccia che ha dato il via al tutto, per quel che mi riguarda, è stato l’annuncio (orgogliosamente rilanciato anche da queste pagine) del concerto degli Heads: la cult band bristoliana infatti, approfittando dell’elezione a house band del Roadburn 2015, ne ha approfittato per un warm up show allo splendido Lexington andato tutto esaurito in un soffio e solo ancora una volta pazienza e colpo d’occhio sono stati i miei migliori amici per procurarmi un ticket, il tutto per assistere a un set unico dopo 5 anni di silenzio e con la concreta probabilità di essere uno degli ultimi del gruppo (che ha comunque in programma la presenza al mastodontico Liverpool Festival of Psychedelia a settembre e ha annunciato un altro solo show nella città natia).

Assicurato il biglietto per l’8 aprile, giusto un mese prima mi ritrovo allo Shacklewell Arms in una settimana di serate organizzate lì, ognuna con il marchio di una diversa etichetta e l’8 marzo è quella dedicata alla Cardinal Fuzz, sul palco gli Anthroprophh il cui chitarrista è proprio Paul Allen degli Heads mentre Gareth Turner e Jesse Webb, basso e batteria, militano anche nei Big Naturals che con gli Heads hanno condiviso dischi e palchi. Una band con già un buon numero di produzioni alle spalle, con il più recente ‘UFO’ pubblicato dalla label che firma la serata, che dimostrano l’eclettismo chitarristico del leader e la bontà della proposta, più incline a dilatazioni sciamanico/spaziali e a drone feroci e ripetitivi tendenti via via ad aumentar di potenza. Volgarmente: mi hanno spettinato. E mi ha incuriosito l’utilizzo di un contrabbasso elettrico connesso a un complicato intrico di pedali, orchestrati da Turner (tra l’altro pure deus ex machina della Greasy Tucker Records). Merch fornitissimo ma è periodo di magra e ho poche sterline in tasca. Non riesco a rinunciare, però, a un 7” split con i miei cari Acid Mothers Temple dal notevole packaging, secondo episodio di una serie da acquolina in bocca della God Unknown Records a cui partecipano anche Gnod, Carlton Melton e Oneida.

Proprio gli Oneida sono i protagonisti del successivo concerto a cui presenzio, il 18 marzo, prima data del loro tour europeo al Corsica Studios, a seguire tante date anche in Italia, Spagna e Portogallo. Un singolare doppio concerto anzi visto l’opening set dei People Of The North. Cioé gli Oneida stessi o almeno un progetto di Kid Millions e Bobby Matador a cui si aggiungono tutti gli altri membri per una  versione più ambient/cosmica della band madre: stuzzicante. Per il resto, con un occhio esultante alle news in arrivo dal Westfalenstadion, mi godo un altro poderoso set di una delle band più divertenti e “da viaggio”, oltreché funamboliche: nessun disco nuovo da promuovere (ma uno in lavorazione e quasi pronto) e una setlist non troppo dissimile dalla calata romana di due anni fa ma la stessa intensità, le stesse schitarrate avvolgenti, il drumming preciso e diretto di Kid Milions, i fraseggi di Bobby Matador all’organo per buona parte dei voli cosmici: il bello di essere hard rock, psych, kraut, liquidi o maledettamente duri senza disdegnare la voglia di non prendersi troppo sul serio, con qualche intermezzo comico col pubblico, anche non voluto come quando un paio di fan fin troppo esagitati in prima fila tirano via qualche cavo del set di Barry, tirano fuori pure una cover debordante di “S.P.Q.R.” dei This Heat e l’immancabile finale liberatorio di ‘Sheets Of Easter’ lunga “solo” una decina di minuti. Anche qui merch invitantissimo ma stavolta non ho neppure quelle poche sterline per il 7” della God Unknown, me ne vado via comunque più che soddisfatto e non mi aspettavo nulla di meno.

Nei giorni immediatamente successivi, spero e prego di esser fra gli estratti per il secret show in cui i Blur avrebbero presentato il loro nuovo album. La sorte, però, non mi ha aiutato e neppure il colpo d’occhio e la prontezza sono stati dalla mia stavolta, forse troppo focalizzato come ero su una incombente sessione di ADR in studio o ottenebrato dalla eclissi (di nuvole) nel cielo di Londra, vallo a sapere. Si tratta dell’unico vero rimpianto di tutto il mio periodo londinese, lenito solo in parte dalla inaspettata soddisfazione di trovarsi al centro dei giochi per quello che è un ritorno inaspettato e, diciamolo pure, splendido perché aldilà delle perplessità preventive, ‘The Magic Whip’ è un gran bel disco. Per alleviare la contrizione, ho collezionato tutti i magazine d’Albione che parlavano in termini entusiastici del ritorno di Albarn e soci, ho avuto modo di prendere pure il 7” di ‘Ya’all doomed’ assieme al doppio vinile dell’album il giorno dell’uscita, il 27 aprile, da HMV e, pur non avendo miglior fortuna con l’estrazione dei biglietti per l’esibizione da Jools Holland, mi son comunque imbattuto nella band all’uscita dalla BBC, rubando uno scatto a Damon e Dave Rowntree e sbroccando inaspettatamente in faccia a Graham Coxon che voleva negarmi un semplice autografo, avendomi scambiato per uno dei cacciatori “professionisti” appostati ogni giorno fuori dai cancelli dell’emittente, gli ho dovuto urlare che avevo un taccuino semplicemente perché non uso viaggiare con la collezione dei dischi dei Blur in tasca.

Ma torniamo a marzo: il primo giorno di primavera, dopo suddetta sessione soddisfacente, pur stanco e davvero seriamente abbattuto dopo aver visto i video del concerto dei Blur nel piccolo Mode, locale proprio “under the Westway”, decido comunque di recarmi al concerto strasoldout degli Hookworms all’Oval Space, posto spettacolare nel cuore di Bethnal Green, al piano alto di un ex complesso industriale da cui si ha una bella visuale dell’area, tra abitazioni e un gasometro. Devo dire che si è trattato però del concerto più deludente della mia permanenza: ho gustato con piacere l’esordio omonimo e ‘Pearl Mystic’ ma il loro esplosivo psych noise è rimasto fin troppo avvolto nella nuvola di fumo, feedback e suoni poco bilanciati della sala, al punto da far risultare i brani quasi indistinguibili l’uno dall’altro e la voce un unico sguaiato lamento, Inoltre, pur non essendo solito lamentarmi della durata dei concerti, il set è durato poco, forse tre quarti d’ora scarsi. Rimandati, chissà che non riesca a rivederli in estate allo Zanne Festival in Sicilia o, magari, a Liverpool a settembre.

Poco male perché a darmi una vera sbornia di gioia e musica ci pensano quelle tre puledre delle Sleater Kinney, uno dei concerti della stagione, una delle reunion più attese, un primo tour europeo sold out da sei mesi. Mi procuro un biglietto solo per il primo piano della Roundhouse ma la scelta alla fine si rivela vincente data la asfissiante calca sottostante. Che botta, davvero. Il trio Tucker-Brownstein-Weiss è tornato per insegnare a legioni di imberbi cosa siano il rock’n’roll, il punk, la foga, la voglia, la gioia di stare sul palco. Niente jeans sdruciti, le tre sono pure splendidamente eleganti e sexy, stivali di pelle a abiti neri, sparano una sequenza da urlo di brani fatti per sudare, urlare singalong, godere e trascinare, in sostanza praticamente tutto il nuovo ‘No Cities To Love’, dalle poche note sporche di ‘Price Tag’ ad aprire la serata, bombe atomiche ‘Bury Our Friends’ e ‘Anthems’ e buona parte del mai dimenticato ‘The Woods’, con ‘Jumpers’ a chiudere prima dei bis, e qualche splendido recupero tra cui una ‘Youth Decay’ al fulmicotone. Che bello il rincorrersi di voci di Carrie e Corin, la foga pestona da contraltare a un espressione impassibile di Janet Weiss, la testa di Carrie appoggiata sulla spalla di Corin a simboleggiare un’alchimia ritrovata e forse mai persa, all’ombra di un rapporto che una volta era amore e ora è forse e comunque di nuovo a prova di bomba. Ma l’immagine rock’n’roll animelesca è ancora Carrie Brownstein indemoniata, stesa sul palco a far scorrere le dita affusolata sulla chitarra, totalmente presa dalla musica, ad agitarsi e scalciare: “Seduction / pure function / it’s how I learn to speak!”, siete ancora un fottuto inno tutte e tre, altroché. Mancano ancora nove mesi alla fine del 2015 ma la vedo davvero dura per qualcuno altro togliere le Sleater Kinney dal podio dei miei concerti dell’anno (anche se il gradino più alto, come leggerete più avanti, spetta ad altri).

Se fosse mai possibile scegliere il paradiso o purgatorio o vattelappesca per la vita eterna, non avrei quasi dubbi nel volerla trascorrere all’Indipendent Label Market al mercato di Spitalfields: è lì che passo il pomeriggio dell’ultima domenica di marzo, ci sono diversi banchetti di street food, ottime birre artigianali, ci sono svariate label, c’è quello della ben nota etichetta vinilica olandese Music On Vinyl in vena di “fuori tutto”, c’è la Warp, c’è Four Tet che vende dischi accompagnato dalla mamma, ci sono i pittoreschi Bo Ningen appena tornati dalle riprese romane per il loro cameo in ‘Zoolander 2’, c’è lo stand di un negozio in quel di Southsea chiamato Pies & Vinyl dove si favoleggia sia possibile gustare buone pies scartabellando tra una cassa di vinili e un’altra, è lì che compro un vinile dei Mainliner (un progetto parallelo di Kawabata e Shimura degli Acid Mothers Temple) prima di attaccar quattro chiacchiere con un ragazzo proveniente dalle Midlands in trasferta con amici e, quindi, di concedermi chips e hamburger con blue cheese.

L’ultimo giorno del mese, col tempo che se ne frega della primavera e ritira fuori folate di vento polare, mi reco al Barbican per la proiezione di ‘We Have An Anchor’, documentario di Jem Cohen musicato dal vivo da musicisti del calibro di Efrem Manuck e Sophie Trudeau (Godspeed You! Black Emperor), Guy Picciotto (Fugazi), Jim White (Dirty Three) fra gli altri. In tutta onestà, il documentario, una lettera d’amore su pellicola alla Nuova Scozia, è stato una grossa rottura di palle a giudicare da sbadigli e facce addormentate non devo esser stato l’unico a pensarla così. La musica, però, è stata eterea e avvolgente, misurata, quasi una carezza tranne l’ultimo brano, una sorta di jam post-rock con vaghi riferimenti blues che ha svegliato un po’ tutti. Singolare e curioso, un piccolo contentino per scontare la colpa di perdere causa fitto calendario d’impegni a fine aprile i Godspeed You! Black Emperor, sigh!

Per risalire di tono, il primo di aprile decido che è ora, dopo essermeli ritrovati in diversi contesti, di assistere a un  concerto dei Bo Ningen: non ho un biglietto ma provo la fortuna per la seconda di due serate al bel Hoxton Square Bar & Kitchen. Sto per desistere quando mi dicono che qualcuno ha lasciato un biglietto inutilizzato gratuitamente in cassa. Ringrazio il benefattore ed entro che la novità di casa ATP Grimm Grimm ha quasi terminato il suo set coadiuvato da un paio di Bo Ningen, trattasi di folk a tinte psych, non male. A seguire, una band di poco più che ventenni islandesi, i Fufanu: l’alone che circola è quello di Ian Curtis, i piedi sembrano saldamente piantati in atmosfere dark post punk solo leggermente aggiornate al nuovo millennio, mi sembrano davvero interessanti, attendo con fiducia il loro primo LP. Infine arriva il turno dei quattro capellonionioni nipponici: presenze singolari, mise al limite dell’assurdo con enormi gonnoni e giacche freak, tre di loro sembrano non tradire alcuna emozione e la tenuta di Taigen oltre all’acuto falsetto, confesso che qualche dubbio se non fosse donna me l’ha procurato. Se ci sono o ci fanno non mi è dato saperlo ma che non vogliano prendersi troppo sul serio o ci credano davvero, quelle pose da guitar hero e le assurde espressioni di Taigen sono solo il contorno di una cena a base di acidissimo punk/hard rock/doom che conferma i musicisti giapponesi come funamboli without a causepugliese/. L’attenzione e il culto verso di loro è ben giustificata, i due sold out anche. Riesco a scambiare due chiacchiare dopo il concerto con lo stesso Kawabe, gentilissimo e sorridente: appreso della mia provenienza romana tradisce la voglia di dir qualche parola circa l’esperienza con Ben Stiller di qualche giorno prima, mi dice che, sebbene inaspettata e molto fuori dal loro ambiente, sia stata comunque divertente. Nella borsa ho ancora il disco dei Mainliner: il progetto, infatti, è stato resuscitato dal tentacolare Makoto solo un paio di anni fa proprio con l’innesto di Taigen che, per tutta risposta, mi porge il nuovo album, appunto il frutto della sua collaborazione con la band. Prendo, ringrazio, saluto ricambiato da un inchino e mi perdo nella notte piovosa, approfittandone per scattare l’ennesima foto al murale vicino Old Street a tutta parete su un edificio, con quell’immortale verso: “Love will tear us apart, again”.

Mi ci vuole almeno un giorno per acquietare il ronzio procurato dai nipponici, in capo a una settimana però avrò rischiato seriamente di rimanere sordo. Dopo aver celebrato Pasqua e Pasquetta, guarda caso due giornate dal clima splendido, chiuso in studio, la sera del 7 aprile mi ritrovo a Dalston, stavolta al Birthdays: a prima vista sembra un posto dove cucinano hamburger, la saletta al piano di sotto invece è dedicata ai concerti. Chissà che avrà pensato del pungente odore di carne un vegano come Justin Pearson. Sono qui per lui e per i suoi furiosi Retox. Prima che il loro fulminante hardcore colpisca, però, c’è tempo per acquistare l’ep in vinile rosa splatter del supergruppo Head Wound City, altro progetto cult del nostro assieme all’amico Locust nonché Zu Gabe Serbian, Jordan Billie e Cody Votolato dei mitici Blood Brothers e Nick Zinner degli Yeah Yeah Yeahs: una band durata il tempo di un paio di concerti nella prima decade degli anni 2000 salvo crollare quasi il subito per incomprensioni varie (come descritto da Pearson stesso nel suo libro ‘From The Graveyard Of The Arousal Industry’) e tornato in pista di recente, con altri live e un disco in lavorazione. Provo a scambiare qualche parola con Pearson ma definirlo poco loquace è un eufemismo, ne approfitto per la proiezione del documentario ‘Records Collecting Dust’ incentrato sull’amore per i dischi in vinile, con interviste a personaggi del calibro di Mike Watt, Jello Biafra, David Yow, l’amico Sonny Kay e ovviamente Pearson. A far tremare la saletta ci pensa la foga dei Warsaw Was Raw, duo di casa Three One G: una scarica di noise grindcore senza troppi fronzoli. Ma è con i Retox che la serata esplode definitivamente, con Pearson a confermarsi non solo frontman di razza ma icona vivente di una vita vissuta in piena coerenza con i dettami dell’hardcore: agile e aggressivo, subito attorniato dai kids delle prime file (notevole uno skinhead dal giubbotto ricoperto di patch di svariate band punk tra cui spunta pure un Morrissey, a far il paio con il “Suedehead” che ha tatuato alla base del cranio rasato) che lo abbracciano a cui porge il microfono, il cui cavo ne fascia disordinatamente braccia e torso. Sfilano come proiettili i brani da punk ultraveloce e aggressivo di ‘Beneath California’, urla e strepiti da un minuto l’uno o poco più e anche stavolta tutto finisce nell’arco di mezzora, tra lo stordimento e il sudore degli astanti.

I miei timpani non mi ringrazieranno abbastanza, soprattutto perché il giorno dopo è finalmente l’appuntamento con gli Heads al Lexington. Dubito di aver mai svaligiato così tanto un banchetto del merch a un concerto: tra poster e t-shirt vari metto le mani anche sul doppio lp ‘Going Nowhere’, versione vinilica del materiale contenuto in un cd contenuto nel monumentale box set di ‘Everybody Knows We Got Nowhere’ pubblicato l’anno scorso, addirittura prima della release ufficiale prevista per il Record Store Day e in una edizione ancor più limitata. Al Lexington la sala concerti è al piano superiore e in mezzo a fan di mezza età barbuti e dalle magliette di varie band dagli anni’60 a oggi, guadagno agevolmente un posto davanti al basso stage appena prima dell’inizio del set di Salope ovvero quel Gareth Turner già visto con gli Anthroprophh, qui proprio nel suo progetto solista basato unicamente sul suo lavoro di crafting sonoro al contrabbasso elettrico e pedali vari che avevo descritto prima. Poi salgono sul palco le quattro ‘teste’: non so come siano i rapporti fra loro al momento ma, a pelle, sembra trasparire un minimo di tensione. Nulla di cui si avrà riprova durante il set. Che è probabilmente la cosa che in anni di passione mi ha più flippato il cervello, non solo per via dei volumi roboanti così come solo con Swans e Destruction Unit mi era capitato: gli Heads sono tutto o quasi ciò che potrei richiedere da una band, come Stooges sotto stimolanti imbevuti d’acido dopo aver rubato gli ampli ai Motorhead anche se non c’è un Iggy là davanti e non serve neppure, un deep trip, chiamando ancora in causa i Destruction Unit, ancora più “sviaggiante” tra fuzz e fischi di chitarre al massimo e quei due fabbri a basso e batteria, Hugo Morgan con quel suo grugno e le lattine di birra e il più ridanciano Wayne Maskell, due che non a caso prima hanno unito le forze col compare nerdazzo Simon Price nel suo progetto Kandodo e di recente sono ufficialmente stati annunciati da un altro tipino niente male quale è Robert Hampson come parte della nuova lineup dei Loop. Potrei scrivere giù l’elenco delle colorate espressioni partorite sull’onda di un entusiasmo proveniente dall’antro più profondo del mio stomaco ma avrebbero appena dubbio valore sociopsicologico. Dai riffoni enormi di ‘Quad’ e ‘Fuego’ al volo fuzz spaziale di ‘Legavaan Satellite’ ai jammoni fuori di testa e fuori dal mondo di ‘U33’ e ‘Spliffer’, avevo in testa quasi solo di volermi intrufolare nel loro van per godermeli pure in quel Roadburn in cui hanno conquistato ovazioni a iosa.   Fosse stato il mio ultimo concerto, sarei stato contento di aver sacrificato i padiglioni auricolari a loro. Intanto il ticket per Bristol ce l’ho in tasca e guai a me se non riesco ad andar a Liverpool Fest dove mieteranno altri e giusti tributi.

Dopo una meritata settimana di riposo, almeno cerebrale, torno al Lexington per la residency dei leggendari Wire, in occasione della release del nuovo discreto disco omonimo. Prenderò parte a due concerti, uno per merito di Fabrizio, conosciuto là e del suo amico. Ovvero Graham Lewis, figo ed elegante, tanto gentleman british giù dal palco quando basso da guerra atomica ancora on stage. Ci tiene a sapere quando avessi visto i Wire l’ultima volta, gli nomino il Villa Aperta Festival di qualche anno fa e s’illumina ricordando la bellezza del posto e la sua stanza in particolare, “solo quella era più grande del Lexington!”. Ricorda la folgorante collaborazione on stage con Teho Teardo (che avrebbe dovuto esser il preludio di un disco in comune), a me vien di nominare Annik Honoré, la giornalista belga che divenne l’amante di Ian Curtis e che era presente quella sera, poco prima della sua scomparsa: a quel punto Graham si lancia in un lungo amarcord in cui ricorda l’amicizia che lo legava alla ragazza, degli anni in cui non si erano più visti per poi ribeccarsi là, di luoghi, persone, atmosfere di quelli anni. Per chi, come me, ha potuto carpirne lo spirito solo attraverso la splendida eredità in musica di quel periodo e cerca di goderne ancora con concerti di quei pochi superstiti che ancora ben si difendono (come gli stessi Wire), una manna, come ascoltare i qualche racconto di gioventù o qualche favola dal nonno. Due concerti, due botte di vita di una band che dall’ingresso di Matthew Simms ormai un lustro fa sembra aver rinnovato la linfa: il disco nuovo viene eseguito per intero, spicca il macigno psicotico e malato dei quasi dieci minuti di ‘Harpooned’, puro post punk apocalittico. L’altra metà della scaletta pesca dal fulgido passato, da ‘Brazil’ al trapanante punkfunk di ‘Drill’. Faccio i complimenti al metronomo dagli occhi chiusi Robert Gray/Gotobed anche per la sua bella Brompton e bevo una birra ancora con Fabrizio e Graham a cui chiedo di adottarmi come nipote e ricevendo una inaspettata risposta positiva “as long as I don’t have any responsabilities!”. Infine, lo vedo quasi commosso parlando con un fan messicano di mezza età che gli svela di averli visti nel 1989 all’Astoria, concerto che Graham ritiene tra i suoi migliori di sempre. Due serate enormi per una band granitica e che da ancora una pista a tanti pseudomusicisti imberbi.

Le ultime esperienze musicali del mio periodo londinese, tuttavia, non sono state esattamente esaltanti: ho vissuto a Londra per una volta il Record Store Day pur in pessime condizioni fisiche. Sono stato al centro della festa a Berwick Street ed è stato bello, ho visto qualche minuto dell’esibizione della leggenda John Cooper Clarke, seppur non troppo intellegibile per via del vento, e in qualsiasi negozio mi sia recato c’erano giovani rockettari in azione. Piacevole anche vedere tanta gente comprare dischi sicuramente ma neanche l’ombra di sconti, inoltre assurda e folle la ressa per i prodotti marchiati RSD 2015 al punto da provocare lunghe file fuori dagli stores. Personalmente, ho solo spulciato qua e là nei cartoni di vecchi dischi portandomi via un paio di John Lennon per un un paio di pounds ma non ho resistito allo split Kandodo3/Carlton Melton, preso da Flashback a Shoreditch (e ne approfitto per una ennesima dichiarazione d’amore a questo negozio, soprattutto la sede di Islington regolarmente saccheggiata di poster gratis e 7” a poche pence nonché di uscite nuove piazzate nelle scatole delle offerte), giusto che a vendermelo sia un tizio conosciuto al concerto degli Heads che mi ha riconosciuto come “quello che ha svaligiato il merch!”. Ovvio e scontato: una festa così per il RSD non c’è ovunque, a Roma va anzi già di lusso per come ricordo i belli eventi degli ultimi anni e gli sconti fra Radiation, Blutopia e Soul Food. Il fatto è che il giorno dei negozi di dischi è qualsiasi giorno per chi condivide la passione e altro da dire non c’è. Il malessere che mi aveva colpito la sera prima torna a farsi sentire e, seppur a malincuore, decido di restituire qualcosa al karma e do via gratis il mio biglietto per il concerto degli Gnod che avrei voluto vedere tantissimo, nonostante il nuovo triplo “Infinity Machines”, ennesima release di casa Rocket Recordings, mi sembri tanto coraggioso quanto troppo cervellotico. Per chiudere questi mesi alla grande, penso, ci vuole un party. E giusto vicino al college (ancora ignaro che questo avrebbe chiuso i battenti giusto il giorno dopo la mia partenza, r.i.p. Alchemea, you’ll be missed) si tiene l’annuale Einstürzende Neubauten party e non vedo modo migliore per celebrare. Peccato che la venue mi sembri un inferno interra come quello della pellicola ‘Irreversible’ e la sala del party sia chissà dove in un labirinto di gente sfatta e stivali di pelle. Alla fine, stanco e scazzato, alzo bandiera bianca senza riuscire a trovar traccia di N.U. Unruh cui do appuntamento a Roma a fine giugno.

E a Londra, per tutto quello che ho vissuto in questi mesi, umanamente e soprattutto in musica, lascio un pezzetto di cuore. Almeno fino alla prossima volta.

‘London loves the way we just don’t stand a chance London loves a speeding heart’

Piero Apruzzese

Foto (The Heads) dell’autore

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