London Diaries part 2

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L’idea di voler vivere una Londra “live” facendo visita a piccoli club, anche fetidi buchi, trangugiando birre e ascoltando quasi esclusivamente new sensations vere o presunte ce l’avevo. Fa parte del mito della città per chi ha la passione per la musica direi, pure in un momento in cui l’evoluzione sta inesorabilmente inghiottendo tanti pezzi di storia. L’ultimo, il glorioso 12 Bar nella storica (e ormai solo tale) Tin Pan Alley, ha chiuso le porte a metà gennaio, in quella Tottenham Court Road che già aveva detto addio a un posto come l’Astoria. Oddio, in effetti il 12 Bar è tecnicamente sopravvissuto, ma mentre il locale storico è stato occupato da attivisti che vorrebbero tentare un impossibile riavvio, il proprietario ha invece deciso di ristabilirlo nella cool Islington. In quest’ottica, fanno sorridere le recentissime parole del sindaco Boris Johnson, ora pronto alla salvaguardia di altre venues a rischio chiusura. Segno dei tempi o ennesimo effetto della gentrification, sono sicuro che qualche altro buco altrettanto fetido terrà in piedi il mito londinese del piccolo locale pronto a far sfogare giovanotti imberbi con velleità rockettare. In realtà, tutta questa introduzione era per dire che sì, avevo quest’idea ma semplicemente Londra mi ha sbattuto in faccia a febbraio tanti bei nomi già noti per cui di aspiranti novità in locali ex cantine di fatto non ne ho viste. Anzi, in un caso, come leggerete, mi son ritrovato addirittura ad assistere al concerto di una band con in programma già un grosso tour sold out proprio in un locale (storico) di piccole dimensioni.

Per quel che mi riguarda, avrebbe potuto essere un mese migliore solo se fossi riuscito ad entrare allo show a sorpresa di Prince al Koko il 2 febbraio, impresa ardua o proprio impossibile in partenza in quanto concerto per vip pro raccolta fondi per un ente benefico e solo su invito, credo che qualche essere umano normale sia riuscito a entrare benché costretto a godersi il concerto, da quel che leggo splendido, nella peggior piccionaia e comunque dal prezzo probabilmente proibitivo, motivo per cui ho dovuto rinunciare mio malgrado anche al ritorno del Black Messiah D’Angelo, i cui tickets son stati comunque polverizzati in un battito di ciglia o poco più, per la gioia dei touts (i bagarini virtuali), una delle piaghe più sentite dal pubblico affamato di concerti da queste parti (e di teatro e di eventi sportivi). Tanti sono gli stronzi che grazie a vari programmi, riescono ad accaparrarsi subito una fetta consistente dei biglietti, tagliando fuori i fan, e rimettendoli poi i biglietti in vendita sulle piattaforme di second ticketing a prezzi stellari. E se un ministro fuori di testa li definisce “classici imprenditori”, dall’altro si apprezzano tentativi di rivendita in proprio e solo “face value” su alcuni siti come Resident Advisor, oppure e soprattutto un portale come Twickets: nato semplicemente come pagina Twitter dove venivano ritwittati messaggi di ticket in rivendita solo al massimo al prezzo di costo, ha di recente inaugurato un sito dove poter fare direttamente le transazioni, appena maggiorate di una piccola fee per il servizio e solo per biglietti oltre una certa cifra. Ecco, Twitter e Twickets sono stati miei grandi amici in questo mese. Proprio il 2 febbraio, in un attimo di pausa dalla lecture, provo a far un estremo tentativo per cercare di assistere alle Recording Sessions di PJ Harvey alla Somerset House: spunta un tweet di una certa Emily che appena 5 minuti 5 prima cercava un acquirente per due biglietti. Mi propongo immediatamente e, visto che per colpo di fortuna ci viene comunicato in classe pure dell’annullamento della lezione l’indomani, convinco il collega Stefano a seguirmi, la session è fissata per l’una proprio il giorno dopo. Arriviamo trafelati e in leggero ritardo, prima ci controllano i ticket e danno l’ok, quindi consegnamo i telefonini e poi veniamo scortati, quasi si trattasse di raggiungere un bunker, all’ascensore che ci porta nei sotterranei della splendida Somerset. In effetti quasi di un bunker si tratta: in una stanza ampia e dal tetto alto, ecco costruito uno studio, confinato fra quattro pareti bianche e di plexiglass: chi c’è dentro non può vedere nulla di ciò che accade all’esterno. Fuori, invece, altoparlanti permettono di sentire qualsiasi cosa entri nei microfoni. E di vedere soprattutto PJ Harvey imbracciare un sax, in compagnia di una decina di persone tra cui  il produttore Flood, sound engineer, assistente e gli altri musicisti: c’è una traccia vocale stupenda già registrata e che funge da base per aggiungere prima live due sex e un corno, poi PJ da sola per un ulteriore track di sax: l’atmosfera sembra rilassata ma febbrile, quelle ultime due battute proprio non vanno ma alla fine riesce nel suo intento e gioisce con pugno chiuso e un felice “Yeeesssss!”. Su un muro, una sorta di to-do-list: ci sono titoli di canzoni ma, a giudicare da spunte e cancellature, solo una è completa, molte in progress ma anche qualcuna completamente intoccata. L’esperienza è davvero intima e interessante, come ho risposto altrove a un commento perplesso, “è come vedere lei e i suoi amici intenti a costruire un puzzle di cui non hanno la soluzione e a cui tu puoi assistere solo per un’ora”: personalmente, mi aspetto molto dal suo prossimo disco dopo aver apprezzato ‘Let The England Shake’ e trovo che l’esperienza sia rimarchevole anche sotto un profilo di marketing: quanti non hanno desiderato di potere assistere alla nascita di un album o di un solo brano dei propri musicisti preferiti? Ne usciamo parecchio soddisfatti.

Passano due giorni e, come annunciato nella prima puntata, finalmente arriva l’appuntamento con gli amati Afghan Whigs al Koko! Dopo una puntatina al bagno, dove scatto una foto al cartello Gentlemen retroilluminato che, curiosamente, sembra avere perfino lo stesso font della copertina del disco omonimo, guadagno una posizione buonissima, vicino alla transenna e davanti a me finalmente solo una ragazza bassa! Tuttavia, una ottima visuale la avrò a scapito di una resa sonora decente, come mi aveva profetizzato chi il Koko lo conosceva. Mi consolo con l’energia di una band rinata, certo fisicamente più un misto effettivo tra Twilight Singers e i Whigs originali (vista anche la defezione, rispetto al reunion tour di due anni fa, di Rick Mc Collum) ma il nuovo album ‘Do To The Beast’ che ho apprezzato lentamente ha davvero qualcosa da dire e infatti l’inizio è già strepitoso con le nuove e potentissime ‘Parked Outside’ e ‘Matamoros’. Mi accorgo dell’insolito fonico di palco, giovane e scatenato, che si gode il concerto ballando e cantando ogni singola parola (pur risultando professionalmente ineccepibile). Non so descrivere l’immenso piacere di ascoltare alternate ‘Debonair’ e ‘Algiers’, ‘Gentlemen’ e ‘It Kills’, passato e presente luminosi. In mezzo, sempre e solo lui, l’altro uomo in nero, magari di nuovo in sovrappeso rispetto all’ultima volta ma non importa, sempre affascinante e magnetico Greg Dulli, angelico e diabolico, suadente e scatento. Su ‘My Enemy’ ovviamente salto e sacrifico anche le mie corde vocali sul suo altare, raffinate anche le cover: prima una ‘Morning Theft’ di Jeff Buckley, poi come primo bis una versione quasi soul di ‘Every Little Thing She Does Is Magic’ dei Police molto più slow e soul cantata in mezzo al pubblico. Prima delle emozioni di ‘Summer’s Kiss’, del recupero dal repertorio Twilight Singers di ‘Teenage Wristband’ e, infine, dell’apoteosi finale di ‘Faded’. Ancora commoventi. Attiro l’attenzione del fonico ballerino che mi passa setlist e un plettro. Restiamo in cinque ad aspettarli di fuori: Michele, che scrive per la “concorrenza”, una fan americana di vecchia data e due ragazzi di Bristol. Abbiamo la possibilità di scambiare le chiacchiere con il giovane Ryan, proprio il fonico di palco: irlandese, sorridente, umile ed entusiasta, la frase è “Ne ho la palle piene dei vecchiacci che stanno fermi e immobili dietro la console, è il lavoro migliore del mondo, cazzo! Come minimo la musica ti deve far muovere il culo!”. Ci mette un po’  Greg a uscire  e ovviamente lo fa con una donna al braccio ma è sorridente e disponibile come sempre, mi chiede da che parte dell’Italia sia originario, gli rispondo Puglia e mi dice “The murders!”. Resto in silenzo prima di realizzare che si riferisce ad Amanda Knox, avendo lui capito Perugia. Scattiamo una foto. Saluto anche John Curley e Dave Rosser che vedo salire sul bus con una cassa piena di bottiglie di vino, gli dico che è stato piacevolmente singolare ascoltare due brani dei Twilight Singers a distanza di pochi giorni in due concerti diversi, mi chiede dove avessi ascoltato l’altra (‘Deepest Shade’) e gli parlo del concerto di Mark Lanegan e pure del post concerto a firmar autografi, mi congeda dicendomi: “è un bene per lui che abbia deciso di cambiare, di diventare più…sorridente!”.

Passano altri due giorni e mi ricordo tardi che il 6 è l’ultima giornata per vedere la mostra di quadri di Paul Simonon all’Institute Of Contemporary Arts, tant’è che arrivo in ritardo e riesco a vederne giusto un paio. Mi dicono anche che, pur essendo stato presente nei giorni precedenti, il mitico bassista dei Clash non si trovava là quella sera. Pazienza.

Il locale del mese è sicuramente il Café OTO a Dalston, posto deputato a sonorità non convenzionali. Mi ci reco alla vigilia di San Valentino con la donna più bella del mondo, la serata prevede un doppio bill di coppia, ad aprire il mitico Alex Hacke degli Einstürzende Neubauten con la moglie Danielle De Picciotto, poi la viola non convenzionale di Helen Money in compagnia di Jarboe. I primi, eccetto forse un paio di temi particolarmente abrasivi partoriti dalla chitarra (invece che dal solito basso) di Hacke, risultano abbastanza indigesti, dai rumori pseudoaborigeni al microfono fino allo spoken word su testi banali, la cosa più interessante risultano i visual della De Picciotto. Helen Money, invece, mi aveva già conquistato anni fa di spalla agli Shellac, entra in scena per un miniset in solitaria con cui mi rammenta dell’abilità nel creare e sovrapporre loop ottenuti con differenti effetti applicati alla viola elettrificata. La voce di Jarboe è la ciliegina sulla torta, l’aggiunta di un piano per qualche brano un tocco di classe in più per un viaggio tormentato tra estasi e disperazione. Non mi risparmio una foto col mitico Alex tuttavia, che mi confida dell’imminente ritorno estivo dei Neubauten anche in Italia, per dei “greatest hits gigs”.

Il 15, l’appuntamento è all’Heaven, uno dei locali gay più famosi di Londra, il luogo dove si dice nacque la storia tra Freddie Mercury e il suo compagno fino alla fine, Jim Sutton. Stasera è strapieno: sul palco, prima le giapponesi Nisennenmondai che sogno di rivedere dai tempi di un loro set in apertura degli Zu ormai parecchi anni fa all’Init (un curioso release party di un disco di fatto poi mai pubblicato di fatto dagli Zu, ‘Intermediate Spirit Receiver’, se non per brevissimo tempo in download), e soprattutto Chris Carter & Cosey Fanni Tutti, ovvero ciò che resta oggi dei gloriosi Throbbing Gristle a parte Genesis P. Orridge. C’è aria quasi di addio, si vocifera che non ci saranno più concerti dei due pur essendo un nuovo album nei programmi, per l’occasione presentano un album di versioni rivisitate e remix dei loro brani, approfittando di un cambio della ragione sociale (l’album si intitola ‘Carter Tutti plays the music of Chris & Cosey’). Ringraziando l’efficienza dei treni inglesi che ho potuto ben sperimentare già più volte nel corso di appena due mesi, arrivo che le tre nipponiche le vedo solo smontare la strumentazione e già mi sale il nervoso. Per fortuna Chris & Cosey non si risparmiano nulla, se di commiato si tratta è un gran bel modo di salutare il pubblico e di mettere in chiaro a chi tanta parte della scena elettronica, da techno a EBM, debba loro almeno un affettuoso tributo, la cassa è così potente che mi costringe pure a una piccola pausa fuori dal locale. Le movenze di Cosey, le liriche e gli interventi ora di chitarra, ora di cornetta, aggiungo sensualità, mistero e un tocco di sperimentazione. La funerea e raggelante ‘Coolicon’, dissolta in un tenero abbraccio dei due che sa davvero di addio mi resterà vivida a lungo.

Passano altri due giorni e decido di non volermi proprio perdere il set di Charles Hayward al Café OTO. Ringrazio la mia decisione perché il concerto dell’ex-Gong e soprattutto This Heat è stata una delle esperienze più appaganti in fatto dei concerti: porta in scena il suo progetto ‘Anonymous Bash‘, realizzato per una serata al Lexington di un anno fa, ad accompagnarlo un sestetto di musicisti tra cui membri degli Gnod. Hayward è senza dubbio uno dei migliori batteristi che abbia mai visto, potente, free e “matematico” al tempo stesso e tutta la band gira a gonfie vele in territori che spaziano liberamente fra space, psych e prog, geometrici e quadrati ma con concessioni di jam pura. Dubito d’aver tirato mai fuori dai polmoni un “mooooooore!” tanto sentito (che mi porterà pure complimenti) e porgo ad Hayward felice come un bambino il poster della serata chiedendogli di firmarlo come “Charles Hayward, il batterista più cazzuto del mondo”, ottenendo una risata e un cortese rifiuto, dopo aver comprato l’edizione vinile più dvd e guida all’ascolto del suo lavoro e pure un disco degli Gnod che spero di rivedere in aprile.

Il 19 febbraio è stato il giorno decisamente più pazzoide del mese. Andava tutto bene in quel dell’Alchemea College finché al termine della lezione non apprendo del mondo musicale in subbuglio per l’annuncio del nuovo album dei Blur e che la band sta tenendo una conferenza stampa in un ristorante di Chinatown, ragion per cui decido di fiondarmi a Wardour Street. Una volta arrivato, scopro solo là che è proprio il giorno del capodanno cinese e, pur con tutta la buona volontà e svariati giri sotto la pioggia e in mezzo a frotte di persone, decido sarcasticamente che i quattro in realtà son lì davanti a tutti sotto i costumi di due draghi e vado a consolarmi provando la cucina di un locale scoperto per caso un paio di giorni prima leggendo un articolo su Londonist, scelta azzeccata perché gli spiedini cotti nel Sichuan Hotpot mi riscalderanno stomaco e cuore. Torno al college ma realizzo subito che è pure il giorno di un concerto da circoletto rosso: i Ride, infatti, terranno quello che è di fatto il loro primo show dopo 20 anni al 100 Club a Oxford Street. Una data non strombazzata, la rentrée è infatti prevista ufficialmente per maggio con una sfilza di sold out, si tratta di un concerto per beneficenza a sostegno di War Child: l’iniziativa si chiama Back To The Bar in cui artisti famosi decidono di tornare a esibirsi in piccoli posti per pochi fortunati, quest’anno fra gli altri ci sono anche Vaccines e Duran Duran oltre, appunto, ai Ride, per l’occasione impegnati in un set acustico con solo Andy Bell e Mark Gardener. I biglietti non sono in vendita, si compra semmai una possibilità di essere estratti a fronte di una piccola donazione alla no profit. Avevo già ricevuto la mail che mi comunicava di non essere tra i vincitori e avevo gentilmente declinato l’invito a provare a ottenere gli ultimi biglietti rimasti messi all’asta su ebay e ovviamente arrivati a cifre folli. Decido comunque di avviarmi verso il 100 Club, chissà che non riesca a intrufolarmici. Aspetto pochi minuti, faccio conoscenza con uno dei ragazzi dello staff e mi informo circa la possibilità di entrare, dopo poco lo vedo parlare con un altro ragazzo uscito dalla venue, mi chiede di seguirlo e mi dice che avrei potuto assistere al concerto in cambio di un’altra piccola donazione a War Child. Non me lo faccio ripetere e finalmente il pass per il concerto è al mio collo. Entro in quello che è uno dei locali storici di Londra e che, per fortuna, resiste ancora. La scritta “100” sullo stage viene coperta da un telo bianco, noto già i due sgabelli e le chitarre acustiche, mi accaparro pure un bel posto in terza fila fra le sedie disposte vicino al palco. Faccio un salto al bagno e incrocio la band al completo. Passano pochi minuti ed ecco Bell e Gardener finalmente di nuovo su uno stage. Imbarazzo, parole biascicate, un velo di nostalgia: tutto concorre a realizzare che si tratta di una serata davvero storica ed emozionante, il video proiettato sul telone bianco include una sola parola: RIDE. Piano piano la tensione si scioglie e i due sorridono e scherzano con i presenti, pazienza pure se metà del pubblico è intenta solo a far presenza, bere e parlare col vicino. Una scaletta di una quindicina di pezzi che spazia da ‘Like a Daydream’ a ‘Dreams Burn Down’ proposte in chiave spoglia e intimista, un esperimento riuscito con soddisfazione ma che non impedisce a Andy Bell di esplicitare la voglia di riprendere a suonar con spina attaccata e un rack di effetti. Applausi e occhi lucidi in abbondanza, stacco un poster e riesco a farmelo autografare anche da Laurence Colbert e Steve Queralt prima di beccare quasi per caso un soddisfatto Andy Bell, chiedergli una foto e perdermi nell’uggiosa notte londinese.

L’indomani, ancora frastornato, scopro verso l’ora di pranzo che sempre per sostegno a War Child si terrà un concerto dei Charlatans alla Brooklyn Bowl della gigantesca O2 Arena e che un pugno di biglietti è tornato in vendita. Visto che il concerto di Tim Burgess e soci alla Roundhouse previsto per metà marzo è soldout da tempo e che avevo perso i set alla Rough Trade e Sister Ray, decido di andarci senza indugio. Il loro ultimo album ‘Modern Nature’ mi è proprio piaciuto e la serata si rivela particolarmente ‘Cool Britannia’ non solo per la gigantesca Union Jack scintillante a far da coreografia alla band: semplicemente, fa un grosso effetto trovarsi circondati da qualche migliaio di inglesi, per buona parte over 40, intenti a tracannare birra e a cantare a squarciagola praticamente tutta la setlist. Inoltre, una resa sonora ottima mi fa gustare appieno quell’hammond sbarazzino e quel gusto ancora ben apprezzabile di brani orecchiabilissimi ma con uno spirito ancor quasi garagistico, quella ‘Let The Good Times Be Never Ending’ non me la tolgo dalla testa mentre i suddetti inglesi attorno a me, alticci e sbronzi di felicità, hanno davvero goduto dell’encore a giudicare dal boato ed in effetti quella ‘Sproston Green’ finale allungata rumorosamente ha tirato giù tutto.

Dopo due serate in salsa britpop e dintorni, punto su altre sponde e dopo la prima di due fighissime giornate trascorse in studio con Marcel Van Limbeek, da due decadi sound engineer per Tori Amos, opto per un inusuale Oceano Atlantico visto dal Portogallo per una band sponsorizzata ATP, questi sconosciuti Paus! che attraggono un bel po’, a giudicare da qualche brano ascoltato su Youtube. Karma infame dopo i due ultimi concerti rimediati con un bel po’ di fortuna, mi scordo ancora che qui in Albione andrebbe soldout anche un mio concerto e, pur essendo il Lexington a pochi minuti a piedi dal college, la mentalità italica di recarmici in prossimità del set mi frega, il locale è strapieno e non si fanno eccezioni, mi tocca rinunciarci. Così come rinuncio, stavolta causa stanchezza, ai Cult Of Youth la sera dopo. Così come rinuncio, stavolta causa stanchezza, ai Cult Of Youth la sera dopo. Il karma, però, torna benevolo: nella giornata di lunedì 23, nonostante la lecture saltata per andare a discutere in agenzia di svariate problematiche (qui ve lo scrivo: se mai andaste a vivere a Londra rimediate qualsiasi fottuta informazione sull’agenzia a cui decidete di affidarvi per l’affitto onde evitare di finire nelle grinfie di maniche di bastardi), mi ritrovo poco dopo mezzogiorno in giro per Bethnal Green e decido di far due passi a Brick Lane, ovviamente con tappa al Rough Trade East e finalmente posso spuntare anche il vederci un concerto lì, perché ci trovo il Pop Group pronto per un breve set all’ora di pranzo, con Mark Stewart che parte tra il pubblico con il megafono, maschera nera, bandana rossa e un giubbotto di pelle che toglierà per mostrare una camicia con il logo del  nuovo fantastico album, ‘Citizen Zombie’, arrivato dopo 35 (!!!) anni dall’ultimo. E che disco! Attaccano con la title track per poi eseguire la trascinante ‘Mad Truth’ (il cui video vede Asia Argento alla regia) e ‘Shadow Child’ prima di ripescare ‘She’s Beyond Good And The Evil’, ‘Thief Of Fire’ e addirittura ‘We Are All Prostitues’ dal capolavoro ‘Y’ per chiudere! Piglio deciso, attitudine, compattezza per un gruppo dalla caratura enorme e più redivivo che mai! Contento di averli visti così a sorpresa dato che il loro prossimo show londinese è previsto pochi giorni dopo il mio ritorno.

Con ancora tanta pazienza e l’accoppiata Twitter/Twickets, rimedio pure tagliandi per i concerti di Evan Dando quando pensavo di aver perso le speranze e pure per l’evento che vedrà le Sleater Kinney alla Roundhouse a marzo. Per il leader dei Lemonheads, accetto  di comprarne due perché in unico pacchetto sicuro di rivenderne uno (rigorosamente face value perché i touts, ancora una volta, devono schiattare), cosa che avviene con facilità e mi permette di far amicizia con Scott che scopro avere una sua label personale, la Northern Star Records. Con lui, inganno l’attesa per il concerto che ha luogo nella splendida Union Chapel a Islington. Ci raccontiamo diversi aneddoti, scopriamo amicizie in comune, parliamo anche di band italiche pure da lui portate a suonare in UK (mi nomina gli Zen Circus) e mi fa far la conoscenza di un suo amico che avevo già notato al concerto dei Ride a filmare tutto il set e che avrebbe poi fatto lo stesso pure per il concerto di stasera (rivedeteli entrambi qui), sbirciamo anche il merch ma i prezzi sono altini e io ringrazio ancora una volta Flashback Records dove avevo rimediato giusto qualche giorno prima del concerto il bel doppio vinile live dei Lemonheads uscito per il Record Store Day 2014, soprattutto pagandolo la metà nuovo, total score del mese (assieme anche a un libro proprio sui Lemonheads preso per poche pence sempre da Flashback e una copia di ‘The Death Of Bunny Munro’ di Nick Cave a un quarto del prezzo di copertina da Book Warehouse). Complice la maestosità del posto, la serata si rivela una perla, con Dando in camicione di flanella e stranamente sorridente che infila oltre trenta brani! Bordate in solitaria di chitarra elettrica in una chiesa, dalla furia di ‘Bit Part’ a “Confetti’ al tripudio di ‘It’s a Shame About Ray’, o delizie fino al languore con chicche dal suo disco solista ‘Baby I’m Bored’, le lacrime di ‘All My Life’ più ‘Hard Drive’ e ‘My Idea’, l’unico encore, eseguite con la chitarra acustica, passando per cover di Hank Williams e John Prine, quest’ultima con la brava ex-Bran Van 3000 Sarah Jonhston che aveva aperto la serata. Da spellarsi le mani più volte. Nonostante un’esibizione simile sia, come è facile immaginare, ben appagante, decido di esagerare e dopo aver salutato Scott mi dirigo alla vicina Dalston, ancora al Café OTO dov’è in programma una delirante serata nominata Krautrock Karaoke, una delle più spettacolari proposte di Londra dell’ultimo biennio: uno stuolo di musicisti, stasera oltre cinquanta, delle più disparate band, membri di Bo Ningen e The Oscillation, Boredoms, Horrors (trovate la lista qui) fino a gruppi meno conosciuti o semplici appassionati che si mescolano sul palco senza soluzione di continuità per presentare brani che spaziano dai Neu! ai Can. Arrivo e mi informo a che punto siano, mi viene risposto che c’è ancora un’ora di musica ma anche che, tanto per cambiare, è soldout. Resto comunque vicino alla porta, tenuta aperta visto il viavai di persone finché il tizio all’ingresso non mi invita a entrare: non me lo faccio ripetere, mi presento e mi sdebito con una birra col gentilissimo Chris prima di perdermi nel godurioso trip culminato con una allucinantissima finale ‘The Gift’ dei Velvet Underground! Simply astonishing! Tanto per chiudere un mese così, mi concedo una serata da club (e, infatti, tecnicamente, si tratta in realtà del primo marzo, essendo passata la mezzanotte ma transeat). A dir il vero, il motivo che mi ha spinto a prendere il biglietto per la serata celebrativa dei 10 anni della Perc Trax è un nome solo: Factory Floor. Preso proprio con così tanto anticipo e sicurezza da non essermi minamente preoccupato di location e resto del bill, tant’è che non avevo neppure realizzato del “compleanno” della label. In effetti qualche domanda avrei dovuto farmela, arrivo al Corsica Studios che son quasi le 2, la sala principale è talmente stipata che è impossibile entrarci, mi accomodo nella seconda dove è in programma il set di Nik Colk Void cui dovrebbe seguire quello della band “madre”. Purtroppo, realizzo quasi subito che non c’è spazio per strumentazioni varie e che, in realtà, non ci sarà pausa né differenze di sorta fra i due set. Infatti, appena mi accorgo pure della presenza di Gabriel Guernsey in cabina di regia, capisco che posso scordarmi i brani del loro roboante disco di esordio riproposti in formato full band: i due sono armati solo di laptop e qualche controller. Pur non disprezzando la proposta che presumo molto vicina alla collaborazione di Nik Colk Void con Chris & Cosey, tanto più dura quanto comunque ballabile e godibile, la delusione è tanta, ancor più se il loro set viene sforbiciato di circa mezzora sul previsto e nonostante il successivo Powell sembri veramente enorme, mi ritrovo a interrogarmi con un gruppo di ragazza francesi e spagnoli se quello appena visto fosse proprio il “live” set dei Factory Floor strombazzato sui manifesti e a grandi caratteri. Chiediamo un rimborso che otteniamo prontamente, roba dell’altro mondo proprio e lasciamo la serata (che non dubito per gli appassionati di club culture sia stata una vera manna), ci tenevo davvero a vedere finalmente i Factory Floor dal vivo: ricevo pure un messaggio privato, in risposta a un mio commento, dalla stessa Nik che mi spiega della serata. E mi invita ad aspettare fra qualche mese per un loro “vero” concerto e per un nuovo disco. Vista la gentilezza della missiva, non posso che dirle che li aspetto già a braccia aperte.

Piero Apruzzese

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