London Diaries part 1

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“31, clumsy and shy / I went to London and died”
Non so per quanti giorni abbia avuto in testa questo verso, opportunamente modificato per motivi anagrafici, da ‘Half a person’ degli Smiths. Comprendetemi: partire subito dopo Natale per il Regno Unito con un bagaglio comprendente 39 gradi di febbre è ancor più dura. Non so quale stamina mi ha permesso di arrivare a quella deliziosa casetta a West Croydon, ospite di una simpatica famiglia thai. Non ci fossero stati loro, avessi optato per un comune ostello o bed & breakfast, sarei davvero morto probabilmente. Invece, una convalescenza a colpi di deliziose zuppe di noodles (perché di famiglia di ex ristoratori si trattava) e thé mi han rimesso in forma, al punto da festeggiare il nuovo anno in ritardo in un pub di Bethnal Green, con ottima birra, un succoso hamburger, chips e Joy Division in sottofondo. Cercare una casa, sistemarmi, iniziare i corsi nelle aule e negli studi pieni di ogni ben di dio audio, analogico e digitale mi ha impedito di immergermi da subito nelle proposte live della metropoli. Ho rimediato cercando rifugio in alcuni negozi di dischi: complice la voglia di mia cugina di girar al mercatino di Camden, ho fatto visita ad Out On The Floor in Inverness Street: due anni fa, qui rimediai per qualche pound ‘Inflammable Material’ degli Stiff Little Fingers. Stavolta, per una dozzina di sterline mi porto a casa questo storico doppio live dei Butthole Surfers. Nei giorni successivi, seguo ancora il consiglio di Morrissey: “Go to Soho-ho-ho” e tra un English/American breakfast da Balans (‘The Breakfast Club’ proprio in quella settimana era chiuso) e una visita alla National Gallery, illuminata per l’occasione coi colori della bandiera francese, omaggio silenzioso alle vittime della strage di Parigi, mi ritrovo a Berwick Street. La foto bloccando il traffico per cercare di emulare il celeberrimo scatto sulla copertina di ‘What’s The Story, Morning Glory?’ l’ho già fatta tempo fa. Intanto, Sister Ray ha cambiato location, spostandosi solo un po’ più in là e dall’altro lato della strada ma il locale è più piccolo. Molto gentilmente, mi regalano alcuni poster dei Goat. Mi sposto di pochi metri per andare a visitare lo storico Reckless Records: nonostante sembri più un paradiso per cultori di funk, soul ed elettronica, rimedio comunque il doppio 10” di Damon Albarn ‘Demo Krazy’, assieme a una copia usata della ristampa in doppio cd di ‘Gentlemen’ degli Afghan Whigs: è la quinta copia che compro dell’album e non vedo l’ora per il concerto del 4 febbraio al Koko.

A metà mese, grazie a un annuncio letto su fb, scopro che è l’ultimo giorno per visitare la mostra gratuita allestita dall’ATP “My Rules” dedicata a Glen E. Friedman, storico fotografo della scena punk hardcore nonché skate californiana degli anni’80: imagini clamorose di Minor Threat/Fugazi (di cui la sera prima era stato proiettato “Instrument” nella sala cinema allestita al piano inferiore), Black Flag, Darby Crash, Jello Biafra su un cesso, le evoluzioni di Jay Adams fino ai rapper newyorchesi, Beastie Boys, Run DMC, Public Enemy. Mi colpisce una foto dei Make Up, ho la possibilità di dirlo allo stesso Glen in collegamento Skype e i due dello staff dell’ATP son contenti di scoprire quanto mi avessero colpito Svenonius e soci, visti in uno dei due unici concerti “reunion” concessi proprio e solo all’ATP per altrettanti festival organizzati sulle due sponde dell’Atlantico nel 2012. (mio report di allora). 

La serie dei live in Britannia, dopo le bestemmie per non esser riuscito a prendere per due volte i biglietti per le Recording Sessions di PJ Harvey alla Somerset House, lo apro al delizioso Shacklewell Arms nella fremente Dalston il 23 gennaio: bel pub con buona cucina e biliardo all’ingresso, nel retro nasconde una  sala concerti piccola e stramba, ci sono degli archi subito dietro al piccolo palco, in cui inevitabilmente vengono posizionati batteria e ampli, e sul tetto sono attaccate ritagli di cartone a mo’ di nuvole.  Mi sembra il perfetto prototipo di saletta da piccolo club londinese che ho sognato per anni. Sul palco gli schizzati Rubhard Triangle, estetica vintage, cantante/tastierista subito ribattezzato Alex per l’evidente somiglianza col protagonista di “Arancia Meccanica”, suonano acidi e abrasivi, maturi a dispetto dalla giovane età, probabilmente tireranno fuori qualcosa di buonissimo a breve. Sono qui, però, per i Pop1280: il loro esordio mi aveva molto colpito, il secondo album lasciato abbastanza perplesso. Chris Bugg, che prima del concerto si aggirava nel locale come un altezzoso dandy, sul palco diventa un animale, ibrido tra la violenza vocale di Henry Rollins, la sensualità di Iggy, l’aggressività di un Till Lindemann: si strappa via la camicia, urla nel microfono, sembra in un mondo a parte, è l’anima punk/noise/wave della band e seppure molti pezzi manchino di mordente, la conclusiva, stordente ‘Bodies In The Dunes’ mette tutti d’accordo. Son così contento dello Shacklewell che decido di tornarci pure il giorno dopo per un festival che inizia già dal metà pomeriggio: a causa di altri impegni, arrivo sull’ultimo brano dei Velvet Morning, troppo poco per farmene un’idea. Rivedo con piacere gli One Unique Signal e il loro wall of sound chitarroso che, poco più tardi, presteranno pure per i Telescopes: è la terza volta che li vedo in cinque anni e Stephen Lawrie sembra più sobrio del solito. Ai cinque One Unique Signal e Lawrie si aggiungono addirittura altri due chitarristi, uno ha un delay analogico, lei suona con un archetto. Sono talmente tanti che uno di loro suonerà tra il pubblico: una lezione di shoegaze e sì, qui si sentono le voci anzi, la voce di Lawrie pur lontano dalla sbronza ma sempre su un pianeta a parte. Un maelstrom memorabile, fatevene un’idea. L’ultima band della serata sono i Cult Of Dom Keller, da Nottingham: leggo il loro nome in giro da un po’, attorno a me vedo rockettari mezza età con barbe e giubbotti pelle. In generale, il loro psych rock “canonico” non mi acchiappa, li trovo banali mentre il pubblico apprezza e tracanna birre su birre. Levo le tende.

Passa qualche giorno, scopro vicino al college quello che al momento considero il più bel record store londinese, Flashback ad Islington (con filiali pure a Shoreditch e Crouch End): due piani di dischi con svariate sorprese, una fila di box set da sbavare (Fantomas, Heads, Mogwai), sbircio tra l’usato e mi porto via una copia in ottime condizioni di ‘Greed’ degli Swans. Mi ritrovo mercoledì 28 allo Sheperd’s Bush Empire per Mark Lanegan: non ho neppure ascoltato l’ultimo (e neanche altri titoli della sua discografia) ma cazzo, è Mark Lanegan. La vera sorpresa è Duke Garwood, già autore di un album proprio con Lanegan uscito l’anno scorso: volumi pessimi e vociare in sala ma una prova maiuscola di un musicista da scoprire, tant’è che credo lo rivedrò presto al Rough Trade West. Di Lanegan, invece, si ammira sempre quella voce profonda e oscura, effettivamente molti brani nuovi risultano mosci e inutili ma ‘Gravedigger Song’, la solita monumentale ‘Metamphetamine Blues’, ‘Hit The City’, la proposta di ‘Deepest Shade’ dei Twilight Singers e pure ‘I Am The Wolf’ in coppia con Garwood valgono abbondantemente il biglietto. Dopo il concerto, Mark uscirà in sala per firmare autografi: allestiscono pure un tavolo e organizzano una fila per i tanti fan che, nel frattempo, hanno razziato il merch (esclusi i cd a 10 sterline, prezzi improponibili per vinili, maglie e poster). Non ce lo vedo proprio uno come Lanegan in una situazione del genere ma son curioso. Poi, però, un enorme security guard m’impone di andar indietro alla fila nonostante fossi dall’inizio nei pressi del banchetto: un manager indica la ragazza dietro di me come prima della fila. Ciao ciao Mark, non ho tempo e voglia. Il giorno dopo invece sono a Shoreditch, vicino casa, al Village Underground: c’è Julian Cope che persi anni fa a Roma (pur avendo vinto un biglietto tramite queste pagine) semplicemente perché… mi dimenticai del concerto, shame on me. Bardesco, enorme, con la sua “sobria” mise, barba e occhiali scuri e una dodici corde come arma, Cope suona, canta e racconta divertito battute e aneddoti tra un brano e l’altro, dalle esperienze con le droghe al ritorno come figliol prodigo al mondo dell’alcol dopo 20 anni (“Se per bere spendevo 3 sterline per poi scoprire che con una sterlina avevo una tavoletta di LSD…”) con ‘They were on hard drugs’ e ‘As The Beer Flows Over Me’ alle stramberie americane sull’uso delle parole “vietate” con ‘Cunts Can Fuck Off’ fino a un paio di recuperi Teadrop Explodes (‘The Culture Banker’ e ‘Treason’ mi pare) ad altri brani storici come ‘Pristeen’ e ‘Robert Mitchum’, Cope è il monumentale vessillo di una vita vissuta tra musica, trip, studi su antichi monumenti, altre musiche, poesia e pugno alzato. Ad averne come lui, ‘Greatness and perfection’! Il penultimo giorno di gennaio, infine, mi ritrovo sul tetto del college per una prova di ripresa audio/video: mi ritrovo a canticchiare ‘Get Back’, Rob comprende e canta con me che cito lo storico concerto dei Beatles sui tetti della Apple a Savile Row. Poco più tardi, sul mio newsfeed video di quel concerto ne celebrano l’anniversario, accadde proprio un 30 di gennaio, 46 anni fa. Le combinazioni, alle volte.

Piero Apruzzese

Foto: Glen Friedman photo exhibit in Covent Garden. Ian Mackaye on stage with Minor Threat.