Local Natives + Cloud Control @ Blackout [Roma, 11/Novembre/2013]

453

Prenoti in quello che si dice un ristorante di grido. I migliori cuochi del momento, una location abbastanza spartana, ma con un menù così all’avanguardia da riuscire ad occupare ogni sera quasi tutti i suoi coperti. Ti aspetti molto da questa cena, sotto l’aspetto del gusto, ed il cameriere decide di inaugurarla portandoti un antipasto che si rivela eccellente e che ti fa sentire davvero appagato. Pensi che stasera nessuna portata successiva potrebbe superare, nel tuo gradimento, ciò che hai appena assaporato. Ed è quello che in effetti accade. Antipasto e cena sono la metafora perfetta per parlare di gruppo spalla ed headliner. Molto raro che degli assaggini possano costituire la portata più gustosa della serata, ma non è impossibile trovarsi di fronte a ciò che è accaduto nel live del Blackout, all’interno della rassegna itinerante Ausgang, nel quale gli antipasti Cloud Control vincono la partita con i Local Natives, nonostante il loro tempo a disposizione sia solo un terzo di quello dei più quotati compagni di viaggio.

Diecimenounquarto è l’orario comunicato per l’inizio del live e diecimenounquarto sarà l’orario di effettivo inizio del live del gruppo spalla, in realtà, come anticipato, vero motore della serata. I Cloud Control, al secondo album dopo il discreto successo ottenuto nel 2010 con ‘Bliss Release’, si presentano sul palco in formazione a quattro, uno di fianco all’altro (da sinistra verso destra: tastiere, basso, chitarra e batteria). Nella mezz’ora scarsa di durata del loro set, conquisteranno i presenti che verranno anche ringraziati, in una dolce interpretazione della lingua italiana, dalla tastierista Heidi Lenffer, con la lettura di una velina sulla quale è appuntata la gratitudine della band nei confronti di chi si è presentato alla venue così presto per assistere alla loro esibizione. Dopo il primo pezzo strumentale, ‘Scream Rave’, la più classica delle introduzioni, seguiranno altri sei brani con liriche, nei quali verremo travolti da un sound che non ci era dispiaciuto su disco, ma ci farà spellare le mani per la sua esecuzione live. I brani sono quasi tutti tratti dal nuovo lavoro ‘Dream Cave’ e quando dopo circa trenta minuti gli australiani, ognuno con un look che sembra non entrarci nulla con quello di chi ha di fianco, annuncerà la fine della loro esibizione, ci sembrerà l’interruzione di un bel sogno, l’inizio del quale era avvenuto con le note dreamy di ‘The Smoke, The Feeling’, cantata dalla tastierista e non dal solito Alister Wright. Dopo una pausa sigaretta, una birra, quattro chiacchiere, saluti ad amici e conoscenti, una sosta al guardaroba per posare una giacca troppo scomoda da tenere in braccio, torneremo nella zona dalla quale assistiamo ad ogni concerto al Blackout e noteremo che, dopo aver compiuto tutte queste operazioni, il palco sarà ancora sguarnito.

Il quintetto di Los Angeles si farà un po’ desiderare, ma alla fine entrerà in scena, per il tripudio di molti più fan di quelli che pensavamo avessero, divisi dagli spettatori comuni da una tendenza piuttosto spiccata per i gridolini da concerto pop. Il loro secondo lavoro, ‘Hummingbirds’, salito fino alla posizione numero 12 della classifica degli album più venduti negli Stati Uniti, aveva segnato a nostro parere una brusca frenata rispetto all’esordio, ma non ci aveva fatto desistere dal presentarci al loro secondo appuntamento romano, dopo quello di tre anni fa al Circolo degli Artisti, visto che i live spesso hanno la capacità di farci rivedere i nostri giudizi e darci la possibilità di capire lavori che ai primi ascolti ci erano risultati poco convincenti. Non vi terremo sulla corda, dicendovi da subito che non è stato questo il caso. La scaletta attingerà in egual misura da entrambi gli album pubblicati (otto brani a testa), tra i quali spiccherà in negativo la cover dei Talking Heads ‘Warning Sign’, per la quale testimonieremmo volentieri a favore di David Byrne in un’ipotetica causa di risarcimento da lui intentata per danni al patrimonio musicale. I componenti della band scambiano spesso le proprie posizioni sul palco, facendo lo stesso con gli strumenti ed il ruolo, dimostrando comunque di sapersela cavare in varie mansioni, come l’odierno mondo del lavoro richiede. Ma nonostante ciò, e nonostante i brani abbiano molto spesso variazioni di ritmo, il loro schema sarà così immediato da risultarci scontato in breve tempo, facendo sopraggiungere un senso di noia già dopo mezz’ora dall’inizio del live. Non si nota passione e partecipazione emotiva nel quintetto, capace comunque di creare hit buone per i commercial (vedi la onnipresente ‘Airplanes’) e probabilmente anche di interpretarli, col loro look da commessi di H&M più che da rockstar. Il segmento migliore del live, almeno per noi, mentre buona parte del pubblico sembra godersela dall’inizio alla fine, arriva nella mezz’ora finale, quando ‘Colombia’, ‘Who Knows Who Cares’ e la conclusiva ‘Sun Hands’ migliorano in parte il nostro giudizio che comunque, fossimo professori, si attesterebbe al di sotto della sufficienza. Apprezzabile anche la scelta di concludere la serata senza la farsa dell’entra ed esci che in tutta onestà difficilmente ci avrebbe trovati lì in piedi ad attenderli. Ci avviamo verso casa comunque sazi ed appagati, con i Cloud Control che prendono possesso della nostra autoradio, ma diciamo grazie anche ai Local Natives, per averci ricordato che non sempre il piatto forte, in cucina come in altri contesti, è quello che ci regala le maggiori soddisfazioni.

Andrea Lucarini

Commenta

Please enter your comment!
Please enter your name here