Living Colour @ Circolo degli Artisti [Roma, 19/Novembre/2009]

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Uno di quei casi in cui vale l’equazione gruppo=canzone. L’esecuzione di ‘Cult Of Personality’ alla fine dello show arriva puntuale e potente. E il pubblico prorompe in un fisiologico e inevitabile “eccola”. Sono sicuro che c’era gente che conosceva solo quel pezzo e che è venuta apposta per quello. Il primo singolo è da sempre la loro croce e delizia. Formidabile trampolino di lancio e allo stesso tempo elemento scatenante della sindrome “quelli di ‘Cult Of Personality’”. Ma chi li conosce sa che i Living Colour sono stati ben più di questo. Artefici di un crossover variegato e seminale alla fine degli anni ’80, capaci di alternare numeri kitsch a improvvisi lampi di genio, musicisti micidiali, tuttologi della musica per eccellenza. Tutto e il contrario di tutto. In un’organica incoerenza che li ha resi un punto di riferimento imprescindibile per molti.

E il pubblico di stasera lo dimostra chiaramente. Pienone di quelli che non t’aspetti, tale da creare anche un po’ di fila all’ingresso della sala. I nostri salgono sul palco alle nove e mezza circa. Parte una base hip-hop, luci sparate e i quattro si posizionano, uno per uno, ai loro posti. Si parte con ‘Middle Man’ dallo storico album d’esordio ‘Vivid’. L’inizio è di quelli imponenti, quindi, con l’atmosfera che si fa subito appiccicata e sudata. La scaletta prevede una nutrita, e gradita, presenza dei pezzi dei primi due album, oltre a una ricca selezione di brani dell’ultimo ‘The Chair In The Doorway’. In generale, durante il concerto si manifestano almeno tre versioni diverse dello stesso gruppo. Ci sono i Living Colour hard-rock-metal. In pezzi come la stessa ‘Middle Man’, la rammsteiniana ‘Go Away, la nuova ‘Out Of Mind’ la band mostra i muscoli, scatena le pedaliere (di basso e chitarra, davvero infinite) e sviluppa un notevole volume di suono. Con Vernon Reid che sciorina incontenibile i suoi assoli ipercinetici, esaltando la sua anima più onanista e meno interessante. Il chitarrista recupera tutti i punti, però, quando scende in campo l’alter-ego funky-blues della band. In queste vesti, il gruppo dà sicuramente il meglio: Corey Glover dimostra che nelle sue corde c’è soprattutto il funky e il rhythm ‘n blues; Doug Wimbish e Will Calhoun spingono la macchina al massimo; Vernon Reid colorisce con fantasia, risultando molto più efficace in questi ambiti. I vertici del concerto si raggiungono con questa incarnazione della band. Un gioiello come ‘Bless Those (Little Annie’s Prayer)’ rende lo “scapoccio” (felice traduzione di headbanging da parte di un amico) un obbligo: un blues elementare eppure travolgente, nella sua alternanza tra pulito e distorto. E poi, come inaspettata encore, ‘Love Rears Its Ugly Head’, che, pur perdendo (causa assenza delle tastiere) parte del mood originale, rimane comunque avvolgente.

Infine, i Living Colour che flirtano col pop: esempio principe di questo tipo è la scanzonata ‘Glamour Boys’, tra i loro pezzi più noti. I quattro convincono meno, invece, quando si lasciano sedurre dai rockoni da stadio: brani come ‘Young Man’ o ‘Release The Pressure’ non lasciano il segno. In tutto questo, i nostri non mancano di fare sfoggio delle loro capacità. Di Vernon Reid s’è già detto. L’assolo di Wimbish è forse il più particolare, citazione da “Il Padrino” annessa. Calhoun si lancia in un one man show di almeno un quarto d’ora: d’impatto, ma va decisamente per le lunghe, inficiando la qualità generale del numero. Spazio anche per le cover. In particolare, sorprende ed esalta l’esecuzione di ‘In Bloom’, nostalgicamente gradita. Da rilevare anche un accenno di ‘Hound Dog’ durante l’esecuzione di ‘Elvis Is Dead’ e ‘Papa Was A Rollin’ Stone’, dai cataloghi Motown. E quando, dopo più di due ore di concerto, la band finalmente esegue l’obbligata ‘Cult Of Personality’ (più casinara del solito), il pubblico trova le ultime energie e si lascia andare per la hit che chiude il concerto. E invece no, perché gli ultimi sforzi sono per la grande e inattesa encore, che porta le lancette dell’orologio quasi a mezzanotte. Due ore e mezza di spettacolo, con qualche lungaggine di troppo ma sicuramente da pollice in su.

Eugenio Zazzara