Liverpool International Festival of Psychedelia @ Camp & Furnace [Liverpool, 25-26/Settembre/2015]

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Sentirsi a casa, in un cantuccio caldo e accogliente pervaso da profumi e sapori, circondato da famiglia e amici e avvolto da un senso di sicurezza e di pace. Può un festival dare tutto questo a un appassionato di musica? Sì se la casa è un’area a poca distanza dall’Albert Dock, il cuore di Liverpool, il cantuccio si chiama Camp & Furnace (più caldo di così!), i profumi e i sapori sono quelli provenienti da tanti banchetti disposti nell’area antistante l’ingresso e sfornano diverse cibarie  e mi riportano alla mente i mercatini vissuti qualche centinaio di chilometri più a sud in Albione, tra Shoreditch e Spitalfields nella mia residency londinese di inizio anno (documentata qui, qui e qui). A questi, si aggiungono immancabili fornitori di ottima birra e perfino un ristoro per caffè e addirittura per fumare narghilè. La famiglia, gli amici beh, sono tutti coloro che girano intorno e con cui scopri di avere unità di intenti raramente riscontrata in happening del genere anche senza scambiare una parola: mai viste tante persone realmente interessate alla musica a un festival, potenza di sua maestà la psichedelia. Qui e là spiccano volti noti e vecchie conoscenze da centinaia di serate concertistiche romane. Il senso di sicurezza e pace lo danno i tipi ben più canuti eppure in gamba che potrebbero benissimo aver visto i Grateful Dead dei giorni migliori. Se si aggiunge che si tratta di spazi non esagerati ma assolutamente giusti e che la proposta prevede una non stop di oltre 12 ore a giornata, bilanciata dalla presenza di aree per rilassarsi, fare acquisti musicali o assistere a bizzarre performance artistiche, il mix è completo e perfetto. Il Liverpool Festival of Psychedelia è semplicemente un gran bel festival che sembra coccolarti. Come pensare altrimenti se il benvenuto te lo da pure una spettinata degli Underground Youth talmente forte da far tremare il palco e l’edificio “Furnace”? Lo sento mentre percorro ancora Upper Parliament Street beandomi della vista della Liverpool Cathedral e rimuginando sul coro della stessa che qualche decina di anni prima aveva di certo contribuito a cambiare il destino di un allora preadolescente Paul McCartney, rifiutandone l’ammissione. Rapido ritiro della wristband e la botta shoegaze/post punk si rivela in tutta la sua potenza: inizio da incorniciare. Gradevole, al palco Furnace, la proposta dei Phobophobes a seguire ma sembrano più interessanti i Vuelveteloca che inauguarano la serie che “Sacred Bones vs BYM Records” che vedrà alternarsi artisti di queste due label: probabilmente i migliori risulteranno i Chicos de Nazca, “a soundtrack for a trip to a place of dreams” è una locuzione che li definisce in pieno, ma ovviamente il mio interesse maggiore è tutto per Ryan Rousseau e i suoi mostruosi Destruction Unit che presentano al meglio il nuovo LP ‘Negative Feedback Resistor’: ancora una volta, un muro di suono imponente, devastante e doloroso, assolutamente senza uguali, i decibel fuzzosi e desertici come via, rimedio e cura. Il trittico di proposte spostato verso campi psichedelici più algidi ed elettronici a seguire non riuscirà in alcun modo a raggiungere l’apice di un set così: emendabile Blanck Mass, prevedibile quello di Etienne Jaumet che preferisco ancora con gli Zombie Zombie a suonare Carpenter (per non dimenticare) e infine i Factory Floor ancora in cerca di una nuova identità e assolutamente cagati quasi nulla avendoli visti appena un mese fa (qui). Al Camp, invece, la sequenza qualitativamente migliore che infila i più minimal garagisti The Feeling of Love, gli schizzatissami Dengue Fever che mischiano psichedelia rumorosa rifacendosi a oscure band Cambogiane dei 60s (!!!) fino al piacevole set dell’istrionico Jacco Gardner. L’interesse maggiore, però, è tutto per Tess Parks assieme al padrino dell’edizione, l’”artist in residency” Anton Newcombe la cui resa live del disco ‘I Declare Nothing’ è notevole e infatti si tratta di uno dei concerti più seguiti e la sala è stracolma. Più riflessiva e vicina a una forma di pop/shoegaze la proposta del combo russo dei Pinkshinyultrablast ma ben più speso e zozzo sarà lo scatenato set degli Young Knives. Il vero set trip per il sottoscritto, goduto in santa pace steso tra i coloratissimi live show, è stato quello scatenato e intriso di ritmiche nervose tra Africa e barrio dei portoghesi Gala Drop. I Carlton Melton, infine, hanno dato semplicemente una prova di classe con una psichedelia densa, dilatata e rispettosa dei grandi numi tutelari del genere. Molte chicche del festival, comunque, sono esplose sugli altri due palchi, quello della Blade Factory, assurda sala a imbuto e con il palco tutto a sinistra (vagamente Piper) e il District, di fatto un pub con qualche posto a sedere e l’unico che abbia avuto qualche problema di code, gestite comunque in maniera impeccabile: sugli scudi i tedeschi spaziali Zhod, i Throw Down Bones nati sulle ceneri dei Piactions, un tiratissimo J.C. Satan, l’orgoglio nostrano non solo italiano ma proprio da Roma est con lo psychdrone dell’incappucciato Mai Mai Mai alias Toni Cutrone e a spaccare tutto tutto il claustrofobico duo bristoliano (ma i Portishead non c’entrano nulla, qui siamo agli antipodi, con urla e chitarre filtrate e rese lugubri e martellanti) dei Giant Swan, a cui va il merito di aver presentato anche la tshirt da merch migliore del festival: “Not every drone is a good drone”. Al District, il premio è per il cavernoso dooom psych degli Evil Blizzard seguiti dai norvegesi The Megaphonic Thrift, strambi e bizzarri i Graham Massey’s Toolshed e il loro prog/jazz old style, mi sarei aspettato di più dai Fumaça Prieta invece. Uno sguardo al dj set a cura di Andy Votel e Doug Shipton della Finders Keepers (avrebbe dovuto esserci pure lo stesso Newcombe) e via all’ostello, per il primo giorno può bastare.

Il sabato inizia col fuzzoso math rock dei portoghesi Equations alla Blade Factory, buon antipasto che dà il via ad un tris di tutto rispetto nella stessa sala, con le inflessioni pseudorientali dei Pauw a seguire e l’affilato set dei Crows, tra le migliori sorprese del festival tutto, che si mangiano letteralmente palco e pubblico con un furioso psych-core e un frontman inarrestabile che termine il set arrampicandosi sugli ampli, cantando letteralmente con la schiena incollata al soffitto per poi lanciarsi di sotto. Un’altra ottima doppietta la offre il District con due collettivi bestiali: Bonnacons Of Doom e Weird Owl, più diversi non si potrebbe ma entrambi nettamente rimarchevoli. Nelle sale principali invece si distinguono The Flowers of Hell, sorta di band psych che non suona nessuno strumento che potreste immaginare ma è quasi una mini orchestrina dedicata a cover space, e il dream pop quasi Mazzy Star dei Death and Vanilla al Furnace stage mentre al Camp, dopo un set passabile dei Radar Men From The Moon e aver perso il set dei No Joy (con la percezione di aver mancato qualcosa di epico), sono davvero grossi i Menace Beach da Leeds, sponsorizzati da MJ degli Hookworms produttore del loro album, e i Fever The Ghost, psicodanzerecci e stellari. Dopo una puntatina nuovamente in Blade prima e in District poi per gli sciamanici kraut TAU guidati da Shaun Mulrooney dei Dead Skeletons e per l’ipnotica psichedelia chitarristica dei Callas, mi alternerò quasi unicamente tra le due sale più grandi: uno dei motivi è l’inizio del Cardinal Fuzz Sonic Attack al Camp Stage ovvero un palco curato dalla fighissima cult label a cui si devono tante delle uscite che hanno ridefinito il concetto di psichedelia nell’ultima decade. Splendida poi la compilation ‘Stay Holy’ preparata appositamente per il festival in un godurioso lp splatter black & gold. I primi a far tremare orecchie e stomaco sono i grantici Dead Sea Apes: monolitici e desertamente dronici, sugli scudi. A seguire, forse il set più bello del festival, di sicuro il più spaziale: sul palco Simon Price, occhialuto chitarrista degli Heads e la sua creatura personale, Kandodo. Per l’occasione, dopo un set al Roadburn ad aprile come Kandodo3 assieme alla sezione ritmica delle “teste” Hugo Morgan e Wayne Maskell, tra l’altro ora anche asse portante dei nuovi Loop di Robert Hampson, e una release divisa con i Carlton Melton, la prima per la Creepy Crawl ovvera nuova label di Simon Leary già fondatore della mitica Rocket Recordings, stavolta i Kandodo sono addirittura in cinque come suggerito già qualche giorno prima: sul palco gli Heads al gran completo con in più Rich Millman, chitarrista dei Carlton Melton. Una chitarra arpeggiata, una dedita ai trip mediante effetti, l’altra, quella di Paul Allen, al volume e al noise, con il supporto di ritmica secche, semplici e detonanti. Davvero un attacco sonico come poteva essere quello tanto caro agli Hawkwind. Concerto enorme che ripaga anche la perdita di quello degli Hey Colossus in contemporanea al District. C’è tempo per un boccone, ancora un po’ di shopping vinilico e poi dritto a cambiare idea sui Cult Of Dom Keller e sugli Hookworms entrambi visti e non particolarmente apprezzati a Londra qualche mese fa, entrambi rivalutati con gran gusto: del resto sugli Hookworms non ho mai avuto troppi dubbi, semplicemente il loro set all’Oval Space fu abbastanza condizionato da un suono troppo impastato, hanno dimostrato di esser davvero cazzuti. Un breve accenno del set multimediale dei Vision Fortune come pausa e poi via al Camp, per i misteriosi, intergalattici Lumerians: tipo rivestire i Goat con residui di palle a specchi da discoteca o giù di là. Vola qualche strumento e qualche parola alla fine perché avrebbero probabilmente voluto suonare di più e sicuramente non sarebbe dispiaciuto a nessuno. Poco male comunque, guadagno la prima fila perché in fondo sono anche qui per loro, gli Heads, la band che più ho ascoltato e sviscerato nell’ultimo anno. E da dire non ho molto altro se non che hanno sfondato ancora timpani e confini dell’iperspazio con le massicce ‘Quad’ e ‘Long Gone’ fra le altre: assoluti, immensi e forse volutamente di culto. Sia come sia, là fuori c’è un video dove qualcuno si raschia le corde vocali sul finale per un “Mooooore!” sentitissimo che strappa un sorriso a tutti e quattro. Nota a margine: l’aver sacrificato anche il set dei nostrani Mamuthones ma va bene così. Infine, la ciliegina è una meta abbondante del concerto degli Spiritualized, con un Jason Pierce in forma smagliante, band, cori e quantaltro a pienissimi giri, facce felici tutt’intorno e gente che chiede pillole con nonchalance, una cinquina da rito alieno (‘Walkin’ with Jesus’, ‘Come Together’, ‘Take Me To The Other Side’, ‘Things Will Never Be The Same’ e ‘Take Your Time’ come bis) per spedire in orbita tutto e tutti: il Camp, il Furnace, tutto il Festival, tutti noi, tutta Liverpool, oltre le stesse e via, in un universo lontano lontano. PZYK!

Piero Apruzzese

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