Little Steven and the Disciples of Soul @ Villa Ada [Roma, 17/Luglio/2018]

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Il ricordo è ancora chiaro, limpido, vivo. Il compleanno dei miei 13 anni. Qualche soldino ricevuto come regalo in quel principio di estate del 1984. Una mattina di corsa nel negozio di fiducia, dal signore con i capelli bianchi, l’acquisto di ‘Voice of America’. Perchè il singolo-scheggia che iniziava con quelle tastiere da manicomio – ‘Out of the Darkness’ – non smetteva di girarmi nella testa. Alcune settimane dopo sarebbe uscito ‘Born In The Usa’. Un’altra storia, la stessa storia. Come nel “selvaggio west” (guarda caso proprio così ha recentemente descritto i primi anni ’70 vissuti in quella New York assieme a Bruce Springsteen), come in Tex Willer, Steve Van Zandt ha sempre rappresentato nell’immaginario personale un co-protagonista a cinque stelle, e allora se Clarence Clemons lo accostavo a Kit Carson, Miami Steve era sicuramente Tiger Jack. Per questo avevo deciso di concentrarmi anche e soprattutto su quei viaggi solisti che avevano dato già alla luce ‘Men Without Women’ nel 1982 e ancora prima una serie di ottimi dischi (da riscoprire) nei co-fondati Southside Johnny & The Asbury Jukes. Non ci fu troppo tempo, non avevo così tanta disponibilità, ripiegai successivamente nel vinile del progetto ‘Sun City’ (Artists United Against Apartheid) una delle tante battaglie (vinte) da Little Steven che non ha mai smesso di chiudere il pugno e protestare, combattere. Ma nel frullatore “rock” destinato alla massa, nella macchina della banalizzazione mediatica, l’artista americano è più o meno solo quello della E-Street Band, quello che ha fatto i “Sopranos”, dimenticando così oltre 50 anni di carriera iniziata addirittura nel 1964 dopo le solite folgorazioni ricevute dalla seminale British Invasion (Fab 4, Stones e Dave Clark Five a essere puntigliosi). Le bandane d’ordinanza (usate dal giorno di quel terribile incidente…), quella faccia da marpione, quella voce riconoscibile e quella band magnifica che al tempo mi vedeva parteggiare per il “mohicano biondo”, per Jean Beauvoir (già nei Plasmatics) che durò un paio di album prima di lasciare e decidere di camminare da solo (lo ritroviamo con chiunque in circa 250 dischi, oltre ai progetti Voodoo X e Crown of Thorns).

Il passato non torna più e oggi Stevie è a cavallo del “Soulfire Tour” dopo essersi divertito nel nuovo millennio con un programma radio di culto assoluto (Underground Garage) e aver aperto l’etichetta Wicked Cool Records, in aggiunta alle già ricordate scorribande come attivista, DJ, produttore. Il soul appunto, alla base dello show, alle radici in quei vicoli sudici di una New York mai dimenticata, grazie ad una band di 14 elementi assolutamente da circolettare di rosso vivo. Fenomeni. Alle 22 e per le successive due ore e trenta (!) l’orchestra sfavillante, il combo pirotecnico, la banda travolgente, l’incredibile manipolo di fuoriclasse darà vita ad un’esibizione da ricordare, irresistibile, attraverso la guida spirituale, per mano di Little Steven. Il 67enne è ancora integro, nella sua celebre tenuta d’ordinanza, non si risparmia come da tradizione, il sangue non mente, magnetico, carismatico. Oltre venti brani in scaletta che ripercorrono quasi quattro decadi di storia, un’autentica epopea, raccontata e tributata non solo in musica. Steven infatti si ferma a narrare, ricordare, presentare molti dei brani previsti. Che sono frutto di una scelta accurata, mai banale, mai noiosa. Una cavalcata nel mondo black, andata e ritorno, intervallata da frammenti solisti, da amori personali, da voglia di storicizzare e far conoscere, comprendere. Si giustifica così la scelta di Arthur Conley, dei Breakers, di Etta James, di Gary U.S. Bonds (collaborazione degli ’80 che viene ricordata con sincero affetto), perfino di Jimmy Barnes. Un fiume in piena, non c’è un attimo di sosta, e il suono esce corposo, potente, impeccabile.

Dicevamo dei Disciples of Soul. Un supergruppo clamoroso a partire dal “musical director” Marc Ribler, chitarrista di Brooklyn che si muove fin da ragazzo nella scena di Asbury Park, mille collaborazioni, navigata esperienza e l’incontro con Steven durante le registrazioni del ritorno discografico di Darlene Love. E poi il tastierista Andy Burton (già visto con John Mayer, Rufus Wainwright e Ian Hunter), il grande bassista Jack Daley (al fianco di Lenny Kravitz per circa 15 anni e un CV studio/live che parla anche di Michael JacksonBo Diddley, Iggy Pop, James Brown, Jay-z, Beyonce, Mick Jagger…), il batterista Rich Mercurio (Regina Spektor, Idina Menzel, Rachel Yamagata, Ben E. King…), la scoppiettante sezione fiati a cinque elementi (Ed Manion > Springsteen/Dylan/Allman Brothers + Stan Harrison > Bowie/Serge Gainsbourg/Talking Heads/Radiohead + Clark Gayton > Sting/Rihanna/Springsteen + Ravi Best > Ani DiFranco/Arto Lindsay + Ron Tooley > James Brown/Ono-Lennon/Jaco Pastorius), il percussionista Anthony Almonte (Kid Creole), le tre irrefrenabili coriste, valore aggiunto, un mix letale tra Pointer Sisters/Chaka Khan/Tina Turner ovverosia JaQuita May (che il magazine LifePeople ha definito “the voice of the soul”), Sara Devine e Tania Jones (Me’shell Ndegeocello). Ma non è finita perchè al piano (e mandolino) c’è il piccolo grande Lowell “Banana” Levinger storico membro dei mai troppo incensati (e dunque ricordati) newyorchesi The Youngbloods, la formazione di Jesse Colin Young e del compianto Jerry Corbitt, allo start intorno al 1965, fulminata dal successo del singolo ‘Get Together’, a muoversi nei binari del periodo ovverosia psichedelia e folk rock partorito direttamente dalla loro casa del Greenwich Village. Il tutto torna musicale. Siamo ancora qui.

La cerimonia continua. Miami Steve racconta con commozione il periodo dell’Asbury Park (“più o meno un posto come questo”) assieme a Bruce Springsteen e Southside Johnny (il padre del New Jersey Sound verrà successivamente ringraziato e omaggiato con un paio di brani tra i quali spicca proprio ‘Love On The Wrong Side of Town’), introduce Detroit citando le “personalità” nate in quella città (MC5, Mitch Ryder, Iggy Pop & The Stooges, la Motown Records e i suoi protagonisti), tiene una piccola lezione sul doo-wop e sulla conseguente nascita del rock’n’roll, celebra come se fosse nel suo programma radiofonico mentre lo show incalza e non ha segni di alcun cedimento, si tocca anche la Blaxploitation (risuonano nell’aria Shaft, Bobby Womack, Curtis Mayfield) onorata con una monumentale ‘Down and Out in New York City’ di James Brown. Poi ‘Ride the Night Away’ di Jimmy Barnes co-scritta proprio da Little Steven per l’album ‘For the Working Class Man’. Non manca la parentesi con la serie TV “Lilyhammer” (orgogliosamente ricorda il successo su Netflix) nella quale interpreta Frank Tagliano, e parte ‘Princess of Little Italy’,  poi verso il finale si torna agli anni solisti. Si balla infatti con il “mambo” di ‘Bitter Fruit’, immersione totale negli anni ’80, dal primo album arriva ‘Forever’, poi ‘Out of Control’ degli U2 (certamente ‘Boy’) e si conclude con ‘Out of the Darkness’, proprio come quel principio d’estate del 1984. 150 minuti di pura energia, sprigionati da quindici persone assolutamente in sintonia, divertite, sorridenti, con la magia, con un’alchimia difficilmente narrabile, ma certamente contagiosa. Lunga vita a Steve Lento, lunga vita.

Emanuele Tamagnini

Foto di Niccolò Matteucci