Litfiba @ Atlantico [Roma, 20/Aprile/2013]

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Sì, lo so. O lo immagino: ma come? I Litfiba? Quelli del “rivogliamo i vostri uuuaaaa!” (cit. Elio)? E perché no? Forse perché il buon Pelù ora incita a “scaldare le canne” tra la Carrà e Noemi nell’ennesimo, triste talent (quanto odio questa parola) show? Perché, a voler esser buoni, non hanno proprio nulla da dire da oltre 15 anni, da quando io sbarbatello comprai la musicassetta di ‘Mondi Sommersi’? Perché hanno provato a dirlo comunque, prima col pessimo ‘Infinito’, poi con l’uomo chiamato Cavallo alla voce, arrivando a suonare credo anche sul prestigioso palco della sagra del vino a Marino, infine con l’improvvisa riappacificazione, dopo una decade, tra Pelù – nel frattempo titolare di una carriera solista dai risvolti solo commercialmente gratificanti – e Ghigo Renzulli rimasto titolare del marchio, ripartendo in tour e dando alle stampe finora già un live, un nuovo album e un altro live? E forse anche per esser responsabili, forse non volutamente ma tant’è, di una certa immagine del rrruuuooock (in termini non propriamente positivi, non vogliatemene) in Italia? Sì, sì, ancora sì, proprio loro. E solo perché, in mezzo a tante reunion per cui tocca giocoforza turarsi il naso e bendarsi gli occhi per evitare i “se ne sentiva il bisogno?” e gli appunti su coerenza, necessità e mero bisogno di sesterzi in quantità, oltre all’ovvietà di non considerare quanto scritto sopra, per questo tour i Litfiba (cioé Pelù e Renzulli) hanno pensato bene di far pace anche con la parte più lontana e certamente più fulgida e interessante della loro carriera: quella degli inizi, di band fortemente influenzata dalle sonorità provenienti dall’altra sponda della Manica a cavallo tra gli anni ’70 e ’80, con germi tra punk, post punk, new wave e dark. Una reunion partorita lo scorso anno per ricordare uno che di quella band era parte, lo sfortunato Ringo De Palma, riabbracciando gli altri due componenti-fulcro di quella formazione: Antonio Aiazzi alle tastiere e Gianni Maroccolo al basso. E l’idea di suonare, come recita il titolo del tour, ‘Trilogia 1983-1989’, solo brani dai tre dischi di quella cosiddetta “trilogia del potere”: ‘Desaparecido’, ’17 Re’ e ‘Litfiba 3’ largamente considerati, nel complesso, superiori alla successiva produzione della band, opinione condivisa da chi scrive (soprattutto per i primi due titoli), anche per l’amore verso “i” suoni di “quel” periodo.

Insomma, ‘sticazzi di tutto, solo curiosità per riascoltare brani vecchi di oltre 30 anni, di nuovo cantati e suonati da chi quei brani li ha plasmati. Un punto a favore può esser l’aver scelto posti non esageratemente grandi per questo giro di concerti: certo, non proprio club da un paio di centinaia di presenti ma neanche l’Ippodromo di Capannelle, l’Atlantico è comunque sold out così come la seconda serata, prevista per l’indomani, aggiunta in corsa. Andiamo subito al risultato: a conti fatti, è stata una serata piacevole ma agrodolce. Già l’inizio è stato atroce: due brani (fantastici) come ‘Eroi Del Vento’ e ‘Tziganata’ rovinati da un bilanciamento sonoro orribile, con la maledetta chitarra di Renzulli a coprire il tutto. E, neanche completato il secondo pezzo, un blackout all’impianto con tanti minuti di stop, “alleviati” da un assolo del batterista Luca Martelli. Una volta ricominciato, le cose non sono migliorate, ancora di Renzulli la responsabilità di aver reso quasi inascoltabili anche ‘La Preda’, “dedicata a quello che doveva smacchiare il giaguaro!”, il sorprendente jolly di ‘Transea’ e ‘Istambul’: che grave delitto coprire, soprattutto su quest’ultimo brano, le tastiere di Aiaizzi mentre il basso tanto essenziale quanto tellurico di Maroccolo pulsa che è un piacere e lui stesso pare il più divertito. Lo scrigno sonoro di quei brani passa inevitabilmente da loro: a Pelù non si può chiedere di tornare a cantare come allora ma la sua prestazione va più che bene e il light show stesso, privilegiando luci più cupe, favorisce la suggestione di un’atmosfera plumbea, vero e proprio salto indietro di tre decadi, vuoi anche per un singalong dal pubblico limitato a livelli accettabili. Peccato per quella chitarra di merda e scusatemi il francesismo: quanti di voi sono saliti su un palco da adolescenti con una sei corde elettrica, vogliosi di sparare i volumi a mille? Ecco, Renzulli pare proprio quello che il volume deve averlo a 11 e, come se non bastasse, la sua chitarra ha solo quell’unico suono: non che sia un difetto ma abbassare anche l’intensità del distorsore aiuterebbe, soprattutto se basta sfiorare le corde per rendere inutile tutto il lavoro di Aiazzi, tanto esagerato è il volume.

Quando qualcuno, finalmente, si accorge di cotanto scempio e vi pone rimedio, il concerto vive la sua fase migliore: splendida ‘Guerra’, devastante ‘Apapaia’ in cui si può apprezzare anche la ferocia di quella chitarra, finalmente misurata e non più ingombrante, ‘Pierrot e La Luna’, “intrpretata” anche visivamente dalle movenze da mimo di Pelù, ‘Re Del Silenzio’, le scatenate ‘Gira Nel Mio Cerchio‘ e ‘Cane’, praticamente il meglio da ’17 Re’. E lo ripeto volentieri su quanto merito vada ad Aiazzi e Maroccolo, a fine concerto probabilmente il più acclamato dopo Pelù, nell’aver saputo riproporre, ben coadiuvati da Martelli, le intelaiature di questi brani. No comment sulle introduzioni e dediche prima di ogni brano, e in buona parte a sfondo politico (modalità “tiro al bersaglio”…), di Pelù, pure una costante del personaggio: impossibile capire dove la genuinità sfoci nella routine di questa pratica ma sospetto fortemente per quest’ultima ipotesi.

Dopo una pausa, si riprende con la seconda parte del set, dedicata ai brani da ‘Litifba 3’: francamente avrei preferito altri pezzi inspiegabilmente rimasti fuori dalla setlist come ‘Desaparecido’, ‘Lulù e Marlene’ e ‘Come un Dio’. Pur non disprezzando l’album in questione, l’excursus cronologico evidenzia bene la trasformazione dei Litfiba e di come tale disco sia stato il preludio all’evoluzione, non solo dei suoni, della band negli anni’90: Aiazzi e Maroccolo diventano quasi comprimari e le sonorità abbandonano la gelida Inghilterra per cavalcare nelle calienti praterie e nei deserti tra Stati Uniti e Messico. Beninteso: ‘Lousiana’, ‘Santiago’, ‘Paname’ restano pezzoni (e trattandosi dell’album più politico della band, ben vengano stavolta le introduzioni ai brani di Pelù) ma sono pur sempre parte di un cambio di rotta che avrebbe spostato il baricentro del suono verso la chitarra di Renzulli (finalmente accontetato!) e verso le doti più gigioneggianti dell’istrionismo di Pelù, ovviamente non solo a livello vocale, il ‘Su le mani!’ da showman consumato è una firma e stendo un velo pietoso sul patetico incitamento riguardo al ‘bisogno di iniziare una piccola rivoluzione’ invitando il pubblico a spogliarsi… Insomma, verso la fine a me è salita un bel po’ di noia e non ho proprio protestato alla decisione della band di non concedere alcun bis.

Una serata che ha tolto un po’ di polvere da un’epoca a buon ragione storica del rock italiano, nel bene e nel male. Decidessero di finirla qui una volta per tutte, i Litfiba chiuderebbero con un ‘Colpo Di Coda’. Tuttavia, si parla già di una possibile continuazione per nuovi progetti con la stessa formazione e con in mezzo uno come Maroccolo (di gran lunga quello con il bagaglio artistico migliore, anche per le sue esperienze da produttore) potrebbe uscirci qualcosa di buono. Ma, adesso lo dico io, ne sentiamo proprio il bisogno?

Piero Apruzzese

p.s. dedicato con affetto agli amici Antonio, Pierdavide, il bravo Mauro e il biondo litfibomane Francesco.