Lisa Germano @ Circolo degli Artisti [Roma, 2/Maggio/2007]

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Il focosissimo mese concertistico di maggio inizia con una punta di diamante, ovvero Lisa Germano, artista dal talento cristallino, in assoluto tra le più importanti degli ultimi venti anni. Nonostante ciò è ancora costretta a lavorare in una libreria a Los Angeles (ma lei è dell’Indiana) per vivere, diventando suo malgrado il simbolo dell’insipienza musicale dei nostri tempi in cui dall’altro lato deprecabili star e starlette fanno sfoggio delle loro sfarzose ville su MTV. Il Circolo per l’occasione si trasforma in una specie di salotto con qualche divano, qualche panca e un grosso tappeto su cui sedersi sotto il palco. Lisa suona alternandosi tra pianoforte e chitarra accompagnata dal suo bassista di fiducia Sebastian Steinberg, canta con la sua voce da ragazzina, soffice e fragile, non dimostrando affatto l’età che ha (ormai è alla soglia dei cinquanta). A volte non aspetta l’applauso del pubblico, suonando più brani uno dopo l’altro senza soluzione di continuità. La maggiorparte dei pezzi eseguiti fa parte dei suoi ultimi due lavori, “Lullaby For A Liquid Pig” e “In The Maybe World” (quest’ultimo inciso per la Young God Records di Michael Gira, che puntualmente Lisa ringrazia ed elogia dal palco). Sono però lavori che rappresentano una differenza sostanziale con gli album degli anni ’90, sono canzoni per lo più ispirate a un classicismo di fondo e soprattutto quasi del tutto prive di quella disperata necessità di esorcizzazione delle proprie angosce e paure che era la peculiarità di capolavori come l’album “Geek The Girl” ad esempio. Ma rimangono sempre brani di classe invidiabile come la commovente “Except For The Ghosts” dedicata alla tragica scomparsa di Jeff Buckley, o “Red Thread” col suo contraddittorio (contraddittorio come l’amore) ritornello (“Go to hell, Fuck you, I love you, I love you too”), o la dolcissima ed eterea “Into Oblivian”, o l’apparentemente spensierata “It’s Party Time”. La resa, nonostante il minimalismo della strumentazione, è ottima nonostante la mancanza del caratteristico suono spettrale del suo violino e di altri orpelli. Tra una canzone e l’altra si dimostra molto cordiale spiegandoci anche il senso di molte canzoni (tutte storie personali ma allo stesso tempo universali come la malattia del padre o la morte del suo gatto Miami-tutti). Ci parla anche dei suoi progetti paralleli come la collaborazione con Neil Finn sull’album/DVD live “7 Worlds Collide” o con gli OP8 (con Calexico e Giant Sand) prima di attaccare “If I Think Of Love”. Solo un episodio (“A Beautiful Schizofrenic” verso la fine del set) ci riporta alle atmosfere agghiaccianti dei primi album con un ritornello orecchiabile seguito da dissonanze oblique e stranianti: è questo il picco del concerto, finalmente riusciamo a sprofondare in quel cuore di tenebra che è la mente umana; una sola canzone vale un intero film di David Lynch. Rimane un po’ il rimpianto per la mancata esecuzione di altri vecchi brani che, nonostante l’ottimo livello delle canzoni più recenti, rappresentano con i loro psicodrammi qualcosa di unico, mai raggiunto da altri (probabilmente solo da Robert Wyatt in passato con il suo “Rock Bottom”). Ma va bene così, si vede che Lisa ora è una donna serena e siamo contenti per lei. D’altronde aveva ragione Orson Welles nei panni di Harry Lime quando nel film “Il Terzo Uomo” diceva: “In Italia con i Borgia per trent’anni hanno avuto guerra, terrore, assassinii e massacri; ma c’erano anche Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera hanno avuto amore fraterno, cinquecento anni di pace e democrazia e che cosa hanno prodotto? Gli orologi a cucù!”

Daniele Gherardi

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