Lightning Bolt + Zu @ Villa Ada [Roma, 4/Agosto/2016]

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Nella vita occorrono poche certezze ma buone. Fra queste: il festival di Villa Ada resta una delle migliori realtà dell’estate romana -solo nelle prime due sere di agosto ho potuto godere di una serata psych con gli sconvolti scozzesi Cosmic Dead e i nostrani Black Rainbows e Trans Upper Egypt e di una elettronica con Aucan e Ninos Du Brasil; gli anni passano ma i Lightning Bolt dal vivo restano una garanzia; gli anni passano ma gli Zu dal vivo restano una garanzia. E vedere entrambi sul palco vicino al laghetto è un altro piccolo sogno della categoria “concerti proibiti” che si realizza. Anzi, spazio a ulteriori spunti: improvviseranno un’orgia di free-jazz-math-core-noise insieme, magari sull’onda dell’estemporaneo trio Pupillo-Chippendale-Gustafsson già protagonista di un tour e con un album, ‘Melt’, da far sciogliere le sinapsi? Purtroppo no ma non si può aver tutto, pazienza: in fondo solo pochi mesi fa scrivevo ancora dei Lightning Bolt che avevano appena raso  al suolo l’Init (sarebbe il caso di dire che ci ho letteralmente messo la faccia) e, nonostante lo stordimento, trovavo il tempo di rimpiangere di aver perso quello ZuFest di una dozzina di anni prima con entrambe le band a incendiare lo stesso stage, accoppiata per la cronaca ripetuta pure a Verona nel 2008.

Luca Mai e Massimo Pupillo hanno ormai archiviato anche la collaborazione con Gabe Serbian che aveva generato la loro resurrezione dopo l’abbandono di Jacopo Battaglia e i successivi tre anni di silenzio e, pur avendo fatto il tifo per il mitico drummer dei Locust, bisogna ammettere che Tomas Järmyr è un innesto migliore e la band sembra tornata a pieni giri e con una voglia incontenibile tant’è che questo è già il quarto concerto a Roma con la nuovissima formazione solo dallo scorso ottobre. In effetti, bisognava pure celebrare le preziose ristampe in vinile di ‘Igneo’ e ‘Live in Helsinki’ curate da Tannen Records ed anche presentarsi la scorsa primavera in una singolare ma necessaria prestazione solo basso e batteria per un’accorata serata benefit: “speriamo non dobbiate più vederci così in due” aveva chiosato Massimo Pupillo quella sera, desiderio evidentemente andato a buon fine se stasera gli Zu hanno presentato nuovi frutti della loro ricerca con un sax di Luca Mai mai così squillante e un basso mai sentito così droneggiante e grave. Sembrano diversi e nuovi proprio i suoni e lo si evince dai cavalli di battaglia ‘Chthonian’ e ‘Ostia’, ascoltati troppe volte dal vivo per non notare una differenza, un “Dark side of the Zu” invitante: solo una allucinazione uditiva o una via d’evoluzione studiata con il nuovo innesto nordico? Aspettiamo e vedremo.

Per quel che riguarda la tempesta di fulmini dal Rhode Island, è la prima volta che vedo i due Brian su un palco così ampio, nulle le speranze di un guerrilla gig o anche solo di un bis fuori di testa come all’Init. E allora, complice un impianto dai volumi ultraterreni e cristallini, meglio ascoltare con tutta l’attenzione possibile, per una volta, le dissonanti cavalcate dei due Brian e porre particolare attenzione sulla perizia nel cesellare parti ritmiche alternati a saliscendi vorticosi. Occhio anche all’uso calibrato  e creativo di due set di pedaliere, tali da illudere che sul palco siano minimo il doppio. Nessuna concessione al trapassato remoto di ‘Ride The Skies’ e ‘Wonderful Rainbow’, neppure la solita ‘Dracula Mountain’, ma spazio soprattutto ai brani di ‘Fantasy Empire’: il top della serata va alla lunga e multiforme ‘Snow White (& The 7 Dwarves Fans)’, una dozzina di minuti di autentico frullato della ricetta Lightning Bolt, dai drumming al fulmicotone con assurdi cambi di tempo e bicipiti in tensione, la vocetta telefonica isterica di Chippendale, le ulcerose ripetizioni matematiche del basso, rimandate pure quando le dita scompaiono in shredding su tasti e corde più acuti. Ottimi anche i recuperi da ‘Hypermagic Mountain’, ‘Dead Cowboy’ e ‘Mega Ghost’ per l’ennesima performance al fulmicotone di cui l’unica lamentela sensata può esser solo relativa all’amaro in bocca per la mancata tempesta di polvere che un set in mezzo al pubblico avrebbe generato.

Pierdomenico Apruzzese

Foto dell’autore

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