Lightning Bolt @ Init [Roma, 14/Novembre/2015]

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Una metà settimana che ha visto Roma piena di eventi musicali come non capitava da tempo (Maserati, Flipper + Hugo Race & The True Spirit, Verdena, Swervedriver, American Electronics in Rome, Godspeed You! Black Emperor), drammaticamente proprio nei giorni segnati dai terribili attentati parigini con accento particolare all’assurda carneficina del Bataclan durante il concerto degli Eagles Of Death Metal. In qualche modo nulla sarà mai come prima ma andare avanti si può e si deve e dunque via, ancora sotto uno stage. Ventiquattro ore dopo lo splendido doppio set di Flipper accompagnati da David Yow e Hugo Race & The True Spirit, l’Init ha ospitato anche la calata romana dei Lightning Bolt, tornati sul luogo del misfatto dopo ben dodici anni, erano i tempi di ‘Wonderful Rainbow’ e l’occasione era un festival organizzato dagli Zu che solo a pensare alla lineup mi fustigherei e continuerei a chiedermi dove cavolo fossi e cosa avessi di meglio da fare allora. L’antipasto è sulla carta un ottimo trittico della declinazione del rumore made in Italy ma un banale ritardo mi fa perdere il set dei MalClango. In compenso, i Surgical Beat Bros, psicotico duo con gli inossidabili Reeks e Antonio Zitarelli, mi rimettono subito in pace col mondo. Unendo le rispettive esperienze, soprattutto con Germanotta Youth e Mombu, danno vita a una non digital hardcore fatta in casa, spasmi futuristici e violenza sonora che se Alec Empire stesso potesse ascoltare, magari si metterebbe alla ricerca di un batterista di livello e sfanculerebbe sequencer e sample vari. Il set di  Above The Tree & Drum Ensemble Du Beat, invece, pur iniziando con ottime premesse, si è dimostrato un po’ monotono:  due batterie, elettronica, ambient, drone  la formula proposta da un trio dalle vistose maschere da pollo (uno) e pappagallo (due) che alla lunga ha mostrato la corda ma pare abbia catturato l’attenzione dello stesso Brian Chippendale (quella di Brian Gibson prima, ma anche dopo, era tutta per due ragazze).

Gli anni trascorsi dal non esaltante e interlocutorio ‘Earthly Delights’ (tralasciando il recupero dell’apocrifo ‘Oblivion Hunter’ nel mezzo) ci hanno consegnato qualche mese fa dei Lightning Bolt che hanno scoperto le gioie del lavoro in studio con tutti i crismi tant’è che il nuovo e buonissimo ‘Fantasy Empire’, licenziato dalla Thrill Jockey dopo anni di fedeltà alla Load, suona benissimo e azzarderei come mai ha suonato un loro disco, perfino più avvicinabile benché difficilmente potrà portare nuovi adepti al culto del duo di Providence. Dal vivo, la novità è che abbiano deciso di abbandonare tout court la formula degli incendiari concerti in mezzo al pubblico che nel tempo è stato un po’ il loro marchio di fabbrica, almeno nei club, e un po’ mi dispiace avendo negli occhi ancora un memorabile set al Recyclart di Bruxelles qualche anno fa. Anche se, a onor del vero, l’ultima volta che ho goduto di un loro concerto, pur suonando sul palco (si trattava dell’ultimissimo set di una scatenato ATP Festival) non mancò di certo la ‘Wild Thing’ che caratterizza i loro show, con le giapponesine Afrirampo impegnate in pericolosi stage diving e un pogo che coinvolgeva tutta la sala compresi membri di Battles e Mars Volta fra gli altri. Tutto ciò non è mancato neanche stasera con l’energia mandata a mille già con ‘The Metal East’ in apertura e la sala piena che risponde visceralmente al drumming furioso di Chippendale e alla folle matematica rumorosa dei Lightning Bolt con bordate di sudore, gente a tuffarsi dal palco senza soluzione di continuità fino a un temerario che ha trascorso diversi minuti con la testa pericolosamente vicina alla grancassa della batteria. La miscela a base di stridente basso a cinque corde (di chitarra) con l’ausilio di qualche loop, tempi inclassificabili e la vocina ‘telefonica’ dall’ormai mitico microfono inserito nella maschera di Chippendale ha mostrato di avere ancora muscoli e foga, a giudicare dal numero di bacchette martoriate, e nuova linfa pur con tutti i limiti che tale proposta può avere e che i due, invece, continuano a sfidare allegramente tra math, noise, hardcore, con la novità di parti apparentemente più ragionate, reiterate e distese, prendendo molto alla larga tali aggettivi, momenti di calma apparente fra detonazioni soniche. L’appendice del liberatorio finale, con la band richiamata a gran voce e una formidabile invasione di palco insieme, tra gli altri, al collega nerd Marco per vivere la migliore ‘Dracula Mountain’ possibile proprio come ai “vecchi tempi”, tutti attorno ai due Brian cercando di non pestare la pedaliera di Gibson e non finire sul rullante di Chippendale, è stata la più goduriosa, selvaggia e divertente ciliegina sulla torta che potessi sognare. A me mezza drumstick debitamente firmata dai due e qualche livido, a Chippendale un abbraccio sudatissimo (con tanto di sollevamento del sottoscritto), a Gibson chissà se un asso di cuori o un due di picche, a serata e concerto quattro stelle più una per la pirotecnica conclusione.

Piero Apruzzese

Foto di e con l’autore

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