Liars @ Init [Roma, 17/Ottobre/2014]

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Mi imbarco all’INIT con tre cose principalmente per la testa: un ‘Mess’ che mi aveva entusiasmato per buona parte di inizio anno ma avevo poi dimenticato lentamente (è sulla voce “bulimia musicale”, ovvero croce e delizia del ventunesimo secolo) e mi aspetto si riscatti nella dimensione che più gli si addice. Poi la mente mi riporta subito al ricordo della loro performance in quella splendida cornice che fu il Primavera Sound 2013, accompagnato dall’esigenza di dover correre verso il palco principale, con il set dei My Bloody Valentine ad attendere dall’altra parte del Parc del Fórum, impellenza (giustificata, converrete) che mi fece perdere inutilmente qualche brano, siccome riuscii a raggiungere comunque le primissime file senza molte difficoltà. Ma specialmente l’idea piuttosto lontana dalla precisione che mi sono fatto della musica dei Liars. Perché di camaleontici alchimisti del suono ce ne sono stati tanti, anche all’interno della storia della musica pop(olaresca), ma non tanti hanno saputo fondere le velleità sperimentali in un personalissimo fil rouge: nel caso dei “Bugiardi” si tratta di una schizofrenia anarcoide tradottasi giocosamente nel tempo in urgenze punk, in istanze primordiali, in psichedelie noise e talvolta implosioni no-wave. Al mio arrivo ritrovo la sala ad ascoltare l’opening act, il producer nordirlandese Wife. Faccio in tempo a divertirmi a constatare le sue influenze più palesi: si passa dai Nine Inch Nails alla dub techno (Andy Stott), attraversando alfieri future garage come il James Blake più danceflooreccio, per finire su lidi persino trip-hop di scuola bristoliana, il tutto condito con dosi abbondanti di ethereal-wave. Gli ingredienti sono eccellenti ma purtroppo ne esce un prodotto finale non all’altezza: il suo set mi incuriosisce quanto basta per decidere di non voler successivamente approfondire. Comunque, oltre a farmi ballicchiare discretamente, ha anche l’aspetto positivo di farmi notare come rispecchi molto bene la tipica fauna dall’apparenza oscuro-ctonia dell’INIT, che in preparazione ai Liars comincia a lievitare grazie ad un’interessante fusione con nerd incorreggibili e splendidi quarantenni insieme al loro probabile bagaglio di reminescenze eighties.

Con l’ingresso di Julian Gross e Aaron Hemphill, rispettivamente alla batteria e al synth (ma si concederanno anche i posti al basso e alla chitarra, verso il finale), si sentono uscire dagli amplificatori le prime note e battiti di cassa, facendo così iniziare il main set. Dopo la comparsa in proscenio del frontman Angus Andrew, in uno scintillante k-way arancione fluo, ad intonare ‘Pro Anti Anti’, comincia il suo (personale) e nostro (collettivo) rito. Il quale prosegue su direzioni sicure in cassa dritta che trovano la mia predilezione: ‘Mask Maker’ precede ‘Vox Tuned D.E.D.’, i primi dei pezzi in scaletta che manifesteranno il collegamento implicito tra la techno e il krautrock, altro riferimento portante che unisce il sound della band nel corso della loro carriera (la quale attualmente risiede, non a caso, a Berlino). ‘WIXIW’ (tratta dal precedente ed omonimo album), ‘Boyzone’ e ‘I’m No Gold’ sono infatti rielaborazioni personalissime e tutto sommato ancora punk di suoni dancefloor-oriented, ed hanno infatti l’effetto di incentivare piacevolmente le movenze dei presenti. Poi ‘Can’t Hear Well’ ci ricorda per un attimo il sapore dell’aria in superficie, prima di ripartire subito per la parte finale tutta in discesa verso sotterranei ancora più tribali.

Infatti dopo ‘No.1 Against the Rush’, una (weird-)pop song perfetta nella produzione sonora e nella struttura, comincia la parte migliore: la sequenza ‘Mess on a Mission’ (devastante in versione live), ‘Brats’ e ‘Plaster Cats of Everything’ (dal disco d’esordio) ci uccide un po’ tutti.
 Ma è nell’encore che il club si trasforma in modo definitivo in un trip sciamanico: tratto da ‘Drum’s Not Dead’, in effetti il loro exploit più atavico, ‘Be Quiet Mt. Heart Attack!’ è il raggiungimento di una dimensione altra attraverso bordoni di Jazzmaster e percussioni che colpiscono il fisico bypassando elegantemente il cervello e la ragione. ‘Broken Witch’ è il delirio di kraut e rumore che fa muovere il corpo ormai inerme dagli intaccamenti della mente in un colpo di grazia finale. Appurato il fatto che, nelle loro metamorfosi tra psichedelie punk, sperimentazioni elettroniche di stregoneria ed oscuri tribalismi, non sapremo mai in quale solco gli (e mi) piace giacere in modo prevalente, siamo usciti dal locale abbastanza soddisfatti, dopo un’esibizione che, presentando il disco nella sua veste migliore, ha avuto il pregio di mostrare il lato più istintivo, divertente e divertito del complesso originario di Brooklyn. Non è poco, per fortuna.

Kenta Nakahashi

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