Liars @ Init [Roma, 15/Novembre/2007]

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Dopo tre lunghi anni di attesa e di false notizie di riapertura riesco di nuovo ad entrare in quello che una volta era il mio locale preferito di Roma. Ma non faccio neanche in tempo ad ambientarmi che puntualissimo sul palco inizia a suonare il trio (originario da Melbourne ma di stanza a Berlino) degli HTRK che, capitanati dalla mora Jonnine Davis alla voce e al timpano, propongono una no wave abbastanza convenzionale con feedback lancinanti di chitarra e basi elettroniche. Le atmosfere lugubri e germaniche delle litanie alla Nico e alla Patti Smith possono far pensare a un ipotetico concerto al CBGB’S negli anni ’70, ma siamo nel 2007 e siamo all’Init e francamente, a parte un viaggio a ritroso nel tempo e nello spazio, il loro breve set non lascerà durature tracce nella mia memoria.

Memore del concerto dei Liars dello scorso anno al Circolo deli Artisti (quello sì, davvero memorabile) mi accendo una sigaretta dopo l’altra all’aperto nell’attesa durante il cambio palco fino a che i tre si palesano. Ma c’è qualcosa che non torna. Chi cavolo è quel chitarrista dall’aspetto così ordinario? E dov’è Angus Andrew? I tre attaccano “We Fenced Other Houses With Bones Of Our Own” e dopo poco entra sul palco anche l’altissimo cantante in elegante completo bianco chiarendo che il quarto elemento è solo un chitarrista di supporto per poterlo affrancare dall’arduo compito di suonare (cosa che comunque farà a tratti alternandosi tra basso e chitarra) e sbraitare contemporaneamente. All’inizio l’impatto sonoro non è del tutto convincente, ma migliorerà dopo un po’, anche grazie al fatto di essere riuscito ad avanzare di 35 cm tra il pubblico giunto davvero numeroso. E’ un set diverso rispetto a quello dell’anno scorso, meno sperimentale, meno tribale e in un certo senso anche meno coinvolgente. E’ un concerto più convenzionale dove il formato canzone la fa da padrone. Purtroppo la resa live dei brani dell’ultimo omonimo album (“Houseclouds”, “Pure Unevil” e “Plaster Casts Of Everything”) non ha la stessa convinzione delle versioni in studio. Le cose vanno meglio durante l’epilettica “Broken Witch” e soprattutto sui tre brani estratti dal concept “Drum’s Not Dead” (“A Visit From Drum” che potrebbe ben figurare in qualsiasi album dei Radiohead, l’incalzante “Let’s Not Wrestle Mt. Heart Attack” e “Be Quiet Mt. Heart Attack” con la quale apriranno il bis). Angus non si agita come vorrebbe ma è comprensibile visti i suoi due metri di altezza: basterebbe un piccolo salto per procurarsi una dolorosa capocciata al soffitto. E’ comunque sempre molto divertente nelle sue movenze un po’ goffe e volutamente ridicole. Anche quello dei Liars è un set breve, forse troppo vista la sensazione di incompiutezza che ho alla fine, ma che probabilmente è dovuta soprattutto al gran bel ricordo del loro concerto dello scorso anno dove il clangore delle percussioni possedeva qualcosa di veramente magico. Sensazione che comunque non è sufficiente a ridimensionare un gruppo di fuoriclasse a cui l’estro non manca di sicuro e che finora non ha sbagliato un album evolvendosi e involvendosi (ma a ragion veduta) come nessun altro in questo decennio.

Daniele Gherardi

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