Liars @ Circolo Magnolia [Milano, 12/Maggio/2010]

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A Milano piove ininterrottamente da troppo tempo e nessuno ne può davvero più! Anche i posteggiatori (ma saranno in regola?) fuori dal Magnolia devono aver perso la testa, ora si paga ben 5 euro. Roba da pazzi. Dentro al Magnolia c’é già una discreta ressa e il merchandise dei Liars non offre nulla di che, in altre occasioni proponevano merce molto migliore. Sul palchetto interno del locale aprono il concerto i R.U.N.I. e appena li vedi ti viene da pensare a dei Devo andati a male. Partono bene con un suono ossessivo e meccanico e dei testi in italiano piuttosto nonsense, almeno da quel poco che ho afferrato, poi però alla lunga mi stancano ripetendo sempre la stessa formula. Grande impegno e cazzari al punto giusto, ma decisamente not my cup of tea.

Ci si sposta velocemente nel tendone esterno ed espettiamo i californiani Fol Chen. Non fossero mai arrivati sarebbe stato decisamente meglio. Si presentano tutti uguali e vabbeh… nulla di nuovo e le camicie fanno pure schifo. In tanti anni di concerti raramente mi é capitato di annoiarmi tanto. Musicalmente buttano nel calderone troppe cose: dance, funk, sperimentalismi vari e folk. Il tutto però sembra veramente poco amalgamato ed ogni singolo membro della band segue una strada differente. Quando va bene canta la tastierista, che tutto sommato é passabile, ma quando ci pensa il chitarrista ogni volta mi viene da svenire. Un miscuglio tremendo che si abbevera di Prince, vocalist emo del nuovo millenio (e ci siamo capiti) e slanci epici alla Matt Bellamy. Per quel che mi riguarda una proposta pretenziosa e fuori strada. Li eviterò come la peste. E gli applausi al minimo sindacale del resto del pubblico sembrano confermare.

Passano pochi minuti e si presentano sul palco i Liars. Formazione allargata a cinque ed ho subito un ulteriore mancamento quando noto il tizio dei Fol Chen sul palco con loro. I cinque attaccano con la drogata e percussiva ‘A Visit From Drum’ e la lenta e bislacca ‘No Barrier Fun’. Si nota fin da subito che gli atteggiamenti sempre sopra le righe di un tempo fanno parte del passato. Angus rimane comunque un frontman pazzesco: gran voce, magnetismo assoluto ed una disinvoltura a stare sul palco disarmante. Rimane un freak, ma non é più l’inquietante pazzo di un tempo. Il suono é davvero pieno e compatto e pezzi come ‘Clear Island’ e la sempre fantastica, anche se più prevedibile del solito ‘We Fenced Other Gardens With The Bones Of Our Own’ ne sono la dimostrazione. Bellissime anche la ninna nanna di ‘ The Other Side of Mt. Heart Attack e la delicatissma e commovente ‘Sailing To Byzantium’. Per non parlare delle tiratissime ‘Scarecrows On A Killer Slant’ e ‘Plaster Casts Of Everything’ che sono un gran bel calcio sui denti. Il set viene poi chiuso dalla narcolettica ‘Proud Evolution’ che lentamente, ma inesorabilmente ti porta alla deriva. Davvero un gioiello di canzone che mi porterò tranquillamente nella mia ipotetica top ten dei singoli dell’anno. In conclusione piazzano la devastante ‘Broken Witch’ da quello che a perer mio è il loro capolavoro: ‘They Were Wrong So We Drowned’. Puro tribalismo deviato e compulsivo. Set piuttosto corto come al solito e consueti mugugni a parer mio ingiustificati. In sostanza una buona scaletta in cui la band é stata estremamente professionale e diligente, mancando però di imprevedibilità ed eccessi vari. Qualche anno fa ci si poteva aspettare di tutto da un loro concerto, magari rimandone pure deluso, ora invece sono una band rodatissima che sgarra veramente poco. Me ne vado soddisfatto, ma con un po’ di malinconia per i tempi andati.

Chris Bamert

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