Liars @ Circolo degli Artisti [Roma, 30/Aprile/2006]

438

E’ cambiato molto dall’esordio disco-punk-funk (“They Threw Us All In Trench And Stuck A Monument On Top” del 2001) per il trio (ex quartetto) newyorchese dei Liars e guarda caso il cambiamento è avvenuto insieme all’avvicendamento della sezione ritmica. Quell’album, seppur bellissimo e arty era comunque un progetto fashion, che seguiva le mode del momento, ma che comunque si distanziava dagli epigoni coevi per la sua foga e la sua cerebralità. Col secondo album (“They Were Wrong So We Drowned” del 2004) il gruppo inizia ad allontanarsi da sonorità catchy e intraprende un percorso molto più sperimentale e allucinato prendendo come spunto la caccia alle streghe e approfondendo il loro lato più cupo e ossessivo in mezzo a rituali esoterici e litanie stranianti (fly, fly, the devil’s in your eyes shoot shoot!). Il loro ultimo lavoro invece (“Drum’s Not Dead”, simbolico concept album) è quello della definitiva consacrazione a “gruppo della madonna”, titolo a cui molti aspirano ma che pochi possono raggiungere! Il live al Circolo degli Artisti ne è stata la conferma.

Il frontman australiano Angus Andrew (partner di Karen O degli Yeah Yeah Yeahs, ndr) è uno spilungone barbuto alto quasi due metri, un vero animale da palcoscenico; indossa un pigiamino a quadri colorati e per scrollarsi il sudore di dosso pensa bene di agitare la testa per far piovere gocce copiose sui fortunati astanti in prima fila. Julian Gross, il batterista, indossa un abito da sera da donna in pailette dorate e strappato all’altezza del capezzolo sinistro in modo da apparire più come un cavernicolo kitsch che come un banale travestito. Il percussionista chitarrista Aaron Hempill sembra il più sobrio dei tre, perlomeno nel look e negli atteggiamenti, ma picchia sui tamburi come un ossesso. Ed è proprio il ritmo la peculiarità della loro esibizione, sin dall’inizio con singole e penetranti esplosioni di timpano effettato che fanno da cerimoniale introduttivo a quella che sarà un’esperienza catartica. Piano piano iniziano a nascere suoni sotterranei, il vulcano sta per esplodere e quando lo fa si rimane schiavi del ritmo, che nel frattempo è diventato ossessivo e tribale, e si è costretti a saltare come i Masai davanti ai turisti. Le chitarre e una disarticolata sezione elettronica fanno da cornice rumorosa e dissonante a questa danza moderna, la voce alterna urla strazianti a dolci e incantati falsetti. Ma è il Drum (non il tabacco) la sorgente di tutto con i due percussionisti che si intersecano vorticosamente alla perfezione. Il concept dell’album viene trasportato nella performance live in maniera egregia (così come tempo fa avevano fatto gli Animal Collective sempre al Circolo) ed è appagante regredire ad uno stato primitivo con i Liars che fanno da malefici sciamani di questo sabba.

Inutile dire che nessun pezzo (“Mr You’re On Fire Mr”, per dirne uno) di quelli più famosi viene suonato, come era facilmente prevedibile. L’ultimo brano del bis viene annunciato come una cover di una canzone di quindici anni fa, faccio un rapido calcolo e, chissà perchè, associo istantaneamente e inconsciamente (mica tanto visto la mia adolescenza grungettona) al ’91 l’album “Nevermind” dei Nirvana; alla prima rullata di batteria riconosco con somma soddisfazione ed esaltazione “Territorial Pissing”, uno dei migliori pezzi proprio di quell’album, suonata ovviamente a modo loro ma con lo stesso furore dell’originale. Che volere di più?

Daniele Gherardi

Commenta

Please enter your comment!
Please enter your name here