Liam Gallagher @ Fabrique [Milano, 26/Febbraio/2018]

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Siamo al mondo dalla stessa età che i romanzieri hanno ritenuto idonea per interrompere la vita di un messia, ma invece di moltiplicare bevande e prodotti ittici ci siamo trovati ad un passo dal moltiplicare le sciagure concertistiche. L’ultima trasferta musicale la tentammo lo scorso agosto, per l’Home Festival di Treviso, dove, tra gli altri, si sarebbe esibito Liam Gallagher, ma mentre eravamo all’altezza di Bologna scoprimmo che a causa di catastrofi climatiche quell’unica giornata di festival sarebbe stata cancellata. Visto che il leit motiv della nostra vita è quello di risalire subito in sella, una volta caduti da cavallo, ci siamo assicurati il titolo di ingresso per la data di cui vi parliamo, nei dieci minuti intercorsi tra la messa in vendita e il sold out.

Dopo qualche mese di attesa arriva il giorno, la sveglia suona, facciamo luce in casa e notiamo in giardino qualcosa che ricordiamo di aver visto solo altre due volte, nella nostra città. Un sorriso, una foto, un messaggio, poi una goccia di sudore freddo scorre sulla nostra schiena: il treno sarà in orario? amici sparsi nelle varie stazioni ci dicono che no, ci sono ritardi che arrivano fino a 400 minuti. Di nuovo, dopo Treviso, si prospetta una disfatta. Valutiamo bizzarre ipotesi di partenze automobilistiche poco intelligenti, finché una volta giunti in Stazione Tiburtina ci rendiamo conto che vige l’anarchia più totale e viene data a tutti la possibilità di salire sui pochi treni in transito, a prescindere dal biglietto che si possiede. Riusciamo così a sederci su un qualunque alta velocità Napoli-Torino speranzosi di arrivare in tempo, visto il buon anticipo. La velocità di crociera, fino a Firenze, ricorderà quella di un cammello, con i passeggeri provati, stipati, e a briglie sciolte che si esibiranno in un campionario di bestialità, dal must delle telefonate a voce alta alle sceneggiate teatrali, fino a un’intensa rissa verbale scatenata dal reiterato pianto di un bambino (!). Gli stereotipi del malcostume all’italiana ci accompagneranno fino a Milano, dove arriveremo circa sei ore e mezza dopo della partenza e ci rifugeremo in un taxi, non prima di essere stati superati, in coda e senza alcun senso, da altri due italioti.

Una volta approdati nella macchina bianca, in una città con un clima rigido ma senza l’amata/odiata neve, la strada sarà in discesa e riusciremo a giungere al Fabrique durante il live della band di supporto, The Sherlocks, da Bolton, Inghilterra, con all’attivo il solo LP ‘Live for the Moment’ e una proposta musicale ispirata alle radici del loro paese. Lo staff del locale, dal ritiro del biglietto di accesso, al guardaroba, fino alla sosta al bar per una meritata birra, ci farà subito riappacificare col mondo, con sorrisi e cortesia che dopo i momenti vissuti in treno apprezziamo ancora di più. Il gruppo spalla ha iniziato come preannunciato alle ore 20 e chiuderà la performance poco dopo le 20:30, senza particolari sussulti, lasciando il posto a un’interessante selezione musicale che ammicca agli appassionati della musica brit.

Alle 21 è il turno di un barbuto Liam Gallagher che nonostante sia un personaggio che non ti lascia mai tranquillo, stavolta non tarda a presentarsi, ricevendo un’accoglienza molto calorosa e cori inneggianti da stadio, per la sua prima data da solista nel nostro paese. Ai tempi della battaglia delle band siamo sempre stati per i Blur e tuttora riteniamo la loro produzione di qualità superiore a quella degli Oasis, ma il quarantacinquenne di Manchester con ‘As You Were’ si è rilanciato alla grande, per la critica, ma ancor di più per il pubblico, con la prova inconfutabile del numero 1 nelle chart UK e il record di vendite per i vinili nella prima settimana dall’uscita del disco. Gli bastano pochi istanti per confermarci che sa tenere il palco come pochi altri. Arringa la folla, gli sbatte in faccia la sua espressione da attaccabrighe, posiziona le mani dietro la schiena, nella sua iconica posa, e parte con ‘Rock’n’Roll Star’, quello che è lui e quello che fa sentire di essere, almeno per una notte, a chi canta a squarciagola sulle note del brano della sua band originaria. Abbiamo assistito a concerti in cui il pubblico si sintonizza sulle onde degli artisti solo da un certo punto in poi, altri in cui il distacco rimane per tutta la durata dell’esibizione, in questo caso bastano cinque secondi per rendersi conto di essere parte di qualcosa di speciale. Sul palco insieme a lui ci sono due chitarre (una imbracciata da Jay Mehler, membro della tour band dei Kasabian), il basso di Drew McConnell dei Babyshambles, tastiera e batteria, ma anche un grosso rettangolo bianco con la scritta nera ROCK’N’ROLL, unico elemento di scena oltre a quelli funzionali e a delle luci piuttosto anonime. Il frontman berrà solo acqua e canterà meglio di quanto ci ricordavamo dall’ultimo concerto con i Beady Eye. La setlist è ben congegnata ed equamente divisa tra otto pezzi tratti dal primo disco solista ed altrettanti dalla produzione Oasis. I più apprezzati tra i nuovi saranno il singolo anticipatore ‘Wall of Glass’, quello che ha fatto capire che Liam era tornato sul serio, e ‘Come Back To Me’, forse la più vicina come atmosfere ai pezzi di inizio carriera, insieme a ‘For What It’s Worth’, un brano in cui il cantante (e ora anche autore) si cosparge il capo di una tonnellata di cenere per tutte le persone che ha fatto star male, con un pubblico che canta come fosse già un nuovo classico. Tra le perle del passato ’Morning Glory’, ‘Some Might Say’ e ‘Wonderwall’, lasciata cantare in ampia parte al solo pubblico, meritano la menzione d’onore, producendo ovvi singalong, mentre l’encore, dopo una rapida toccata e fuga dietro le quinte, sarà composto dal manifesto ‘Cigarettes & Alcohol’, per il quale verrà chiamato il feticcio oasisiano Bonehead sul palco, e l’epocale ‘Live Forever’. Poi Liam e la sua band spariranno in un batter d’occhio, mentre noi daremo un’occhiata all’orologio. Un’ora e undici minuti. Tempi da festival, ma l’intensità dello show, nonostante sia stato senza fronzoli, ci ha appagati pienamente. Problemi degli altri se per giustificare il prezzo del biglietto o performance poco notabili devono stupire con la durata, problemi lontani anni luce da quello che oltremanica è chiamato Our Kid.

Andrea Lucarini