Les Grys-Grys @ Trenta Formiche [Roma, 8/Febbraio/2018]

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C’è stato un momento, un’epoca, un tempo assai dilatato che in questa città concerti come questo erano all’ordine del giorno. E su queste pagine la cronaca di quegli eventi è stata fatta quasi capillarmente, con estrema gioia e dedizione giornalistica. Il garage rock. Punto e basta. Senza derivazioni, inflessioni, alterazioni, maledetti trendwagon, fottute mode del cazzo che oggi sembrano aver pervaso, stordito e quindi rincoglionito una gran parte di giovane popolazione pensante in attesa in fila indiana al tornello della felicità. Come conseguenza di una discutibile attualità musicale, Roma pare essersi tarpata le ali mettendosi sulla testa un filtro contro la buona proposta, il bel concerto, il gruppo che vale. L’80% di ciò che suona dentro le nostre mura millenarie è già visto, già rivisto, già sentito (ci sono artisti che suonano ciclicamente anche ogni 3 mesi), sostanzialmente deludente, di massa e semi-massa, sciatto e incolore, vecchio o peggio ancora sorpassato. Uno scenario post-apocalittico dove a salvarsi è dunque solo qualche goccia di un proverbiale mare di merda. In questo “poco” schegge rock’n’roll come quelle dei cinque francesi di Montpellier Les Grys-Grys appaiono certamente salvifiche, proprio perchè libere, leggere, genuine, prive di angoli smussati e sovrastrutture da circo equestre. E poi non dovrebbe mai mancare ad un appassionato la curiosità di scoprire. Anche se superati da parecchio gli “anta”, anche se a casa ti aspetta una famiglia allargata, anche se quella fastidiosa spia della macchina rimane sempre accesa, anche se ad occupare il tuo cassetto dei sogni sono sempre più spesso le bollette da pagare, anche se fuori piove e il cielo è quello del mesetto corto e maledetto. Roma agonizzante, Roma sorprendente. Dopotutto basta saper scegliere. 30 minuti dopo le undici i cinque giovani scapigliati transalpini occupano per intero il palco del prezioso 30 Formiche dinnanzi ad una nutrita partecipazione di pubblico. E come per incanto si scoperchia subito il venerato sarcofago della British Invasion. Garage rock sostenutissimo, matrice sixties certificata, senza pause, come un treno a sbuffare, a bruciare note, come se Don Craine avesse finalmente avuto la benedizione di Mick Jagger, come se Phil May e Dick Taylor si fossero improvvisamente ritrovati a parlar francese, come se il tempo non fosse passato mai. Retromania vintage, second hand vibes, fruscii di fondo, sudore e anima. Wild horses couldn’t drag me away. Wild, wild horses couldn’t drag me away…

Emanuele Tamagnini

Foto dell’autore

 

 

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