Lee Ranaldo @ Chiesa Evangelica Metodista [Roma, 29/Ottobre/2014]

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Chi se lo scorda, adesso, quel 7 luglio del 2007? A pochi anni da un’inevitabile separazione, i Sonic Youth incendiavano la cornice gloriosa del teatro romano di Ostia Antica eseguendo ‘Daydream Nation’ per intero, nel loro ultimo (direi) concerto da queste parti. Io quella notte non ero lì. Chissà dov’ero. Mi vergogno anche un po’ ad ammetterlo ma, allora, la gioventù sonica la conoscevo poco e niente, troppo poco perché fossi spinto a lasciarmi Roma alle spalle e raggiungere quel luogo in quella notte di tormento ed estasi. Potete immaginare come mi sia sentito di lì a poco, quando iniziai finalmente a scoprire Moore e compagni. Il caso ha voluto che il contesto sia ugualmente monumentale stasera per l’esibizione di uno dei protagonisti di quella notte. Ho conosciuto la Chiesa Metodista in occasione del concerto di Pan American aka Mark Nelson, e tornare qui riserva sempre piacevoli sorprese. Oggi vengo parzialmente a patti con quel concerto di sette anni fa, andando incontro al volto sorridente di Lee Ranaldo. I ragazzi di Indie for Bunnies, tra gli organizzatori di questa serata in acustico, sono di una cortesia quasi imbarazzante nel dare indicazioni e informazioni su tutto, bagni, orario di esibizione, ecc. Le luci rosso sangue si stagliano già sulla volta della chiesa a disegnare scenari spettrali, e le prove del tecnico luci intaccano appena quel macabro fermo immagine. Solo una pedana di legno e una sedia, due microfoni e le chitarre, non serve nient’altro. E ovviamente le panche strapiene in attesa.

Lee arriva intorno alle dieci, con la sua camicia a quadretti e l’inconfondibile zazzera brizzolata. Sembra essersi conclusa la fase più sperimentale del suo excursus solista che, dalle peregrinazioni chitarristiche in loop sulla scia del mentore Glenn Branca, è approdato a una fase più intimista e cantautorale, più orecchiabile. Sempre care gli furono le accordature aperte, però, anche questa stasera protagoniste sul manico della chitarra. Oltre ad apparirlo, il chitarrista si dimostra molto gentile e disponibile, molto vicino al pubblico, e ben disposto alla chiacchiera. Ogni pezzo viene introdotto da una breve storia, un piccolo aneddoto, un resoconto, una spiegazione. E si comincia con ‘Tomorrow Never Comes’. La scaletta riflette la svolta acustica di Ranaldo, con brani pescati quasi esclusivamente dall’ultimo ‘Last Night On Earth’, con qualche incursione nel precedente ‘Between The Times And The Tides’ e un paio di cover. La chiesa favorisce il raccoglimento e il silenzio è tale quale il facile gioco di parole, a parte la caduta (accidentale?) di qualche bottiglia di birra vuota ogni tanto, che spezza e rovina l’atmosfera (mi dico: era così necessario dare direttamente le bottiglie invece di versarne il contenuto in bicchieri di plastica? Mah…). L’intro di ‘Off The Wall’ ricorda le armonizzazioni ossessive e ripetitive dei Sonic, salvo poi sfociare in un brano pop allegro e con venature psichedeliche. Le accordature aperte di Ranaldo costruiscono un certo wall of sound, se mi si passa l’espressione in un unplugged, con il pedale ad aggiungere delay e riverberi all’impasto sonoro. Per il titolo ‘Key/Hole’ il chitarrista ci lascia immaginare le associazioni mentali che vogliamo, e cominciamo a vedere alcune dei “fuori programma” dell’esibizione. Da sotto la sedia spunta a un certo punto un archetto che Ranaldo usa per sviolinare sulla chitarra alla ricerca di un esito noise che, nonostante l’assenza di amplificazione, alla fine arriva puntuale e squillante. Nostalgia dei vecchi tempi. Ci spiega, all’inizio di ‘Lecce, Leaving’, che il brano è stato scritto effettivamente in memoria di una vacanza con la famiglia nella provincia pugliese. A un certo punto del pezzo, plettro in bocca, Ranaldo afferra e comincia a scuotere una campanella, in occasione di una delle tante fughe chitarristiche. ‘Angles’ è dedicata alla storica compagna Leah Singer, mentre ‘Last Night On Earth’ e ‘Home Chds’ sono ispirate a un blackout di settimane avvenuto nell’area di New York in seguito al passaggio dell’uragano Katrina, durante il quale numerosi quartieri sono rimasti nell’isolamento più totale, e senza telefono né elettricità. L’atmosfera è sognante, sospesa, detonante: le accordature aperte fanno il loro dovere (tanto semplice come appoggiare un pollice sul manico) e le cavalcate danno all’esibizione quel pizzico di dinamica e convulsione che a volte mancano in acustico. ‘Ambulancer’ è tra i momenti più toccanti, e non ci facciamo mancare neanche una bella cover di ‘Bushes And Briars’ di Sandy Denny. Di ritorno sulla scena per i bis, Ranaldo ricorda Lou Reed, scomparso esattamente l’anno scorso, con una versione molto sincera di ‘Stephanie Says’, inclusa nella raccolta ‘Fifteen Minutes: A Tribute to the Velvet Underground’. La degna conclusione è affidata alla sinistra ‘Xtina As I Knew Her’, potente ed evocativa. Difficile uscire da queste sessioni con l’amaro in bocca. Le saltuarie imprecisioni non scalfiscono l’esibizione del chitarrista ex-Sonic Youth, che tiene il palco in solitaria da navigato e appassionato cantore. Ci invita a fare un salto al banchetto dei CD, anche semplicemente per un saluto. E chi se lo fa ripetere? Neanche il tempo di alzarmi e arrivare lì che lui è già arrivato: una scheggia. Concede autografi, foto e selfie, sempre col sorriso tra le labbra e la battuta pronta. Comprare ‘Acoustic Dust’ è il minimo che possa fare. Un signore, oltre che un grande artista.

Eugenio Zazzara

Foto dell’autore

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