Le Luci Della Centrale Elettrica @ Circolo degli Artisti [Roma, 16/Marzo/2011]

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Il Metodo Stanislavskij applicato al cantautorato. Vasco Brondi soffre, non fa finta, soffre per davvero. La sua Hollywood però si chiama Ferrara, dove le limousine sono biciclette, dove le parole hanno il compito di cercare di alzare qualche barriera per difenderti dalla grande pianura che non ti concede nessun rifugio dai pensieri cattivi. Tra i cantautori under 30, lui che è del 1984, è quello che meglio rappresenta quella che i sociologi dall’alto delle loro scrivanie lucide hanno chiamato “boring generation”. Il progetto Le Luci della Centrale Elettrica in questa fase ha acquistato una batteria (super accessoriata di campanelli, attrezzi da meccanico, bidoni, e altri hop-hop-gadget) mentre restano il violino e la chitarra elettrica che fa i suonetti anche se non ci sono più Rodrigo D’Erasmo e Giorgio Canali a suonarli. Rispetto a come si sentono sull’ultimo disco ‘Per ora noi la chiameremo felicità’, i brani hanno quindi ulteriori suoni aggiunti, che forse era il caso di mettere anche su disco. Anche se  personalmente credo che il massimo della potenza Vasco la raggiunga da solo chitarra acustica e voce: magari passando da un estremo all’altro.

L’interpretazione vocale è bella esasperata, e se un paio di volte si va fuori metrica anche chissenefrega, questo è uno dei punti che più mi piace del progetto: punta su cose che sono considerate anti-musicali, pochi utilizzerebbero l’aggettivo “consanguinei” dentro una canzone, pochi canterebbero fottendosene dell’intonazione e pochi userebbero strutture che sembrano fatte di pongo: non ci sono strofe, ritonelli, ponti, incisi, reprise, special. C’è una storia da raccontare per immagini, e due accordi. E la cosa funziona. Circolo sold-out qualche ora prima del concerto, per questa prima delle due date, si parte con oltre mezz’ora di ritardo sull’orario previsto: 21.30, anche perchè molto pubblico se la prende comoda, pubblico prevedibilmente giovane, e prevedibilmente universitarialternativeggiante. Sul palco uno dei protagonisti è lo scotch: scotch sulla cassa della chitarra acustica comprata a rate per scriverci sopra “LE LUCI DELLA CENTRALE ELETTRICA”, scotch sulla buca della cassa della chitarra di prima per evitare i feedback, scotch sui lati per fissare il jack che è collegato a un single-coil tenuto con lo scotch. La voce è un alternanza di microfono naturale e microfono megafonata e i due microfoni che sono tenuti sulla stessa asta dallo scotch.
Il primo set dura cinquanta-minuti-cinquanta. E Vasco lo suona sempre con la stessa chitarra nella stessa posizione centrale ma 5 passi indietro rispetto al proscenio, quasi a volere tenere le distanze. 10 canzoni: ‘Cara Catastrofe’ – ‘Piromani’ – ‘Per respingerti in mare’ – ‘L’amore al tempo dei licenziamenti dei metalmeccanici’ – ‘Fuochi artificiali’ – ‘Quando tornerai dall’estero’ – ‘Trafitto’ (cover CCCP) – ‘La lotta armata al bar’ – ‘Anidride Carbonica’ – ‘Per combattere l’acne’.

Su alcuni brani, anche alcuni dei nuovi, c’è un effetto karaoke che sembra far felice il signor Brondi. Pochi conoscono l’omaggio fatto a Lindo Ferretti e al suo modo di cantare che è stato studiato molto dal protagonista della serata. Molti sono rapiti dalle parole che riesce a scrivere Vasco, parole che non mi metterò a citare perchè scegliere i versi migliori in questi due dischi è veramente dura. Tra una canzone e l’altra ci sono rumori di traffico, vociare di locali, o la voce registrata di Leo Ferrè (che è citato anche nel titolo del nuovo disco). Il bis di tre canzoni: ‘Una guerra fredda’ – ‘I nostri corpi celesti’ – ‘Le ragazze kamikaze’, altra chitarra acustica con dei disegni che riprendono la copertina del disco, i cinque passi ad effetto per prendere il procenio dopo tanto e tanto fondo palco, la buonanotte, i ringraziamenti, e l’uscita. Per poi tornare in solitaria dopo essere stato richiamato a gran voce per un’ultima perla: ‘La gigantesca scritta COOP’. 15 euro per un’ora di concerto, forse ci si aspettava qualcosa di più. Ma esci e sei contento di aver visto all’inizio del suo percorso questo ragazzo, a cui senti di dovere rispetto per le cose che scrive, sperando che cresca senza lasciarsi schiacciare dal personaggio che pubblica su un libro i post del suo blog, che dice le presentazioni preparate delle canzoni tipo: “questa è una canzone che dice che a volte i periodi neri possono essere bellissimi”, e che finirebbe per diventare inevitabilmente una sorta di Federico Moccia degli universitari-alternativi (e quindi stare sulle palle anche all’altra metà del pubblico che attualmente lo ama). Spero che trovi il modo di raccontare storie in cui si soffre un po’ meno e si urla per qualche altro motivo.

Giovanni Cerro

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