Lauryn Hill @ Auditorium [Roma, 13/Luglio/2015]

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Ho fatto di tutto per essere presente e puntuale nella sempre più accogliente Cavea dell’auditorio romano. Una sorta di Bond-girl senza licenza di uccidere ma solo con l’estrema voglia e curiosità di assistere ad un “evento”. Perchè è in questi termini che dobbiamo parlare del concerto dell’artista americana non fosse altro per l’incredibile attesa, per l’eco durata mesi, per il tutto esaurito, per il masticato chiacchiericcio lievitato intorno senza soluzione di continuità. La domanda se la sono fatta in tanti: perchè tutta questa eccitazione per una Lauryn Hill rimasta discograficamente al palo da 17 anni? Perchè tutto questo clamore per una Lauryn Hill fuori da così tanto tempo dalle cronache musicali e invischiata invece in altre ben più imbarazzanti? I Fugees sono stati veramente così amati e nodali negli anni ’90? Si, se nel libro del glorioso passato sono incastonati due album come ‘The Score’ e ‘The Miseducation of Lauryn Hill’. Milioni, premi, successo, cinque stelle e unanimità. Questa la risposta che ho avuto da alcuni amici, da qualche collega di traverso, da alcune persone sedute accanto a me in questa serata che non sarà poi così splendida come avevo immaginato.

Perchè come in un deleterio gioco mentale mi son posta una serie di altre pericolose domande. I presenti sapranno di che nota griffe è il vestito che indossa la Hill? I presenti ricordano con precisione la cifra in dollari della sua enorme evasione fiscale? I 40 anni da poco compiuti non pensate siano portati malissimo? L’inizio di concerto seduta in versione unplugged non è stato di una noia biblica (seppur ci sia stato un rispettabile omaggio alla splendida Sade con ‘Love Is Stronger Than Pride’)? La frenesia rivolta continuamente alla sua numerosa band non vi è parsa tremendamente sfiancante? La voce siamo sicuri sia ancora quella ammirata nei due fortunati dischi pubblicati due epoche fa? Il tributo troppo tributo a Bob Marley è un atto d’amore verso i figli avuti dell’ex-compagno Rohan Marley? Poi ad un certo punto ho smesso. Perchè il concerto nella “seconda parte” è diventato il solito party all’aria aperta. La gente spinta sotto il palco, il divertimento, l’infatuazione a colpi di classici di repertorio (si quello di 17 e passa anni fa), il fascino indubbio di un artista ora certamente più sciolta e a suo agio (forse), il decisivo apporto di band e coristi che nascondono con estremo mestiere qualche fatica vocale di troppo, l’atmosfera gioiosa del soul made in USA che non teme comunque rivali. Alla fine i crediti parleranno di Sade, Marley, Wonder, Simone, Fox/Gimbel vedi Flack, fino a D’Angelo se vogliamo calcolare la collaborazione (quella collaborazione di tanti e passa anni fa) e ricordare con piacere la recente resurrezione romana del “Messiah color nero”. Nell’insieme Lauryn Hill non mi è dispiaciuta, senza l’insieme rimangono dubbi grossi come la borsa della frenetica signora in verde che mi colpisce al basso ventre mentre tenta di guadagnare l’uscita con uno scatto degno di una centometrista giamaicana. E pensare che io Marley non l’ho mai digerito.

Silvia Testa

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