Langhorne Slim @ Init [Roma, 23/Aprile/2010]

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Avete perso il lavoro ma vi resta ancora una certa dose di sicurezza in voi stessi da non farvi abbattere? Siete innamorati/non ricambiati ma continuate a non mollare? Vi va di fare un viaggio banalissimo on the road con lo zaino per le campagne del Wisconsin (sempre che ci siano poi le praterie nel Wisconsin)? Volete passare una serata a sbucciare le castagne mentre vi guardate e riguardate la vostra amata che legge assorta Brecht? Ecco, Langhorne Slim è quello che fa per voi. Mi innamorai di questo spilungone di New York l’anno scorso a Palestrina. Una vera sorpresa! Pensai: cosa avrebbe mai potuto combinare questo tipo con una chitarra acustica se non noia assoluta? E invece fu una serata divertente e spensierata. Bella. Che non ho più dimenticato. L’idea di rivederlo mi ha arrapato sin da subito. Ha fatto due dischi fotocopia il vecchio Slim, e son belli tutti e due, ma se avete gli spiccioli solo per uno prendete pure il primo, ‘Langhorne Slim & The War Eagles’. Ci passerete ogni momento semplice e sincero dei vostri giorni. Niente testi filosofici, niente tristume, cuori rotti certo a volontà, amarezza, nostalgia, ma sempre bilanciate con voglia di dimenticare il tutto come un ballo sotto le stelle in estate.

Pochissima gente per Langohorne, (bravi pollastri andate sempre ai soliti gruppi che vengono ogni due mesi) ma a me va bene così, non mi piace condividere con troppa gente le mie passioni segrete e poi meno gente mi avrebbe visto ballare in quel modo… Sono in quattro stavolta i musicisti mentre a Palestrina erano in due. Oltre al batterista, figlio di quello dei Violent Femmes (ringraziamo Daniele “enciclopedia” Gherardi per la precisazione), ci sono un contrabasso e un tastierista/banjista. Come l’altra volta l’inizio è soft ma è solo la prima canzone, perchè subito dopo Langhorne, supportato proprio da questo grande drummer e da un banjo suonato rusticamente, inizia le sue scorribande: ‘She’s Gone’, ‘Restless’, la nuova e strafottente ‘Cinderella’ (l’ho chiesta io ma l’avrebbero fatta lo stesso), la dolce amara ‘Worries’ che è indubbiamente, incomparabilmente il suo brano più bello (“maybe blues eyes ore more of my style, I don’t know/ but I’m willing to try/ maybe I’m dumb for making you smile, I don’t know/ but, I will in a while/ we passed a graveyard and held or breath/ we better kiss/if we are getting closer to death”). Langhorne Slim si diverte, ride, saltella, marcia da fermo e i suoi compari non sono da meno. Il tastierista fa volare le mani, così come il contrabassista che picchia le sue corde quasi a volerle togliere. Spettacolo a parte il batterista con i suoi ritmi saltellanti. C’è spazio anche per la parte più intima con due brani per chitarra e voce con il solo Slim sul palco: ‘Hummingbird’ e l’altra non la ricordo. Anche da solo e con delle canzoni struggenti riesce a coinvolgere per il semplice fatto che sa come scrivere una bella canzone e non è mai banale. Però è la sua parte più godereccia che ci piace, quando cercano tutti di andare più veloce dell’altro come in ‘Tipping Point’. La gente si diverte, ballano tutti, si prendono sotto braccio, il country di Slim è sincero e buffo. Si rimane con dei sorrisi idioti a ogni fine brano. Esce, ritorna, lo invochiamo, gli vogliamo bene, ci fa quattro bis, chiude con ‘I Love You But Goodbye’ ma dopo un rapido conciliabolo decidono di farne ancora un’altra, ‘The Honeymoon’ (ma posso sbagliare, ero intento a ballare da cretino); ce la suonano perchè non abbiamo nessuna voglia di lasciarlo andare via. Scanzonato e irriverente, umile e dolce, Slim mi regala una serata che non dimenticherò. (“All I wanted was a good song and a fair friend” Colette) Tutto quello che avevo stasera pure io.

Dante Natale