Lana Del Rey @ Palalottomatica [Roma, 6/Maggio/2013]

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Anche i ricchi piangono. Non avrei mai pensato di dover scomodare il titolo di una telenovela messicana in gran voga nell’Italia degli anni ’90 per descrivere un live, ma è proprio quando senti di avere ormai la giusta esperienza per capire in anticipo come andranno le cose che vieni puntualmente spiazzato. Ma andiamo con ordine: molti di voi ricorderanno l’esibizione di due anni fa di Lana del Rey al Saturday Night Live, importante trasmissione televisiva americana nel corso della quale la cantante, in preda ad un attacco di panico o qualcosa di molto simile, iniziò a perdersi le parole di ‘Videogames’, stonare su ogni nota e tremare come una foglia. La conseguenza diretta, all’epoca, fu la sospensione delle date già previste del suo tour, per un periodo da dedicare alla risoluzione di quello che in Spagna chiamano miedo escénico. Così arriva a Roma, un anno e mezzo dopo quella performance che gli costò miriadi di critiche nel suo paese d’origine, per una tappa del suo “Paradise Tour”, a supporto dell’omonimo EP inserito nella versione deluxe del suo album d’esordio ‘Born To Die’, che ha venduto ben 3 milioni e mezzo di copie nel mondo e che l’ha portata, nel tempo che ci vuole per un ritocco dal chirurgo, da fenomeno indie a icona pop mondiale, venerata dai fan ed onnipresente sulle copertine dei magazine di tutto il globo, anche se, a onor del vero, più su quelli specializzati in moda e costume che in quelli musicali.

Nella data centrale del suo trittico nel Bel Paese (venerdì scorso era stata a Torino, martedì sarà a Milano) scatta qualcosa in lei, nuovamente durante l’esecuzione di ‘Videogames’, penultimo brano in scaletta e traccia che l’ha portata ad un successo forse troppo grande per una ragazza con la sua emotività: inizia male, si perde le parole, stecca ripetutamente e dopo qualche secondo smette del tutto di cantare (mentre i musicisti continuano a suonare come fossero l’orchestra del Titanic) chiedendo al pubblico di farlo per lei: “I’m tired and I need that you scream for me”, questa la sua accorata richiesta. Per sua fortuna può far affidamento su dei fan talmente devoti da aiutarla a concludere in qualche modo il brano ed applaudirla più che mai al termine dello stesso, per farle sentire affetto e cercare di donarle un po’ di quell’autostima di cui sembra peccare. Subito dopo, prima di dedicarsi all’ultimo brano previsto, ‘National Anthem’, la vedremo asciugarsi le le lacrime, con i maxischermi ai lati del palco a sottolineare con un voyeuristico primo piano il momento di difficoltà della cantautrice statunitense. Raccontata la notizia, preponderante su tutto il resto, possiamo finalmente dedicarci a recensire l’intera serata, interessante e ricca di spunti anche a prescindere da questo episodio.

Arriviamo una decina di minuti prima delle 21, orario di inizio dello spettacolo indicato sul biglietto, e dopo il classico gioco al nascondino con i parcheggiatori abusivi di stanza al Palalottomatica, riusciamo ad entrare nella struttura senza incappare in alcuna coda. I fan saranno dentro già da ore, ci diciamo, per la maggior parte si tratterà di adolescenti e sappiamo bene che a quell’età andare molte ore prima ad attendere l’inizio del live davanti ad un cancello chiuso può sembrare quasi obbligatorio, chiunque sia l’idolo del momento. Ma entrando, nonostante il sold out dichiarato da giorni, forse un mese, ci rendiamo conto che nel parterre ci sarebbe posto almeno per un altro migliaio di spettatori, oltre a quelli già stipati sotto al palco, e che anche la tribuna presenta un numero di seggiolini liberi impossibile da passare inosservato. Follia degli organizzatori o bagarini rimasti con i biglietti in mano? Non abbiamo neanche il tempo di pensarci che le luci si spengono e proprio allo scoccare delle 21, puntuale come i tweet ironici sulla morte di Andreotti, il tendone che copriva la scenografia si apre, Lana sale sul palco e le urla dei fan toccano decibel che non credevamo fossero raggiungibili.  Ad accompagnare la cantante sul palco ci sono ben sette musicisti, che nello specifico si occuperanno di suonare chitarra, basso/tastiere, piano, batteria ed un quartetto di violini. I sedici brani proposti, in gran parte riarrangiati per dargli una degna dimensione live, verranno eseguiti senza sbavature, mentre lo stesso non può dirsi del rapporto tra la cantautrice e la “sua” band che tocca vette di complicità paragonabili soltanto al rapporto che può esserci tra un uomo ed un distributore automatico, in questo caso di musica. La scenografia è pomposa e ricorda la cover del più recente album, con una sorta di grande scrigno aperto alle spalle dei musicisti, sul quale vengono proiettate luci ed immagini dei numerosi videoclip (ben 11) girati a supporto dei singoli. Ai lati ci sono due palme, un candelabro ed infine, kitsch as fuck, due leoni di cartapesta alti quasi quanto la cantante. Proprio su uno di questi leoni poggerà il braccio, quasi a cercare rifugio e forse protezione, nel corso della complessa esibizione di ‘Videogames’. In effetti giusto la ferocia di quell’animale potrebbe proteggerla dalle critiche che l’hanno sommersa fin dalla prima apparizione con l’attuale nome d’arte.

Ma torniamo alla musica: come brano d’apertura, in linea con tutte le ultime uscite europee, verrà scelto ‘Cola’, seguito da ‘Body Electric’, entrambi inseriti nella ‘Paradise Edition’ del suo pluridecorato esordio. Al termine della parte vocale del secondo brano, mentre i musicisti continuano ad occuparsi della sezione strumentale, Lana scenderà tra i ragazzi delle prime file per firmare autografi, farsi foto con i loro telefoni cellulari (scattando lei stessa) e dargli un’interminabile sequenza di baci, scena molto curiosa che contrasta con l’alone di irraggiungibilità ostentato dai personaggi più o meno famosi che si aggirano nello showbiz. Dopo questo bagno di folla tornerà sul palco per ‘Blue Jeans’, ‘Born To Die’ e ‘Carmen’, secondo, terzo e quarto singolo della sua breve, ma movimentata carriera. Tra un brano e l’altro notiamo che le pause sono molto più lunghe rispetto a quelle a cui siamo abituati, c’è il tempo persino per i cori dei presenti e le (presumiamo finte) espressioni di stupore dell’artista che chiede se tutto quell’affetto sia davvero per lei. Le interazioni col pubblico sono reiterate, per quanto non molto originali, ma ai presenti sembra andar bene così, visto l’entusiasmo con cui le accolgono. Sembra una tenera sorella maggiore quando, rivolgendosi ai ragazzi delle prime file, li ringrazia per aver aspettato tutte quelle ore fuori, persino sotto la pioggia, pur di arrivare prima di altri alla sospirata transenna. Verso la metà del set arriveranno ben due cover, ‘Blue Velvet’ e ‘Knockin’ On Heaven’s Door’, quest’ultima appena accennata in una sorta di medley con la sua ‘Without You’. Ma sarà con ‘Young and Beautiful’, tratta dalla colonna sonora dell’imminente uscita cinematografica “Il Grande Gatsby” che si apre quella che a nostro avviso sarà la parte più interessante del live. Ci sarà spazio per ‘Ride’, anticipata da una lunga introduzione dei violini, mentre sugli schermi passano le immagini della versione estesa del videoclip, per ‘Summertime Sadness’ e ‘Burning Desire’, brani meno noti, ma non per questo meritevoli di minor attenzione. Quando tutto sembra andare per il verso giusto ed i fan non fanno altro che acclamarla (o meglio stordirci, urlando come ossessi) arriva il momento di ‘Videogames’, ma questa ormai è storia nota. Conclusa la parte vocale di ‘National Anthem’, scelta per chiudere la setlist, Lana scenderà nuovamente tra i fan, trasformando con la sua firma i loro dischi e le foto in cimeli, mentre una mezza dozzina di ragazzi decide di svenire quasi in contemporanea per l’emozione e probabilmente per il senso di soffocamento che solo avere una transenna conficcata per ore nel proprio stomaco può regalare. Nel mentre Lizzie Grant prende tutti i regali e senza neanche salutare al microfono se ne va, mentre dopo circa un minuto toccherà ai turnisti far cessare la musica e presentarsi davanti al pubblico per il meritato applauso. Controlliamo l’orologio, sono solo le 22:30 e ci scappa un sorriso. In genere a quest’ora siamo abituati a vedere gli artisti salire sul palco, stavolta, invece, abbiamo già una storia da raccontare.

Andrea Lucarini