Lamb @ Magazzini Generali [Milano, 2/Ottobre/2009]

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Dopo l’ultimo album in studio ‘Between Darkness And Wonder’ (2003) era un po’ che si attendeva la reunion dei Lamb. E puntuale è arrivata senza troppi clamori, nel febbraio di quest’anno, quando gli organizzatori del The Big Chill hanno informato i media che il duo di Manchester avrebbe partecipato al festival estivo. La notizia è corsa velocemente fino al bel paese, fino a bussare alla mia porta. Ed eccoli per due date italiane: la prima a Milano.

Quando si va ad un concerto dei Lamb, non sai mai quale sarà la line-up schierata nella serata, ad eccezione dei soci fondatori nonché spina dorsale delle loro sonorità: il genietto Andy Barlow “the hipoptimist” (anche produttore) e la cantautrice Lou Rhodes. Una band a fisarmonica che pare – viste le ultime apparizioni – abbia incluso definitivamente anche il bassista Jon Thorne. Una fisarmonica, dicevamo, che rilascia sano trip-hop bristoliano pur se la band proviene da Manchester. Un duo che nella seconda metà degli anni ’90 ha lanciato un nuovo modo di fare elettronica fondendo “jazzanova”, folk, sana drum’n’bass e da cui sono subito nate flotte di band con le stesse caratteristiche anche strutturali. Una su tutte gli svedesi Koop, altro duo – neanche a farlo apposta – di cui il secondo album ‘Waltz For Koop’ è certamente un capolavoro.

La gente entra all’interno dei Magazzini Generali composta, lentamente, in silenzio. La musica di sottofondo è impercettibile così come le luci di scena. Nessuna isteria  tipica di un concerto se non il sommesso vociare interrotto da qualche schiattire che si rimpalla ai quattro cantoni del locale. Attendo appoggiato all’enorme subwoofer posto al centro del palco. A sinistra, sono posizionati una serie di campionatori, alcune tastiere e l’immancabile MAC. Dal lato opposto, è posizionato l’avveneristico contrabbasso elettrico di Jon.

Sono le 21.30 (sempre troppo presto ormai) e le luci diventano fredde, glaciali: provengono dal fondo del palco a retroilluminare le sagome dei tre musicisti. La minuta Lou, con i capelli raccolti, entra timidamente in scena: una stupenda ed elegante “english rose”. Al contrario, gli altri due sono su di giri sin dall’inizio: si dimenano con salti e smorfie cavalcando irrequieti i loro strumenti nell’introduttiva ’Darkness’. Segue ‘Little Thing’ e le luci colorate – ma non troppo – escono dalle tenebre consentendoci di mettere a fuoco le fotocamere finora in stand by e di notare uno dei famosi tecnici della band alle prese con una music machine. Tento di fotografarlo, si nasconde; mi nascondo anche io, poi esco improvvisamente allo scoperto e lo immortalo con la faccia stupita. Più “drum” che “bass”. Jon, con la sua protesi intestinale a quattro corde – che pare sortita da “eXistenZ” di Cronemberg – accenna note sincopate e nervose mentre “To weather the rain/To weather the snow/To weather the storm” riecheggia tra il pubblico alle mie spalle. Sudo di eccitazione e tremo di emozione: una struttura AB-BA che mi accompagna, immobile, nel viaggio visionario e vorticoso che attraversa gli echi di ‘Trans Fatty Acid’, la malinconia violacea di ‘Gabriel’, la metrica sincopata di ‘What Sound’ e la spigolosa struttura di ‘God Bless’.

Supero le transenne e scivolo tra il pubblico quando il sosia di Hulk Hogan (con tanto di bandana) ci segnala inaspettatamente che il tempo per le fotografie è scaduto. Non sono dispiaciuto; è ora di volare con ‘Gorecki’. E’ giunto il momento di evitare qualsiasi contatto con la realtà, di riempirmi di Lou, e dei suoi “All I’ve known/All I’ve done/All I’ve felt was leading to this/All I’ve known/All I’ve done”. I bis, sono frettolosi: ‘Lullaby’, ‘Bonfire’ e ‘Cotton Wool’. Giusto il tempo per superare di poco le 22.30. Esco a fumare una sigaretta e mi accorgo che mi trovo di nuovo a Milano.

Andrea Rocca