Lamb @ Brancaleone [Roma, 3/Ottobre/2009]

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Fisso a guardare i cerchi concentrici provocati al latte [macchiato (molto) di caffè], da un cucchiaio solitamente impiegato per la minestra. Sono quasi le due di notte. Una luce bassa, il silenzio di una stanza vuota ed un semplice gesto inconsulto utile per pensare. Fuori, i rumori del puntualissimo camion della spazzatura, qualche urla di un sabato sera che volge al termine, una sirena in lontananza. Me la sento ancora sulla pelle, e lascio che adagio entri definitivamente dentro il cuore. In circolo. L’emozione irrefrenabile che da circa un’ora ha pervaso già i sensi e la mente. L’emozione densa come l’oscurità. L’emozione dei Lamb. Cinque anni dopo.

Tutto era iniziato quindici anni fa. A Manchester. La cantante Louise Rhodes, consigliata da un amico, alza il telefono e chiama Andy Barlow. Un aitante ragazzo di belle speranze che è appena tornato da Philadelphia, dove per alcuni anni ha lavorato come ingegnere del suono. Louise cerca un collaboratore che l’aiuti a trasportare il suo background folk in un’altra direzione musicale. Basta un demo con tre pezzi per scomodare la Fontana (costola della Mercury) ad interessarsi a questi due giovani ardimentosi. Il primo singolo ufficiale, quella ‘Cotton Wool’ che ritroveremo in coda a questo articolo, è un purissimo esempio di drum-and-bass trascinata all’eccellenza dalle linee vocali della Rhodes. E’ l’inizio della storia. Che durerà otto anni e quattro irripetibili album. Patrimonio di un caso unico.

Cinque anni di vuoto, rotti e colmati dalla doppia maternità di Lou Rhodes, dalla nascita della sua personale etichetta (Infinite Bloom), da un paio di lavori solisti che entro fine anno diventeranno tre (‘One Good Thing’), dal lavoro intenso come produttore e remixatore di Andy Barlow, dal progetto Hoof (eretto tra gli altri assieme ad ex membri dei Lamb come Oddur Runnasson e Nicolaj Bjerre) e da quello più recente come Luna Seeds (assieme a Carrie Tree, ex touring member di Damien Rice) – pensato dopo lunghi viaggi in Nepal e India -, fino all’ultimazione di un suo debutto solista che avverrà nel 2010. Ma la nostalgia e il ricordo di uno straordinario periodo, hanno evidentemente avuto il sopravvento su tutto quel “materiale” usato per colmare quel lustro. I Lamb non hanno perso nulla. Cristallini e abbaglianti nella loro infinita classe. I Lamb accolti da un club stracolmo. Che attende con viva trepidazione un vero e proprio evento.

Prima dell’entrata parte una sigla che (potrebbe) essere tratta dalla “Terza Sinfonia” del musicista polacco Henryk Górecki (omaggiato anche dai Godspeed You! Black Emperor) al quale i Lamb devono il successo del singolo omonimo, che ingloba proprio dei campionamenti dell’opera in questione. Sui tre schermi posizionati ai lati e sullo sfondo del palco, vengono proiettate immagini e videoclip, che non saranno mai invadenti e/o ostentazione di fastidiosi onanistici virtuosismi visual. Semplicità e rigore stilistico. Semplicità e grandezza. Lou Rhodes è bellissima. Ripeto: bellissima. In un vestitino nero, con i capelli raccolti da una coppia di sobri fermagli color argento, gli occhi profondi come il sorriso. Barlow è in forma smagliante, così atletico e trascinante. Stesso dicasi per l’amico, terzo membro di sempre Jon Thorne, magnifico (contra)bassista elettrico che oltre a dedicarsi ad orchestrazioni, progetti solisti e all’insegnamento dello strumento, vanta collaborazioni con gente del calibro di Trilok Gurtu, Robert Fripp, Badly Drawn Boy, James Yorkston, King Creosote, CocoRosie e tantissimi altri ancora.

Capirete la statura del trio. Capirete perchè questa, in fin dei conti, è pura avanguardia. Capirete come il suono dei Lamb sia ancora perfettamente attuale. Ma anzi suoni maledettamente moderno. Capace di trascinare l’audience in un autentico rito tribale. L’inizio è aggressivo. La drum-and-bass agisce sottocutanea. Incestuosa con il sacro fuoco del trip-hop. Letale si infiltra. Letale non dà scampo. ‘Little Things’ è il vero punto zero della nuova vita della band. ‘Hands’ e ‘Heaven’ e siamo già in un’altra dimensione. Così quando arriva ‘Gabriel’ chiudo gli occhi e lascio che l’ammaliante/superba voce della Rhodes, possa compiere la sua opera. Uno dei brani più celebri della decade scorsa, uno dei brani per i quali vale la pena commuoversi ascoltando i battiti del cuore. Una chitarra, le percussioni, la cantante non si risparmia, e quando muove il suo corpo in una danza di sensi, il mondo sembra davvero ruotargli attorno. Accentratori. Carismatici. Potenti e possenti. Thorne è un’ira di Dio e del diavolo insieme. Barlow il cavallo di razza che non domeresti neanche con ripetute iniezioni di bromuro. Incita la gente, sorride, ringrazia, annuncia ‘Angelica’, ricorda i Lamb “romani” di tanti anni fa (rammentate il Cinecittà Village?)  e richiama sul palco la sua compagna artistica. ‘What Sound’ continua nell’opera. Title track di un disco magistrale (ospiti illustri glorificarono il prodotto, su tutti Arto Lindsay) che allargò a dismisura la circonferenza degli adepti della band mancuniana.

Certo ‘Górecki’, squarcia e traghetta l’esibizione verso la parte finale. ‘Fear Of Fours’ da dove escono ‘Bonfire’ e ‘Lullaby’ (bis), nel silenzio assoluto, quando ormai l’assorbimento è totale. Il fascino irradiato non sembra arrestare la sua forza d’urto. ‘Cotton Wool’ completa, dopo novanta minuti, uno degli avvenimenti (musicali) più intensi e vitali a cui io abbia mai assistito lungo la mia (quasi) quarantennale vita. La purezza cerebrale. L’unicità di una meraviglia assoluta. Sono ormai le tre. L’ultimo cerchio ha esaurito la spinta iniziale. Una macchina frena bruscamente, mentre spengo l’ultima luce, e pigio il tasto INVIO. Fine.

Emanuele Tamagnini