Lamb @ Auditorium [Roma, 10/Novembre/2017]

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Il produttore elettronico Andy Barlow e la cantante folk Lou Rhodes formano i Lamb a Manchester nel 1994. L’album d’esordio omonimo del 1996 è ancora considerato uno dei migliori dell’epoca nella categoria trip-hop, drum’n’bass e downtempo. Il merito sta nella voce particolare della Rhodes e nella grande personalità di Barlow nel manipolare suoni elettronici ed acustici. Il resto lo si deve al singolo “Górecki”, ispirato alla terza sinfonia del compositore polacco Henryk Górecki. Il brano viene utilizzato nella colonna sonora del film “Moulin Rouge!”, nella pubblicità della Guinness e nel videogioco di culto “Tomb Rider: Underworld”. L’album successivo “Fear Of Fours” del 1999, trainato dal singolo “B-Line”, è un proseguimento della ricerca stilistica del duo incentrata sulle sperimentazioni di Barlow. Non a caso il titolo sta a sottolineare la paura per i 4/4, ovvero per i ritmi considerati regolari. Questa fase musicale verrà superata nel 2001 con “What Sound”, che abbraccia la folktronica e la musica d’autore vicina alla Rhodes, risultando più fruibile ed equilibrato. Il disco si avvale di ospiti illustri come Jimi Goodwin, Arto Lindsay, Me’Shell NdegeOcello e Michael Franti e contiene il singolo di successo “Gabriel”. Con “Between Darkness And Wonder” nel 2003 si continua sulla falsariga del precedente ma con meno qualità, le cose iniziano a scricchiolare e la critica non li supporta come in passato. I due si separano nel 2004 al termine di un tour memorabile, iniziando delle discrete carriere soliste. La Rhodes pubblicherà quattro album solisti, di cui “Beloved One” del 2006 è sicuramente il più rappresentativo. Barlow produrrà materiale con lo pseudonimo di Hip Optimist e realizzerà un album in proprio con il moniker di Lowb. Nel 2009 torneranno insieme per partecipare ad alcuni festival estivi. La nuova fase artistica si concretizza grazie alla creazione della loro label Strata Music. Pubblicano gli album “5” nel 2011 e “Backspace Unwind” nel 2014, oltre ad un disco dal vivo risalente alla reunion ed un DVD del famoso concerto al Paradiso di Amsterdam del 2004.

La Sala Sinopoli offre un buon colpo d’occhio e riesce quasi a riempirsi sia in platea che nella galleria centrale. Personalmente non capisco la necessità della struttura di far esibire i gruppi spalla ad orari improbabili, con le luci di sala accese e le sedute che vanno a comporsi gradualmente, ottenendo garanzia di distrazione. I penalizzati di turno sono il duo italiano Han, che per bravura ed affinità elettive con i protagonisti della serata, riescono comunque a strappare un lungo e meritato applauso. Alle 21.40 i Lamb salgono sul palco. Insieme a Lou Rhodes alla voce e Andy Barlow al laptop, piano elettrico, synth e sequencer, ci sono lo storico collaboratore Jon Thorne al contrabbasso, basso elettrico e chitarra semiacustica, Nikolaj Bjarre alla batteria, la bravissima Quinta al violino e Kevin Davy alla tromba e al flicorno. Inizialmente salgono in quattro ed eseguono in apertura una bella versione di “Lusty”. Prima del secondo brano la Rhodes spiega che sono in tour per i ventuno anni d’anniversario del disco d’esordio, per cui lo suoneranno tutto e nell’ordine della tracklist originale. Poi invita tutto il pubblico ad alzarsi e ad avvicinarsi al palco per mostrare il proprio calore e magari ballare. Chiaramente il suo appello verrà accolto da molti dei presenti, soprattutto in platea. In quel momento la violinista sale sul palco e partono le prime note di “God Bless”, che godrà di ottimi suoni ed un’esecuzione invidiabile. L’appeal sale, la gente balla, la breakbeat regna. “Cotton Wool” si distingue per l’uso del contrabbasso con l’archetto. Suoni grevi e voce graffiante, ritmica serrata sia acustica che elettronica. Per “Trans Fatty Acid” la Rhodes imbraccia una chitarra. Il suono del brano è secco e potente e si compie in un crescendo rock dal finale noiseggiante. La gente applaude e Barlow li incita con mestiere. Vista la necessità di risuonare il disco per intero, capita di fare brani che non erano mai stati suonati live prima. Nello specifico è il caso della delicata e suggestiva “Zero”, che si snoda tra contrabbasso elettrico, violino prima pizzicato e poi straziante e voce. Per eseguire “Merge”, Quinta e Lou lasciano il palco e Kevin sale con la sua tromba e un’energia contagiosa a seguito. Un omone di colore di circa mezza età, che si agita su un breakbeat spinto, con un suono dello strumento ispirato al Davis dell’ultimo periodo con effetti e sordina. Ovazione. La Rhodes risale e Davy rimane in formazione. La cantante continua a chiedere a tutti di alzarsi e di raggiungere i pressi del palco. A questo punto anche molti temerari della galleria si avvicineranno all’altezza delle tribune laterali fino a quel momento chiuse. La gioia degli steward è palpabile. Parte “Gold”, sorretta dalle note calde del contrabbasso e dalla voce meravigliosa di Lou. Ancora jazz neanche troppo tra le righe, piano elettrico e contrappunti ritmici. Il tempo di un assolo di contrabbasso distorto e la voce torna a sorreggersi sulle note del piano, prima che la ritmica rientri e sostenga il solo di tromba, per poi lanciare quello di batteria. Nuova ovazione. “Closer” si apre con ritmica breakbeat e voce. Entra il basso caldo e sinuoso, seguito da un’elettronica sublime, nobilitata dall’assolo di tromba. Drum’n’bass vintage e di classe. Scende la tromba e rientra il violino. Le prime note di “Górecki” donano già i brividi. A metà del brano il roadie che li segue, da momentaneamente il cambio a Barlow alle macchine, in modo che lui possa avanzare a centro palco per esibirsi in un solo percussivo su un timpano opportunamente preparato, per poi tornare subito al suo posto. Esecuzione impeccabile. Per “Feela”, Thorne si accomoda al piano elettrico e Nickolaj lascia il palco. Quinta suona delicatamente il suo arco e Barlow gli effetti. Anche questa non era mai stata suonata nei tour precedenti. Barlow verso il finale del brano rimane solo e gioca con gli effetti e il piano suonato in maniera più classica. La violinista risale e lo coadiuva in una versione sospesa di “Angelica” con un suono d’archi effettato e straniante. Questo è il primo brano eseguito stasera tra quelli non appartenenti al primo disco. Nel frattempo rientrano basso e batteria e parte una lunga coda strumentale. Barlow richiama la Rhodes sul palco ed è la volta di “What Sound”, unico brano per cui Thorne imbraccia una chitarra semiacustica. Per eseguire “Little Things”, Quinta rilascia il palco e Thorne riprende il contrabbasso elettrico. Si tratta di Drum’n’bass di spessore e davvero in questo caso la paura dei 4/4 si avverte tutta. “Per “Ear Parcel” la Rhodes e Davy si danno il cambio e il trombettista esalterà al meglio questa bella jungle dalle basse grasse e le derive jazzate. Si ha di nuovo il cambio tra i due e parte un filotto proveniente dall’ultimo disco pubblicato tre anni fa. Thorne prende stabilmente il basso elettrico e “We Fall In Love”, “As Satellites Go By” e “Backspace Unwind”, mostrano tutte le perplessità sulle loro ultime produzioni ed una scrittura più debole rispetto al passato. La migliore è senza dubbio la seconda canzone, impreziosita dal lavoro del violino che dona grandi dinamiche. La voce della Rhodes viene esaltata ancor di più e con quel vestito e quel copricapo che indossa, sembra incarnare la figura di una regina malinconica e suadente. Saluta tutti, ringrazia e si dispiace per non aver potuto allestire il merch, altro problema atavico della struttura che li ospita. Chiudono con un brano nuovo dal titolo “Illumina”, sempre in quartetto e sempre suonando breakbeat di buona fattura. Escono tutti e raccolgono il giusto tributo da parte del pubblico, che richiede a gran voce il bis. Risalgono e Barlow fa accendere le luci, mette tutta la sala in posa in una coreografia fatta di urla e mani agitate e scatta foto celebrative con il suo i-phone. Quindi chiudono con una versione emozionante di “Gabriel” per band ed archi e sarà un solo bis, accolto in un turbinio di telefonini in azione e buoni sentimenti. Scroscianti e sacrosanti gli applausi, per un’ora e cinquantacinque minuti di concerto che ha soddisfatto tutti i presenti.

Cristiano Cervoni

Foto dell’autore

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