Lali Puna + Trampauline @ Privatclub [Berlino, 3/Gennaio/2015]

859

E così uno decide di andare a Berlino per capodanno a trovare l’amico lontano, prenota il volo, per seconda cosa vede se ci sono concerti durante il periodo di permanenza e trova i Lali Puna, compra tre biglietti e aspetta il 3 gennaio. Mica male i Lali Puna. Lo disse anche Paolo Sorrentino scegliendo i loro pezzi per “Le conseguenze dell’amore”, qualche anno prima di decidere di appestare il mondo con il suo ultimo, insopportabile, soporifero, interminabile, ben noto polpettone autoreferenziale ambientato nella mia città. Non ci penso un secondo, prima di comprare i biglietti, non tanto perché mi ritenga un fan dell’electropop o indietronic o come cazzo si chiama, quanto perché la mia ultima passione è proprio vedere concerti di cui non conosco niente e che siano in grado di trasmettermi qualcosa. E poi vedere un live durante una vacanza all’estero ha un fascino particolare. Potrei anche confessare che casualmente li stavo riascoltando proprio nei giorni in cui ho scoperto del concerto, ma non è molto rilevante e poi non mi crederebbe nessuno. Il Privatclub pare sia un locale di nuova apertura a Kreuzberg, il quartiere storicamente dei turchi e zona poco raccomandabile prima della caduta del muro, ma ora territorio di hipster, punk, anarchici, murales, occhiali, barbe, bistrot vegani e lanciatori di sassi alle manifestazioni. Il vento gelido ci spinge davanti al locale dieci minuti prima delle 19, orario di apertura, con la speranza che la globalizzazione e l’Europa unita abbiano reso un po’ più elastici sugli orari gli abitanti di questa importante Nazione. Ma niente da fare: la porta si apre alle 19.00, ma mi consolo ricordandomi che da noi si sarebbe aperta alle 20 e quindi dieci minuti di gelo non sono il peggio che poteva capitare. Siamo i primi a entrare e il locale è delizioso. Una specie di piccolo Init ma col soffitto basso, le tende rosse dietro il palco, birre bevibili e guardaroba. Il tempo di un bicchiere di rosso e di un Club Mate (la bevanda in voga fra gli hipster berlinesi come me) e alle 20.00 iniziano i Trampauline, un gruppo coreano fatto da tre nane e un batterista ciccione. Il commento tecnico potrebbe anche esaurirsi qui, se non fosse che sono proprio queste le situazioni che mi restano impresse, cioè quando vedo suonare un gruppo di cui mai mi sarei immaginato l’esistenza e che quindi mi riempie di novità. Che piacciano o no non è importante, ma alla fine sono stati gradevoli. Pop che più pop non si può. Chitarra, basso, tastiera e batteria, ritmo, vocina e fresca melodia. Le barbe e gli occhiali fanno su e giù sul tempo scandito con classe e rara precisione dal batterista più voluminoso della Corea del Sud, un po’ come i capelli dei metallari 20 anni fa ma più lentamente.

Giusto il tempo di un rapido cambio palco, con pedaliere e tastiere ammucchiate per fare prima, e salgono sul palco i Lali Puna, scavalcando il parapetto laterale del palco. Come tutti sapete, c’è un po’ di Corea anche nel quartetto di Monaco di Baviera per le visibili origini della cantante e tastierista Valerie, forse il motivo per cui l’etichetta Morr Music decide di fare uscire un CD singolo con due brani scritti ed eseguiti dai due gruppi e di mandarli in tournée insieme (ben tre date: Francoforte, Amburgo e Berlino). Altra curiosità, il bassista è anche chitarrista dai Notwist, forse più conosciuti e amati dai gentili lettori. La musica si srotola fra fine elettronica e massicce percussioni, voce sussurrata e fetido sudore, suoni spaziali e zozzi effetti di basso. Si passa dalle delicate atmosfere già apprezzabili nei lavori da studio a momenti di vero e proprio [post]rock che ti catturano in un turbine di ispirati crescendo che non vorresti finissero mai (con gli occhi chiusi non riesci a stare fermo e speri “dai, ancora un altro giro”). La batteria a destra sprigiona enorme energia e umana precisione, mentre da sinistra arrivano i suoni più cosmici possibili. Non è un paragone, ma se per queste strade 40 anni fa giravano Popol Vuh e Ash Ra Tempel un motivo ci sarà. La chitarra non c’è ma non sembra. Le flebili parole di Valerie, sempre impassibile e timorosa, ti ricordano che quello a cui stai assistendo è il prodotto di esseri umani. Che potresti farlo anche tu, se fossi un artista invece che un impiegato. Il basso si diverte. Sì, si diverte a ripetere due note, quelle due note con qualche suono diverso che bastano a fare arte. Arte, che può essere solo umana. Ma anche le macchine sono un prodotto dell’uomo e sono ancora sotto il nostro controllo. Continuiamo a usarle così. Ce lo ricorda anche il titolo del singolo ‘Machines are human’, suonato dai Lali Puna e cantato dalla frontman dei Trampauline, che a un certo punto sale, appunto, per cantare il brano. 22.30: tutto finito. Il DJ set previsto svuota il locale, quindi ci avviamo verso il tram con qualcosa in più nella testa, con invidia e ispirazione, ambizione e repressione, sogni e rimpianti, ma soprattutto l’appagamento per aver ritrovato il piacere di ascoltare musica. E non solo quella brutta.

Simone Serra

Commenta

Please enter your comment!
Please enter your name here