Lali Puna @ Locomotiv Club [Bologna, 1/Giugno/2010]

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I Lali Puna tornano in Italia per un’unica data al Locomotiv Club di Bologna dopo la recente uscita di ‘Our Inventions’, album che li riporta certamente agli esordi di ‘Tridecoder’. Il duo indietronico formatosi a Monaco nel ’98 dalla polistrumentista Valerie Trebeljahr, (tastiera e voce) e da Markus Acher (già membro dei Notwist, dei Tied & Tickled Trio e prosecutore della kraut-avantguard tedesca) e a cui si sono aggiunti Christoph Brandner e Christian Heiß (specialmente per le performance live) è in forma e lo si capisce leggendo sui vari blog e media specializzati. Da quest’album emergono una concreta voglia e necessità di proseguire, in un certo senso, il percorso interrotto nel 2004 con lo stupendo ‘Faking The Books’. ‘Our Inventions’, comunque, non si può definire un’opera innovativa. Sembra piuttosto un puro esercizio musicale di genere che, tuttavia, i Lali Puna riescono ad eseguire magnificamente.

Come accennato, stasera i Lali Puna si presentano in quattro per regalarci un paio di ore di ottima musica elettronica. Ad attenderli ci sono circa 600 persone, stipate al Locomotiv Club, circolo Arci che nasce da ciò che è rimasto di un ex Dopolavoro delle Ferrovie dello Stato. Il caldo all’interno della sala fa grondare di sudore e Matteo (The Crazy Crazy World Of Mr Rubik) è in prima fila per distribuire bottigliette d’acqua durante il concerto. Sul palco, invece, sono sistemati, tra un groviglio di cavi, tastiere Moog, Korg, synth vari, Mc, controller vocali, manopole di ogni genere, pedali ed una batteria per metà acustica e per metà totalmente elettronica. Nel frattempo un tizio calibra l’ultima mini-videocamera che agganciata ad una stampella dovrebbe riprendere Valerie dall’alto. Pare ce ne siano 5 in tutto una delle quali è erroneamente posizionata nei pressi del pedale del charleston. Infatti, anziché i pedali delle grancasse (elettronica ed acustica), riprenderà per tutto il concerto l’orlo dei jeans del batterista.

Sono passate da poco le 23 e le luci rossastre della sala ci abbandonano ai riflessi che gli strumenti musicali riverberano dal palco. Pur essendo praticamente con l’orecchio attaccato alla colonna di casse sistemata alla destra del palco, il suono è gradevolmente simile a quello che esce solitamente dal mio impianto hi-fi e non perché, si badi bene, sia elettronico e dunque governato da un banale “click”. C’è, infatti, un perfetto equilibrio tra le parti, tra le sequenze elettroniche e quelle acustiche (voce e batteria, basso). Un’armonia di note, loop e campioni che non si impastano minimamente nella sala come spesso avviene in concerti di questo genere. Tutti e quattro i musicisti “vivono quel suono” e quelle atmosfere eteree con perfetto dinamismo a partire dalla dolcissima e timida Valerie, che a conclusione di ogni pezzo sibila un semplice ‘Grazie’. Eseguono per la quasi totalità del concerto le tracce del nuovo album come le trip-hop ‘Move On’ e ‘Safe-Tomorrow’, la title-track ‘Our Inventions’, ‘Everything Is Always’, ‘Future Tense’, ‘Rest Your Head’ solo per citarne le migliori. Il pubblico sembra apprezzare più per un atto di fede che per l’effettiva conoscenza dei brani stessi. Infatti, si esalta specialmente quando vengono eseguite ‘Satur-Nine’, ‘Scary World Theory’ (rese note dal sublime film di Paolo Sorrentino “Le Conseguenze Dell’Amore”, 2004), ‘Bi-Pet’, ‘6-0-3’, ‘Call 1-800-Fear’ e ‘Faking The Books’. Un crescendo di emozioni a cui corrisponde una sequenza di bis mai vista: ben 4, durante i quali eseguono altri pezzi noti come ‘Min-Com-Pop’ e ‘B-Movie’. Ci lasciano con la title-track del primo album, ‘Tridecoder’, incipit della loro attività e del nostro affetto nei loro confronti che pare volerci svelare il vero e semplice senso del loro ultimo album, senza bisogno di troppe “Inventions”.

Andrea Rocca

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