La Tua Fottuta Musica Alternativa @ Circolo degli Artisti [Roma, 5/Aprile/2012]

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Serata all’insegna della musica indipendente nostrana, organizzata da Il Polimorfo in collaborazione con Frigopop, Rock e i suoi Fratelli e CaldeCorrentiChimiche. Si sono avvicendati sul palco elettrico, Dino Fumaretto, Strueia e Mary in June e su quello acustico, Mangiacassette e Bamboo. L’affluenza non è stata delle più significative. Il pubblico era variegato, tra giovanissimi (anche bambini) e gente di una certa età, molto libero di muoversi da una parte all’altra della sala o di sostare all’aria aperta nello splendido giardino del Circolo. La calca e la partecipazione maggiore si è avuta durante l’esibizione dei Bamboo, vera notevole sorpresa della serata. Come al solito, invece, durante le altre esibizioni, i presenti più fastidiosi e chiacchieroni hanno marcato, in maniera molesta, la loro presenza (!). Tengo a sottolineare, con piacere, che tra il pubblico si aggirava Giorgio Canali, con il suo fare discreto, scuro e arcigno.

Mary in June: Arrivo purtroppo in ritardo per vedere tutto il live del quartetto post-rock. Mi ritrovo, dunque, a serata avviata, tra le note di ‘Nel buio’ (probabilmente), seguita dall’ultimo brano, ‘Nel giardino segreto’. La sala non è molto piena, il suono rimbomba, la voce urlata mi giunge alle orecchie confusa e poco chiara, il volume e la durezza degli strumenti s’innalzano come un muro. Peccato, perché i testi danno un valore aggiunto immaginifico a questa band, dal suono viscoso come l’olio industriale, proprio niente male. Nel 2011 hanno autoprodotto il primo EP, “Ferirsi” (potete leggere qui la recensione), attualmente suonano sotto l’etichetta Stop Records.

Bamboo: musica tribale-urbana-sperimentale-bodypercussion felicemente ipnotica. Sei geniali percussionisti che dimostrano di saper rendere la musica visibile, palpabile, fisica, corporea: Claudio Gatta, Davide Sollazzi, Luca Lobefaro, Valentina Pratesi e Massimo Colagiovanni. Dietro la sperimentazione e la ricerca del suono “alternativo”, attraverso oggetti d’uso comune e nati per altri scopi, sembra celarsi tutta la filosofia del recupero e riuso degli oggetti in disuso (oppure usati per altro) e della loro rinascita sotto forma di strumenti musicali. Può capitare, così, che dei flaconi per detersivi, imbuti, taniche, bottiglioni, pentole, coperchi, bidoni, righe, asciugacapelli, frullatori a immersione, spazzolini elettrici, segnali stradali, campanelli da scrivania, ruote d’auto senza copertone, tubi innocenti, catene, aspirapolvere… prendano vita in forma aliena, e che d’ora in poi mi sentirò più autorizzata e meno sola quando avvertirò (davanti a tavolini, schienali, caffettieri, tazzine, bicchieri, ecc…) i sintomi del morbo del percussionista. C’è spazio anche per due brani a cappella, l’uno suonato con la voce e le parole usate in chiave fonetica, l’altro con le mani a plasmare un groove da jazz-hands assolutamente coinvolgente.

Strueia: Progetto nato dall’ex-cantante degli Shout e composto di due chitarre, basso, batteria e synth. Testi tra il posticcio e il non-sense (o forse non l’ho colto io). Suono già troppe volte sentito, tra i quartieri dell’indie dove si respira aria britpop, per riuscire a non farmi distrare dalle lucine multicolori che circondano il palco piccolo dall’altro lato della sala. Mi sposto in fondo, ai piedi delle scalette, dove sicuramente l’acustica è meno sgradevole. Unico pezzo che salvo, seppur senza entusiasmo, l’ultimo brano in scaletta, testo in inglese e un sound ballabile-radical-chic.

Mangiacassette: alias Lorenzo Maffucci, bassista dei Baby Blue, appare sul palchetto come un figurino in nero con t-shirt anonima, jeans, scarpe da ginnastica, crestino, faccia pulita e tra le mani una Gibson. Lo pseudonimo che si è scelto da solista è carico del fascino nostalgico delle cose vintage. Al tempo stesso assume un valore concettuale, facendomi venire in mente quel modo di suonare analogico, lo-fi, scomodo e increspato di certi punkers (o post-) (proprio come i nastri delle cassette che rimanevano impigliate tra i piolini dei mangiacassette e che tu dovevi riavvolgere pazientemente con una biro o improvvisarti chirurgo-montatore per le situazioni più estreme). Il chitarrista pistoiese gioca con una verve realistica che lo porta descrivere il mondo in modo asciutto, sincero, attraversato alle volte da una sottile linea di ironia, altre da quello sguardo a occhioni dolci tipico dell’istintivo disincanto bambinesco. Apparentemente sciolto sul palco e simpatico nell’invitare qualche “volontario” aiutante batterista per dargli man forte e ritmo in ‘Sangue’ e ‘Aeroplano’ (suonate con Claudio dei Bamboo) e ‘Cinesi Contenti’ (con Carlo). Con La Famosa Etichetta Trovarobato ha prodotto ‘Disco interno’ (2011).

Dino Fumaretto: interpretato da Elia Billoni, istrionico pianista/tastierista, insieme a Nicola Cappelleti (basso e violino) e Samuele Bucelli (batteria). Talentuoso cantautore che si avventura sui sentieri della follia compositiva, riuscendo a creare atmosfere scure, tese, ossessive, pulsanti. L’aggiunta di altri strumenti ha contribuito ad aprire e innovare l’ispirazione di Fumaretto/Billoni, pur continuando a svilupparsi attorno all’ossatura stilistica di voce e piano. Al suo terzo album, l’uomo-orchestra appare ormai una conferma brillante nel panorama artistico dei cantautori italiani, meno convenzionali, sulla scia di Iosonouncane (i due hanno, infatti, in comune l’etichetta Trovarobato dei pazzoidi Mariposa e una collaborazione nell’ultimo lavoro, ‘Sono invecchiato di colpo’, 2012). Testi inquietanti, spiritati, gotici, tristi, scritti con una cura da attento paroliere e con un distacco tale da far sorridere e divertire. Fumaretto appare come un artista dal caos nella mente, capace di ordinarlo in forme poliritmiche e rocambolesche. Per chi non lo conoscesse, beh… cosa aspettate? Date un’occhiate alle prossime date.

Lina Rignanese