La Tempesta Gemella (Day 2) @ Piazzale del Verano [Roma, 24/Giugno/2012]

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In due giorni, sotto l’egida de La Tempesta Dischi e i teloni del San Lorenzo Estate, si è riunita una buona fetta della musica indipendente italiana vecchia e nuova, conosciuta e meno nota, in linea di massima, di buona qualità. Domenica 24 giugno, in piena canicola estiva e alla vigilia del quarto di finale di questo dispensabile Europeo di calcio, è la volta della seconda e ultima tranche, che vedrà esibirsi, tra gli altri, Giorgio Canali & Rossofuoco e Teatro degli Orrori. Non saranno purtroppo della partita gli Aucan, in un certo senso gli intrusi della serata, vista la diversità della loro proposta rispetto al resto delle band in programma.

Alle 18.00, con un sole che grida ancora forte, iniziano a suonare i Cosmetic, prima band in programma. I romagnoli sono ormai delle vecchie conoscenze, cresciuti a pane e Polvo e My Bloody Valentine, e si sente, con la voce esanime e incredula come marchio di garanzia. Devono avere qualche sfortuna con i bassisti, ultimamente: qualche tempo fa a Londra li vidi ridotti a tre, con uno dei chitarristi spostato al basso, mentre il bassista di oggi ha dovuto imparare, ci dicono, la scaletta appena il giorno prima. Il loro sound distorto ma comunque melodico è un preludio tutto sommato piacevole alla maratonina che ci aspetta, con ‘Né Noi Né Leandro’ che chiude la scaletta. Nonostante il caldo e la partita che incombe sulla serata, di gente ne comincia ad arrivare parecchia fin dall’inizio. Dato il clima, lo scosciamento e lo sbraco sono imperativi, tra chi può decisamente permetterselo e chi neanche lontanamente. Ma in questa piccola e composta Woodstock dai prezzi bloccati dai cinque euro in su, il vestiario è davvero l’ultima cosa di cui preoccuparsi. Tra un cambio palco e l’altro (di ben venti minuti, esteso probabilmente per l’assenza degli Aucan), un piccolo spazio viene riservato alla Fandango Web Radio, con un palco approntato per l’esibizione più o meno estemporanea e occasionale di qualcuno degli artisti in programma. A ridosso delle 19, tocca al veterano Giorgio Canali imbracciare la chitarra per intonare, in acustico, ‘Nuvole Senza Messico’. Senza peli sulla lingua, il chitarrista ex CSI, anche a rischio di dirla grossa; come ad esempio alla domanda dell’intervistatore su come sceglie le proprie collaborazioni, cui risponde di non badare tanto alla musica quanto alla persona, facendo capire esplicitamente che tocca essere suoi amici. Se la cava con più mestiere invece con la domanda su Beppe Grillo, rinfacciando ai Pdini la loro ostilità verso il comico.

Di lì a poco, arriva l’ora degli A Classic Education. Unico gruppo di cui non sapevo praticamente niente a parte due brani ascoltati al volo, mi sorprendono già per l’anarchia vestiaria con la quale si presentano sul palco: dal batterista grunge al cantante stile college band anni ’80, fino alla tastierista con caschetto castano, occhiali scuri e gonna. Musicalmente, mi ricordano per qualche aspetto i Coral: la loro tendenza sembra essere verso un pop-rock dai suoni puliti e liquidi. Se non fosse che, verso la fine del concerto, arriva la cover che non ti aspetti. Non ricordo sinceramente il gruppo, comunque si parla di USA anni ’60, per cui potenzialmente di tutto: l’immagine che meglio descrive il brano è quella dell’esagitato cantante che si produce in un simil-growl tenendo il microfono in bocca, il tutto in un turbinio di feedback e distorsioni. Sembrava aspettassero questo momento da anni. L’esibizione rientra nei canoni iniziali e si avvia verso la conclusione, quasi come se non fosse successo niente. Se non altro, hanno il dono del trasformismo. Nei venti, precisissimi minuti del cambio palco (organizzazione svizzera, da questo punto di vista), il palco della radio viene occupato da tale Andrea Cola, impegnato nell’esecuzione di un paio di brani solo chitarra elettrica e voce: cantati sì con pathos, ma piuttosto ripetitivi. Da segnalare, con doverosa foto, la sua maglietta di ‘Future Days’ dei Can.

Poco prima delle 20, salgono sul palco i Sick Tamburo. Scappucciati, e dunque ben riconoscibili sono Gian Maria Accusani e la bella Elisabetta Imelio, ossia metà degli ex Prozac+, alle prese con il soundcheck. La prova dei volumi non sarà, ahiloro, sufficiente: il loro concerto è purtroppo l’unico con evidenti problemi tecnici, probabilmente legati al funzionamento di alcuni sample. La reazione dei due è quasi commovente: compostissima, garbata e, a tratti, rassegnata, cosa che non ti aspetteresti mentre ti guardano minacciosi attraverso i fori dei passamontagna. L a band riesce comunque nell’intento di animare un pubblico finora attento ma poco coinvolto, che inizia quindi, sul calar del sole, a scaldarsi. Nelle note di ‘Il Mio Cane Con Tre Zampe’ o ‘Si Muore di AIDS nel 2023’ si nota una maggiore propensione verso suoni duri e funkeggianti, su una linea che congiunge idealmente RATM con i Rammstein, mentre più in secondo piano finisce il passato punk. Il ricordo dei tempi andati sussulta con il pezzo conclusivo, un hardcore vecchia scuola secco e diretto.

Quel minimo dubbio che poteva essere rimasto si traduce presto nella prevedibile realtà: l’amico del cuore dell’italiano medio, la creatura mitologica altresì nota col nome di “maxischermo”, viene piazzata lì dov’era la radio, in ossequio al vivo e vibrante momento di montante orgoglio nazionale. Chi altri poteva scegliere di esibirsi in concomitanza con il primo tempo di Italia-Inghilterra se non il Canali nazionale? Richiesta rivendicata con chiarezza allo scoccare del primo pezzo, alle 21 in punto, mentre “20 milioni di coglioni guarderanno quella cosa lì”, indicando il maxischermo. Aborro in poco tempo la malaugurata idea di assistere al suo concerto da sotto il palco non appena inizia ‘Mostri Sotto il Letto’: il pogo parte puntuale e sudato, e l’elemento più temuto è un panza di rara bruttezza che ondeggia alle mie spalle. Accompagnato da bestemmie dementi e fuori luogo, roba che neanche i bambini di otto anni che dicono, sogghignando, “culo”, l’inizio del concerto mi fa propendere per lo spostamento verso lidi più tranquilli. Ecco allora che inizia ‘Lezioni di Poesia’, ballatona romantica che mette d’accordo tutti, ma guai a chi tira fuori un accendino. Il numero di bpm viene riportato su da ‘Rossocome’ dall’album omonimo, quella con il ritornello che dice “Fatevi fottere!”, per intenderci. Ma il regalo più bello arriva con l’ultimo brano: inaspettata e folgorante, arriva ‘1, 2, 3, 1000 Vietnam’ da quel discone che è ‘Che fine Ha Fatto Lazlotòz?’; anarchica e caotica come non mai, quasi biascicata da Canali, che la canta quasi con rabbia e indignazione, mentre il fischio dell’inizio del secondo tempo si avvicina inesorabile.

I quaranta minuti di break prima dell’arrivo del Teatro vengono così spesi tutti davanti allo schermo per vedere quelli che, si spera, siano gli ultimi quarantacinque minuti di partita. Non bastano no, invece, con la cinica lotteria dei rigori che diventa un esito sempre più ineluttabile. La band di Capovilla sale quindi sul palco giusto in tempo per i supplementari, in un’ideale battaglia tra palco e schermo. Guerra dichiarata senza problemi dal cantante, che si affretta a dire “quella cosa lì, quella malattia cronica del nostro Paese”, indicando il maxischermo. Probabilmente, la musica del Teatro degli Orrori non cattura facilmente le simpatie dei fan, benché ne abbiano sempre di più. Ma posso dire che, per quanto ho visto e in confronto a cinque anni orsono, quando li vidi, ignaro, per la prima volta, ci sanno fare, sul palco e fuori. Capovilla è gioco forza il perno della formazione, ma gli altri non son da meno: costruiscono una piattaforma solida e furibonda sulla quale il performer ha libertà di gigioneggiare, declamare, sentenziare e scorrazzare in totale autonomia. E il risultato è originale e convincente, c’è poco da fare. Anche se a volte la voce del veneto si perde nel marasma di bassi, alti e distorsioni (e qui sta un po’ il punto di forza e, allo stesso tempo, il punto debole della band, a mio avviso), l’effetto è assicurato. L’incipit è affidato alla lirica ‘Majakovskij’, con i suoi stop & go tra il recitato di Capovilla e l’assalto degli strumenti. Dal secondo album viene ‘Alt!’, con il cantante che gioca a fare un po’ il gerarca un po’ il David Yow della situazione sotto la tesa linea musicale stesa dagli altri, a tratti in odore Mars Volta. ‘Skopje’ è invece la prima scelta dell’ultimo disco, con le sue trame sincopate e orientaleggianti ma sempre con un occhio ai Jesus Lizard. Immancabile il trio di singoli ‘Cerco Te’, ‘La Canzone di Tom’ e ‘A Sangue Freddo’, di gran lunga responsabile del maggior grado di coinvolgimento da parte del pubblico. Per introdurre ‘Stati Uniti d’Africa’, Capovilla pronuncia un discorso interessante riguardo gli affari condotti da ENI e altre sorelle dell’idrocarburo nel delta del fiume Niger, una denuncia, chiara, netta e precisa. Tutto questo mentre lì vicino si stanno tirando i calci di rigore, con boati che interrompono di quando in quando il filo del discorso. Fortunatamente, però, il grosso del pubblico rimane lì a seguire questioni ben più importanti. Intanto, il basso di Giulio Favero continua a sferragliare come una sega circolare, mentre il drumming di Valente è impetuoso e preciso come pochi; sotto questi auspici, Mirai pesca a piene mani tra tutte le possibilità per tessere le sue trame, benché i brani non si discostino molto dalle versioni in studio. In supporto, anche un chitarrista aggiuntivo e un tastierista. Il filone concettuale legato a ‘Il Mondo Nuovo’ viene riannodato con le esecuzioni di ‘Monica’ e ‘Ion’, quest’ultima preceduta dalla storia dell’ingegnere protagonista del brano e toccante nella sua sorta di gospel finale, con un Capovilla ormai quasi senza voce. La chiusura è affidata a colpo sicuro a ‘La Canzone di Tom’ e, a mezzanotte e pochi minuti, con impeccabilità giapponese, si chiude anche questa due-giorni de La Tempesta. Giornata stancante ma bella, con una Roma che da tempo non sembrava avere così tanti eventi a stretto giro l’uno dall’altro. Speriamo che duri.

Eugenio Zazzara