La recensione oggi ha ancora un senso?

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Apro un dizionario della lingua italiana a caso. Di quelli che ancora conservo dagli studi superiori, copertina scollata, carta ingiallita, sottolineature sparse e sbiadite. E poi quell’odore di polvere, di umido, di vecchio. Un piacere olfattivo, un piacere al tatto rugoso. Scorro veloce direzione “R”, rea, reb, rec… ecco ci sono “RECENSIRE”. Leggiamo insieme la definizione: “Esaminare e valutare criticamente un’opera di recente pubblicazione, uno spettacolo o altro”. Esaminare e valutare. Non vi è certo riportato il modo in cui l’opera deve essere criticamente analizzata, ecco perchè dalla nascita dell’uomo eretto, la recensione è sempre stata “libera” di apparire nelle forme più varie. Lunghi panegirici encomiastici, interpretazione pedante di ogni singolo brano (nel caso di un disco evidentemente, il caso che ci appartiene), immersioni storiografiche, giudizi personali che hanno il sopravvento sul giudizio tecnico e/o viceversa, poche righe essenziali, poche righe non essenziali, opinioni da opinion leader cresciuti a nicchie e blog, pareri telegrafici, saggi o dissacranti, semplici voti scolastici. Capirete bene quanto vasto sia il mondo dell’interpretazione della parola “RECENSIRE”. Vasto e per questo vario (per fortuna). Ma l’anno nel quale viviamo è il 2016 e non il 1973. Per questo, inevitabilmente, alcune di tali forme di analisi sono certamente vetuste, superate, decadute, tramortite dall’avvento della rete web, dalla digitalizzazione musicale, dalla fruizione della stessa tramutata ormai in pura schizofrenia tecnologica, dalla velocità di possesso di un’opera, dallo stato di decesso non apparente del meraviglioso mondo dell’informazione cartacea e via aggiungendo.

Dunque oggi la recensione di un disco ha ancora un senso? Mentre si attende l’arrivo del nuovo dei Tizio Caio e Sempronio c’è qualcuno che in quel preciso momento lo sta già ascoltando sull’ultima diavoleria succhiatempo (forse anche divertente e utile magari) approdata in ordine di apparizione nel nostro vivere quotidiano: Spotify. Un ulteriore esempio di quale sia ormai la celerità con la quale la musica (nuova) ci raggiunge annullando di fatto la questione “temporale”. Oggi la recensione nel classico modo di pensarla, personalmente non ha più senso, eccola la risposta. Credo vada aggiornata, modificata, plasmata, rinnovata per farla andare d’amore e d’accordo con tutti quei nuovi canali, con tutti quei social network, con tutte quelle manipolazioni tecnologiche, con tutti quegli apparecchi elettromagnetici che circondano il nostro mondo. Lavoro duro visto che in generale, è opinione diffusa, l’appasionato medio ha abbandonato quel tipo di lettura, preferendo – in un magazine di qualsivoglia fattura – qualcos’altro di più attrattivo, di più coinvolgente, di più curioso, forse anche di più bizzarro. Sintesi d’informazione. Precisa, meticolosa, scrupolosa, ma mai più prolissa.

Questione mare nostrum. I dati parla(va)no chiaro. I nostri dati. I contatti che la recensione di un disco genera erano tutti concentrati nei primi 2-3 giorni dalla pubblicazione. Come un flash arriva(va)no numerosi, curiosi, poi la luce lentamente si spegneva fino a far cadere su quelle righe un immeritato anonimato. Insomma, superati i primi clic da parte dei diretti interessati (artista, agenzia e/o etichetta), dei fan (tanti o pochi che siano, prevale comunque il secondo caso) e di qualche avventore occasionale, il counter ansimava e di conseguenza rimaneva seduto. Ma oltre a questi incontrovertibili numeri bisognerebbe riflettere anche sul “polverone” che viene alzato alla vigilia di ogni recensione, dunque alla vigilia di ogni album pronto all’uscita. Un polverone evidente, fastidioso a volte, soffocante altre ancora, che mette in moto comunicati stampa martellanti, proposte di interviste, invii di link, conferme, schedulazioni da rispettare, nuove conferme, nuove proposte, domande, risposte, diatribe, minacce, complimenti, auguri, alla prossima.

Un vorticoso andirivieni atto solo all’acquisizione sicura di una RECENSIONE. Che possa far bella mostra in home page per qualche giorno (come un flash…), che possa far gonfiare giustamente il petto (se positiva) alla band, che possa giustificare quell’alzata accecante di polvere, che possa purtroppo ben presto sfilare via dentro un’impetosa timeline. Il panorama italiano più o meno vive e si anima in questo modo, trasformando così la recensione in un mero “risultato” da ottenere a tutti i costi, costi quel che costi, sulla pelle indeterminata di chiunque. E l’omologazione del valore degli articoli diviene affare sempre più vistoso. Per molti addetti a questi lavori è infatti impossibile poter parlare “male” di un album dopo cotanta mole di spinta promozionale (!) alle spalle. Prende vita così il network involontario delle recensioni tutte “belle”, tutte “positive”, proprio come accade nelle radio nazionali allorquando si debba parlare e lanciare un nuovo brano. E chi ci rimette è ovviamente il gruppo, l’artista, che si ritrova inondato di giudizi in mezzo ai quali è difficile distinguere la “reale” verità. Tra 20 recensioni positive, alcuni poi, non ne vogliono sapere di accogliere quelle 2-3 negative, impossibile infatti da accettare quel riscontro a fronte di un’esorbitante cifra tutta a favore. Aggiungete poi l’incredibile mole di materiale in continua+inarrestabile uscita ed il gioco è compiuto.

Insomma al fin della pariglia abbiamo visto come le minacce verso la RECENSIONE – che ne minano la credibilità e l’esistenza – sono giunte e continuano a giungere da più parti, da emisferi diversi e dissimili, da situazioni particolari, da fattori non prevedibili, da standardizzate consuetudini, da incancreniti modelli come detto altamente sorpassati. Bisognerebbe a questo punto dare la parola alla gente, ai lettori, agli assidui frequentatori dell’informazione musicale, a tutti quelli che nutrono interesse nei confronti della nuova comunicazione. Noi la risposta l’abbiamo in casa da tempo. Il Giudice Talebano insegna. L’argomento sappiamo bene essere però di quelli annosi, che dividono, che fanno discutere, ed è per questo che in maniera molto accorata e sintetizzata l’abbiamo voluto sollevare.

Emanuele Tamagnini

Prima pubblicazione ottobre 2013.