La nostalgia e i Verdena

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E pensare che io la musica italiana l’ho sempre vissuta con distacco. Dalla nascita. Pur avendo avuto, in quell’armadio più grande di me, un tesoro di idee, un pieno di impulsi, una pila di vinili. I dischi di mamma e papà, quelli “di quando si erano sposati”, quelli degli anni ’60, i 45 giri Yéyé, il cantautorato impegnato, sapore di sale, il rock’n’roll, le versioni italiane, Elvis, i Beatles, Gainsbourg, l’Equipe 84. Quanto è stato bello poter scoprire. Ma intorno al 1978-79 la mia diventò ben presto l’età della ragione. Durante la quale metti a fuoco ciò che ti sta attorno, ti prendi una maglia che tiferai mosso da invincibile fede, mandi finalmente a quel paese tua sorella più grande (che nel frattempo è impegnata ad organizzare morbose festicciole casalinghe) e soprattutto scegli la musica per i tuoi primi sogni di bambino. A otto anni giravano in loop nel mangiadischi Penny color azzurro due canzoni che mi avrebbero segnato e accompagnato per sempre: ‘I Was Made for Lovin’ You’ dei Kiss e ‘Do Ya Think I’m Sexy?‘ di Rod Stewart. Due artisti, due canzoni assolutamente seminali per la mia crescita. Glam-rock, rock’n’roll, frontman, trasgressione, donne, anthem, Faces, New York Dolls, America, hard-rock… parole che ben presto sarebbero state pronte a volteggiare nella mia stanza. Gli anni ’80 sopraggiunsero in un attimo e le pareti della nuova casa si fecero più grandi. Il poster di Bruce Springsteen, quello dei Thompson Twins, la cornice a specchio con l’impeccabile David Bowie di ‘Let’s Dance’, la copertina di ‘Killers’ dei Maiden in bella mostra (perchè Di Anno era meglio di Dickinson), e quel “mio cugino mio cugino” che come un pusher di strada mi annientava abbuffandomi con Journey, Def Leppard, Night Ranger, Outlaws, Queen, Poco e Van Halen. Ma io volevo ballare e pomiciare con le ragazze. Il new romantic servì anche a questo. Poi arrivarono le Adidas Los Angeles, i ripiani colmi di Levis e Wrangler, gli Smiths che mi salvarono. Dalle impennate del mio amico Mario, dalla saletta giochi, dal Drive-In. Ma non dal compact-disc. Venne giù un diluvio e la neve che ricoprì Roma. Si chiamava futuro. Ma per la musica italiana non c’era posto. Chiamatemi pure esterofilo se volete, io però non ho mai avuto simapatia per le idee, i costumi o i vocaboli stranieri, ma solo per i “prodotti”. Ecco allora che annullare il distacco, pensare solo ad avvicinarsi ad un disco italiano, ha sempre significato grande sforzo mentale prima ancora che “fisico”. Gli anni sono passati assieme all’acqua che ha solleticato un’infinità di ponti. L’età adulta pure, fortunatamente senza grasso in eccesso, rivoluzioni sebacee e calvizie. Nell’ideale cassetto colorato dal bianco-rosso-verde dove custodisco gli artisti che porto nel cuore, meritevoli cioè di enorme rispetto a prescindere dai generi e dalla provenienza geografica italiana, non c’è mai stato spazio, in questi ultimi vent’anni, per i tre della Val Seriana. Un’inspiegabile antipatia che pian piano (magicamente) sì è dissolta, anzi tramutata in decisa ammirazione. Ascoltarli da una parte per tenerli… sotto controllo, quasi fosse una sorta di pedinamento silenzioso. Più o meno questo è successo fino a quando iTunes ha caricato in rapida sequenza ‘Endkadenz Vol.1‘. Non so dire se avrò la voglia, la forza, la curiosità di attendere anche il volume 2, ma una cosa è certa e personalmente mi appare incredibilmente chiara: i Verdena sono di un altro pianeta. Anche se l’album probabilmente non sarà il loro apice artistico (ma in fondo chi cazzo può dirlo?) dimostra ancora una volta come il talento è impossibile da acquistare scontato nel megastore. Dimostra come per fare grande musica non ci sia bisogno di pontificare, filosofeggiare, attualizzarsi, masturbarsi i pantaloni, arruffarsi i capelli, scimmiottare, copiare, atteggiarsi, vestirsi da Arlecchino, fare smorfie, dire stronzate, mascherarsi da pagliaccio, rompere i coglioni, bere vino rosso, aggrapparsi ai like e ai telegrammi stampa. La semplicità della band bergamasca è disarmante. Eletti in un mondo di ignobili. Allora è assai probabile che un giorno anche i Verdena faranno parte dei dischi di mamma e papà, di quando si erano sposati. E pensare che io la musica italiana l’ho sempre vissuta con distacco. “… mi dirai che senza un fine non ci riesco a stare…”.

Emanuele Tamagnini

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