L.A. Guns + Enuff Z’Nuff @ Alpheus [Roma, 20/Aprile/2003]

441

Se non avessi piene facoltà mentali tali da supportare una ferrea memoria, ieri sera avrei rischiato un ricovero d’urgenza, visto che nell’ambiente dello storico locale del quartiere Ostiense, ha preso vita un concerto che avrebbe dovuto svolgersi almeno una dozzina d’anni fa. Arrivano in una delle tappe del tour mondiale, i redivivi Enuff Z’Nuff da Chicago – con oltre dieci album all’attivo e privi dello storico lead singer Donnie Vie (impegnato in un tour solista negli States) – ed un manipolo di ex eroi del Sunset Strip losangelino, ovverosia gli L.A.Guns monchi del fondatore (ed ex Guns N’Roses nella loro prima incarnazione) Tracii Guns, alle prese in prima persona con una nuova band a nome Brides Of Destruction (insieme all’ex Motley Crue Nikki Sixx).

La curiosità è davvero molta, per chi come il sottoscritto, ha vissuto l’ascesa dello sleazy street rock, fin dalla spinta notevole data dai finnici Hanoi Rocks e Smack a metà anni ’80, che rinverdivano i fasti fondamentali di Aerosmith e New York Dolls. Ma ad alcune note positive, la serata ha alternato tristi realtà di fatto, a cominciare dalla band italiana (veneta) che apre l’evento nostalgia, ovverosia i Bastet assolutamente inascoltabili anche con tutta la volontà donataci da Nostro Signore. Con un look a metà strada tra L.A.Guns (guarda caso) e qualcosa di veramente cafone, il quintetto ha rivoltato anemici ed anonimi pezzi bubblegum street, con ritornelli scontati e tremendamente tutti uguali uno all’altro. Non bastano le buone intenzioni del cantante che tira in ballo la propria regione, Kurt Cobain (alla quale dedicano un pezzo contro) e le solite esternazioni maschiliste su come e quanto copulare… mah!

Il pubblico ora può attendere le band per le quali ha pagato il biglietto mentre personaggi fuori moda e fuori tempo animano il parterre dell’Alpheus. Si va dal biker di provincia, al cowboy fornito di chiodo e stivali (!), dal true defender che non perde un concerto anche se venisse la nonna di Robert Plant, all’ultra trentenne con abiti pseudo borghesi, senza dimenticare dark lady, pogatori dell’ultima ora e tanti gilet di jeans che pensavo estinti, fatti fuori dall’evoluzione normale della vita intelligente. Deja vu continui e look improbabili dunque, visto che i tempi cambiano e anche gli stessi protagonisti che vedremo salire sul palco non hanno certo più nel loro bagaglio hot pants, lipstick, capelli cotonati e pellame vario. Finalmente liberato il palco, entrano in formazione power trio gli Enuff Z’Nuff, che sono al basso il fondatore Chip Z’Nuff, alla chitarra e voce Johnny Monaco (entrato nel 1993) e alla batteria Ricky Parent. La differenza di suono è notevole, compatti e affiatati vista le defezione di Vie, gli Enuff cominciano subito con quello che nel lontano 1989 fu il loro primo successo. ‘New Thing’ appare rimessa a nuovo, un’operazione di lifting musicale che colpirà anche le altre canzoni presentate nel giro di un’oretta. La voce di Monaco è praticamente uguale a quella del quarto desaparecido, così non si sente la mancanza anche quando il piccolo italo-americano si cimenta nella dolce ‘Baby Loves You’ (dal secondo album ‘Strenght’ datato 1991) mentre il mestiere di Chip Z’Nuff trasuda da sotto il consueto cappello che nasconde forse il passare degli anni. Il trio decide di attingere praticamente dai primi tre lavori, proprio per favorire i fan di vecchia data e non aver problemi con la produzione più recente e sicuramente meno nota, dunque spazio anche a brani da ‘Animals With Human Intelligence’ accolti molto bene dall’audience. Alla fine arriva il piccolo grande clou, con una jam diluita di ‘Jean Genie’ di David Bowie, dove viene chiamato come guest Mr. Brent Muscat, chitarrista in forza agli L.A.Guns ed ex Faster Pussycat. L’ultima chicca è riservata ad una ballata storica, ‘Fly High Michelle’ anch’essa tratta dal primo omonimo album di ben 14 anni fa. La sensazione in definitiva è stata buona, una band in pista da oltre 15 anni sa come farsi valere, e le armonie con il flavour dei Beatles si lasciano ancora piacevolmente ascoltare.

Dopo una piccola pausa è la volta del quintetto di Los Angeles, che negli anni ha avuto numerosi cambi di line-up. Fuori con Phil Lewis alla voce (tornato dopo una parentesi solista di qualche anno fa) Keri Kelli (ex Big Bang Babies, Newlydeads, Dad’s Porno Mag, Pretty Boy Floyd) a sostituire Tracii Guns, come detto Brent Muscat, Adam Hamilton al basso e lo storico Steven Riley alla batteria. La partenza è furente, ma penalizzata inizialmente dalla voce poco in palla di un appesantito ma gagliardo Lewis, con un taglio di capelli a caschetto veramente kitsch! L’ex Girl si riprende già dal terzo brano, animando il pubblico con ripetuti saluti a Roma e all’Italia, che lo avevano comunque visto protagonista nel 1991 quando la sua band faceva da supporto agli Skid Row (ma mai nella capitale). Altri tempi quelli… tempi nei quali queste formazioni riempivano arene e stadi con estrema facilità, vendendo milioni di copie sull’onda del successo della scena insieme a Guns N’Roses, Faster Pussycat, Vain, Poison e tanti altri. L’esperienza copre magagne enormi, arrivano però brani celebri che il pubblico riconosce d’istinto come ‘Long Time Dead’, ‘Sex Action’, ‘One More Reason’ ed una tellurica ‘Rip N Tear’. D’obbligo la ballata simbolo del quintetto americano, ovverosia ‘Ballad Of Jane’ anticipata da un piccolo saggio di ‘Crystal Eyes’ solo voce e chitarra acustica per mano di Phil Lewis. Anche per loro, vale lo stesso discorso fatto per gli Enuff Z’Nuff riguardo la scelta dei brani, principalmente estrapolati da quelli iniziali dell’era Lewis, compresi però anche i recenti ‘Man In The Moon’ e l’orribile ‘Waking The Dead’. Il set termina in scroscianti applausi, soprattutto per Keri Kelli distintosi alla sei corde e a Riley ancora possente macchina dietro le pelli… mentre con tutto l’amore e la stima per Phil Lewis, non mi sento di affibbiargli un giudizio positivo purtroppo, la sua voce e il suo fisico appaiono intaccati dal tempo. Potremmo dunque dire fra qualche anno di aver visto due pezzi di una storia musicale che ha accompagnato giovinezze e primi adolescenziali pruriti, pensando però che nel frattempo la musica (nel bene e nel male) ha cambiato più volte la propria faccia, compresi quegli adorati giubbotti di pelle maleodoranti di naftalina e sudore. C’è un tempo per tutto e quel tempo è passato.

Emanuele Tamagnini

Commenta

Please enter your comment!
Please enter your name here