La Crus @ Auditorium [Roma, 18/Novembre/2008]

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Definito il concerto d’addio dei La Crus al popolo romano che li ha amati nel corso di numerosi anni, l’Auditorium ha fatto da scenario perfetto per l’occasione. L’incipit è affidato ad un poetico strumentale  sorretto da un ensemble composto da un quartetto d’archi diretto da Feyzi Brera, la tromba di Paolo Milanesi, Marcello Testa al contrabbasso, Leziero Rescigno alla batteria e la chitarra, acustica e classica di Cesare Malfatti che si alterna alle programmazioni. Gli elementi ci sono tutti. Subito dopo,  sale sul palco Joe assieme a Riccardo Sinigallia col quale intona ‘Nera Signora’, riarrangiata, meno cupa, meno oscura. Ma se  si toglie al pezzo quell’oscurità quella malinconia che lo hanno contraddistinto, il brano risulta essere privo della sua essenza.

Pian piano che la performance va avanti ci rendiamo conto che tutta la serata si snoderà verso quella prospettiva. Qualche “perla” è rappresentata dall’esecuzione (e qui finalmente ritroviamo il vero “cuore” dei La Crus) di ‘Infinite Possibilità’. Sul palco si avvicendano vari ospiti che duettano con Joe.  Syria canta ben due pezzi e non riscalda gli animi, oltre a  non essere “pertinente” a tutto il resto. Poi è la volta di un capace Mario Venuti e di un’insolitamente impacciata Carmen Consoli (non avevano provato? Peccato…) sulle note della indimenticabile ‘Come Ogni Volta’. Quest’ultima esibizione lascia un po’ di amaro, perché il duetto, eccellente “sulla carta”, non  mantiene ciò che promette. Infine, Pino Marino accompagna vocalmente e mimicamente Joe verso il finale con ‘Il Vino’. Chiosa la leggiadra goliardia un po’ acre della conclusione. Rientrano tutti gli ospiti con un coretto da stadio e la platea risponde soddisfatta.

Invece, per noi la sensazione è che sia stato un concerto “acefalo”, mutilo, incompiuto e che siano mancati lirismo ed intimismo. L’impressione è che Joe talvolta abbia gigioneggiato un po’ troppo a scapito del suo talento, ed è come se avesse avuto “paura” a far emergere tutta la malinconia, la parte oscura che ha fatto tanto grandi i suoi La Crus. I pezzi , originariamente bellissimi, sono stati mutati verso una cifra che non è la cifra stilistica del gruppo, del ‘poeta’ che conoscevamo. “Non sarà un concerto triste” ha detto Joe e noi ci siamo chiesti: perché no? Perché non lasciarci andare alla melanconia, alla soave bellezza di quegli spessori umani e artistici ai quali ci aveva abituato? Ci piace ricordarli in un vecchio concerto presso un castello di provincia con alle loro spalle le proiezioni in bianco e nero, con le movenze chiuse e vagamente shogazer di Joe, folletto triste qualche volta disperato, rassegnato, che ci dà sua anima, in cui le anime di molti di noi si sono immedesimati. Peccato, davvero, per le infinite possibilità , rimaste tali, di questa ultima esibizione.

Mariagloria Fontana

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