La Batteria @ Monk [Roma, 4/Maggio/2019]

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Ritornano quelli de La Batteria e lo fanno davvero in grande stile. La formazione è sempre la stessa: Emanuele Bultrini alle chitarre, Paolo Pecorelli al basso, Stefano Vicarelli alle tastiere e ai synth e David Nerattini alla batteria. “II” è stato pubblicato esattamente un mese fa dalla coraggiosa Penny Records, label specializzata nel tributo alla library music italiana, che ha curato tutta la produzione precedente della band. Il nuovo album giunge a quattro anni dall’ottimo esordio omonimo e a tre da “Tossico Amore”, omaggio a Detto Mariano nella rielaborazione delle musiche tratte dalla colonna sonora di “Amore Tossico”, film cult di Claudio Caligari del 1983. Nel mezzo ricordiamo anche l’EP di remix “Fegatelli” che vede una collaborazione notevole con i Colle Der Fomento. L’ultimo disco ha richiesto un anno e mezzo di gestazione e si compone di 18 brani, che mostrano una crescente omogeneità e maturazione nella ricerca sonora, stilistica e compositiva del quartetto romano. Le coordinate sono quelle di composizioni strumentali che recuperano le atmosfere cinematiche degli anni ’60 e ’70, mischiando diversi stili e atmosfere: il rock progressivo, il funk, l’hip hop, la musica classica, l’elettronica, i ritmi latini, l’italo disco, la psichedelia e l’hard rock. Tutto viene mischiato con grande personalità e un rispettoso approccio vintage, che li rende protagonisti moderni e credibili della grande tradizione italiana della musica per immagini. In tal senso gli esempi da seguire sono quelli di diversi compositori: Ennio Morricone, Bruno Nicolai, Stelvio Cipriani, Piero Umiliani, Alessandro Alessandroni e Egisto Macchi, e di formazioni come Gruppo di Improvvisazione Nuova Consonanza, i Goblin e I Marc 4. Artisti che hanno offerto un enorme contributo nel mondo delle colonne sonore dei film, così quanto in quello ben più sfaccettato delle sonorizzazioni di servizio per la radio e la televisione, tipo documentari, notiziari, sceneggiati, jingles e quanto altro possa rendersi utile e venga realizzato spesso di fretta, con pochi mezzi e sotto vari pseudonimi.

Il Monk Circolo Arci ospita la data di casa per la presentazione ufficiale del disco. Stavolta non è sold out ma poco ci manca e la sala offre un bel colpo d’occhio. L’apertura è affidata a Evandro Dos Reis in solo. L’artista di San Paolo, già in forza all’Orchestra di Piazza Vittorio, esegue venti minuti di musica brasiliana in acustico, avvalendosi soltanto di una chitarra classica elettrificata e della sua voce. Come ci spiega in sede di presentazione, ha collaborato con la band in due brani del disco nuovo e trovandosi in questo momento in Italia è stato invitato ad unirsi alla serata. Nelle cinque composizioni proprie che esegue, suona samba, bossa nova e forrò d’ottima fattura, impreziosendo il tutto con una grande perizia tecnica sulla chitarra e nel canto. Inoltre tra queste presenta un brano più intimista e malinconico, che racconta lo stesso Evandro, è stato scritto per l’Orchestra, ma mai pubblicato precedentemente. A tratti ricorda piacevolmente Jorge Ben. Davvero interessante.

Alle 23:00 La Batteria sale sul palco. I quattro musicisti sono disposti in linea retta nel fronte scena. Si parte con il prog di “Prologo”, seguito dall’assalto e dal dinamismo di “Largo”. In questo brano vengono raggiunti sul palco da Raul Scebba, percussionista dell’Orchestra di Piazza Vittorio e collaboratore in “II”, che prende posto dietro un nutrito set di percussioni in cui spiccano due grandi congas e qui vi rimarrà per buona parte del concerto. La setlist prosegue con il prog di “Antenna” e si esalta nell’omaggio cosmico di “Diva”, che unisce al meglio John Carpenter a Giorgio Moroder, con Bultrini che vocalizza con il vocoder. “Moviola” è un jazz-funk seventies da colonna sonora di telefilm americano, che evidenzia il lavoro di Scebba. “Superbum” è un brano più vecchio ma dal groove affine al precedente e con un bel solo di percussioni. La pressione sale e il pubblico apprezza a pieno la performance. La sala suona bene, grazie soprattutto alla pulizia dei quattro musicisti e all’opera attenta del loro fonico Sante Di Clemente. “Stiletto” è quasi blaxploitation, con trame psichedeliche, incastri ritmici funk e una chitarra evocativa. “Intermezzo” è un breve affresco classicheggiante per piano solo. “Monica Vitti” è library music sofisticata e di gran classe, mentre “Dogma” stigmatizza il prog con un approccio quasi heavy. L’intro di synth di “Spirale” è kraut ma il resto è un crasi tra Simonetti e Carpenter. “Furfante Amedeo” riporta al funk di grana grossa e a qualche inseguimento epico tra le strade di New York. A questo punto più di qualcuno tra il pubblico si lancia in una danza tra il divertito e il liberatorio. “Eldorado” vede risalire sul palco Evandro che suona il cavaquinho portoghese, per dare un tocco brasileiro a una composizione dal notevole appeal danzante. “Romanzo” si apre con un arpeggio di chitarra molto bello a cui si intreccia la tastiera con mirabile gusto timbrico e poi tutto il resto. Un brano dal forte impatto emotivo e dal crescendo notevole. “Megalopoli” ci porta in territori psych tardo sixties con profonda autorevolezza, evidenziata soprattutto nel lungo finale, che sfocia nella magniloquenza ritmica di “Vigilante”. I quattro musicisti mostrano una grande cura per i suoni e per gli arrangiamenti. Risultano freschi e dinamici anche nella classicità dell’approccio vintage. Una sezione ritmica sontuosa e possente, con due solisti concreti ed efficaci, senza risultare mai sopra le righe. Vicarelli ad esempio, immerso dietro ai due moog, al nord stage e ai sequencers, è meno appariscente rispetto al passato, soprattutto a quanto facesse nella Fonderia, ma sempre fondamentale nell’economia del suono. Bultrini è forse meno istrionico e più concreto e pur non essendo un gran affabulatore, prima del finale ringrazia tutti coloro che hanno collaborato al disco e alla serata, nessuno escluso. Quindi salutano con “Manifesto”, ebbro di un ritmo infetto e coinvolgente e denso di temi vocali riverberati. Richiamati a gran voce tornano in scena ed eseguono due bis. Il primo è quel capolavoro di romanticismo malinconico che risponde al nome di “Chimera”, emblematico nell’essere stato il primo brano in assoluto composto dalla band. Il secondo è “Formula”, preceduto da un effetto di sintonizzazione radiofonica fuori controllo e introdotto da un synth da techno kraut. Il brano vede tutti e sei i protagonisti sul palco e ha un incedere irresistibilmente trascinante, compiendosi tra le danze e i sorrisi compiaciuti del pubblico. Da lì parte l’appendice di “Technodelirio”, che rafforza il concetto precedente espandendolo in una deriva più trance. Si chiudono così, tra gli applausi convinti e meritati, cento minuti di performance avvincente e preziosa.

Cristiano Cervoni

Foto dell’autore