Kylesa + Dark Castle @ Bloom [Mezzago, 23/Aprile/2010]

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Questo concerto non è nato sotto i migliori auspici. Prima gli Shrinebuilder, bloccati a New York dal vulcano Eyjafjallajokull, sono costretti a posticipare il loro atteso tour europeo a novembre. Poi, privi di navigatore, ci perdiamo inesorabilmente sulla temutissima tratta Milano – Mezzago. Una trentina di chilometri che diventano un calvario eterno e che ci fanno arrivare al Bloom provati, esauriti e con un ritardo pazzesco. Veniamo accolti dall’applauso ironico del buon Corrado di Hard Staff e ci fiondiamo all’interno dello storico locale, attivo dall’ormai lontano 1987.

I Dark Castle stanno già suonando da qualche minuto e l’ambiente non è quello che ti aspetti da un venerdì sera, poca gente sparpagliata qua e là ed un clima generale piuttosto depresso. Del duo batteria/chitarra proveniente dalla Florida la prima cosa che salta all’occhio è la cantante/chitarrista Stevie, braccia totalmente coperte da tatuaggi ed un aspetto assolutamente androgino, tanto che mi servono cinque minuti buoni per coglierne il sesso, con susseguenti dubbi per tutta la durata del set. Musicalmente suonano un doom metal intenso e claustrofobico ai massimi livelli. Di gran lunga più sporchi ed incazzosi rispetto a quanto ascoltato sul loro myspace. Decisamente una degna colonna sonora per la disfatta del genere umano ed infatti, quando staccano, la mia fiducia verso il prossimo cala ai minimi storici ed inizio a scrutare tutti con una certa diffidenza. Giusto i growl dei due non mi hanno convinto, pesantissimi e disperati,  ma anche parecchio ripetitivi e monotoni.

Con i Kylesa non c’è certamente il pienone ma qualche persona in più sì. Visti in estate al Magnolia, non fecero certamente un figurone, ma avevano tutte le attenuanti del caso. Vennero infatti penalizzati da dei suoni francamente osceni e dall’assenza del chitarrista/cantante. Stasera le cose vanno meglio, anche se talvolta le chitarre perdono di potenza nel casino generale. Quarantacinque minuti tirati senza troppi fronzoli e tanta sostanza. Nel corso degli anni hanno smussato di parecchio il loro suono, ora meno noise e hardcore, trasformandosi in qualcosa di simile ad una versione più “in your face” dei Mastodon. Difficilmente raggiungeranno la fama dei loro amici, ma in complesso questo cambiamento ha reso la loro proposta più immediata e fruibile. Non che li vedrete mai su MTV. Una sezione ritmica possente mandata avanti dal ritmo ossessivo e tribale dei due batteristi e da un bassista (talvolta alle prese con un piccolo synth Alesis) scatenato, che suona come se fosse l’ultimo concerto della propria vita. Mentre i riff di chitarra di Phillip e Laura sono la gioia di chi sta sotto il palco a spaccarsi la cervicale, taglienti e al contempo tremendamente catchy. Stasera, oltre ad una freddezza generale, solo la voce di Laura è risultata debole, specialmente nelle parti melodiche dove faticava non poco. Ma, in fin dei conti, un deciso passo avanti rispetto alla data estiva e, da qui a luglio, quando toccheranno ancora una volta l’Italia assieme ai Converge e ai Gaza, c’è tempo per migliorare ancora. Sulle note di ‘Roots Bloody Roots’ lasciamo il Bloom accodandoci ad un’amica che grazie a Dio ci fa da navigatore umano sulla via del ritorno.

Chris Bamert