Kurt Vile & The Violators @ Piazzale del Verano [Roma, 3/Luglio/2012]

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Una serata che attendevo da tempo, potenzialmente enorme ma terminata con un leggero retrogusto amaro. Come molti, ero rimasto incantato da un disco come ‘Smoke Rings For My Halo’, uno dei più belli del 2011, e non vedevo l’ora di poter godere di un concerto di Kurt Vile. Il ritardo da imputare ai sempre ottimi mezzi Atac comporta la perdita del set dei Breton in apertura, riesco a sentire solo poche schegge di un ultimo brano punk funk scendendo dal bus a Piazzale del Verano.

Sarà che gli Europei sono terminati o che la serata, rispetto a quelle già viste qui nei giorni passati, non prevede ingresso “up to you” ma di gente ce n’è poca. In pochi minuti il palco si riempie di capelloni, lunghissime le chiome dello stesso Vile, di uno degli altri due chitarristi e del batterista. S’inizia proprio con due brani dall’album più recente, ‘Jesus Fever’ e ‘On Tour’: Vile ha l’aspetto di un nerd slacker piombato da Seattle fine anni ’80 (e non è solo suggestione per via del suo nome di battesimo), è timido e lo dimostra con le prime parole rivolte al pubblico, riesce a rompere il ghiaccio e già a guadagnarsi la simpatia dei presenti, chi lo ama per i suoi dischi non può che intenerirsi e apprezzare pure il suo lato live, con la voce se possibile ancora più inusuale, così bassa, sgraziata, perfino nasale e capace di stecche qui e là. Eppure emoziona, la band carbura che è un piacere, spicca il batterista che quasi mai usa due bacchette, piuttosto alterna una bacchetta, un battente e una maraca. Risulta però troppo in evidenza, oltre a esser già di suo bello pestone, in effetti l’audio non è un granché. Ma non importa perché l’esecuzione della springsteeniana ‘Downbound Train’ è già il colpo del ko e non siamo neanche a metà del set, Vile scortica al massimo le corde vocali e la band lo segue diligentemente, la coda del pezzo è un vortice di feedback di tre chitarre che avrebbe fatto la gioia tanto del buon Hendrix quanto dei Sonic Youth.

Per stemperare i toni, ecco subito dopo l’altro lato di Vile, quello folk, più intimo, solo i suoi arpeggi con la chitarra acustica e la sua voce per brani stralunati come ‘Peeping Tomboy’ e ‘Blackberry Song’. Totale cambio d’atmosfera e band nuovamente on stage per ‘Freak Train’, dall’andamento coinvolgente, probabile massima summa del colorato universo di Kurt Vile che dopo rimette di nuovo via la chitarra elettrica e, ancora in solitaria (con un lieve contributo di maracas del batterista) e quasi chiudendosi in sé stesso, suona una commovente ‘Baby’s Arms‘, trattenendo le parole. Ma non c’è neanche il tempo di applaudirlo che tutto l’impianto viene spento e lui, al culmine dell’imbarazzo, saluta tutti, resta un attimo sul palco per chi gli chiede altri brani ma non può far altro che dire “Curfew!” e cercare di alleviare la delusione proponendosi per qualche istante come air guitarist, da qui la leggera amarezza di cui scrivevo in apertura, non certo per il concerto visto che il buon Kurt conferma di essere un ottimo artista, capace di crearsi il suo piccolo mondo tra i nonni Bob e Bruce e lo zio Thurston. Un mondo facilmente visitabile anche da chi non conosca quei suoi parenti. Aprite orecchie e cuore, dunque, e la prossima volta anche gli occhi, quando si presenterà dalle vostre parti.

Piero Apruzzese

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