Kula Shaker @ Circolo degli Artisti [Roma, 20/Ottobre/2007]

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Appena varcate le soglie del Circolo degli Artisti, mi trovo davanti una montagna di carne, fatta di sguardi persi, membra stanche e volti tristi che sostano spaesati di fronte al cartello “Biglietti esauriti”. Forte del mio addestramento da nerd, incomincio l’arrampicata: a metà strada dalla cima, il Sensei mi abbandona, mormorando che lui non ce la fa più. Sordo alla suppliche di issarsi sulle mie spalle (e meno male, sennò stavamo ancora lì) mi cede il vessillo del sito, la fascia del potere, e, soprattutto, l’agognato accredito. Lo vedo immergersi tra i corpi in attesa, fino a quando non spunta solo il suo braccio con le dita della mano a V.
Finalmente sulla vetta (la cassa), una graziosa signorina mi bolla la mano destra con il timbro “pagato”. Un invasato lombardo mi chiede se di biglietti ce ne sono ancora. Sguardo sprezzante: “qui solo stampa, bellezza!”. Il locale è stipato all’inverosimile, di nuove e vecchie leve. I movimenti tellurici della folla (“Esco a Fuma/oddio mi sento male voglio uscire/ annamo avanti”) mi consentono di giungere ad una posizione accettabile. Il caldo, il sudore, la grappa e l’inevitabile fumo dei maleducati mi fanno andare in trip mistico, i neuroni si mettono a correre ed il cervello elabora una prospettiva provincial-maremmana sull’indiA-Band (… non ho resistito): autunno 1996, Crispian Mills e soci, dopo una manciata di ottimi singoli, danno alle stampe “K”. L’album, chissà come, supera la manica e giunge, rigorosamente in cassetta pirata, nelle mani del fiero metallaro tarquiniese Papaccini, che, tra un assolo di venti minuti e un album dei Death, lo snobba in quanto fighetto, consegnandomelo sprezzante.

E’ l’alba di una nuova personale era di ascolti.

Il boato dei convenuti mi riporta al presente. Mills, sorta di moderno Brian Jones, saluta dinoccolato in ialiano, ed impugna la chitarra. Alla sua destra, Harry Broadbent, baffetto da imbecille e giacca di Sergeant Pepper, siede alla tastiere. Alonza Bevan, in impeccabile completo marrone, occupa la parte sinistra del palco. Paul Winterheart, sobria t-shirt gialla e zuccotto grigio, prende posto dietro le pelli. L’equazione è chiara: una profonda influenza della Swinging London, una massiccia dose di Beatles post Maharishi Mahesh Yogi, un inevitabile pizzico di new wave mescolate e cotte nel brodo dell’Inghilterra Madchester. Risultato: Kula Shaker. “Hey Dude” da fuoco alle polveri. Insieme omaggio e blasfemo sberleffo nei confronti dei quattro di Liverpool, ci trascina, sferragliante, nel regno unito di metà anni novanta, presso un gruppo di dandy snob che, se con le pasticche ci giocano tanto quanto con il culto della svastica, anziché sconvolgersi in pista – cosa no, davvero, non elegante – preferiscono rimanere appoggiati al bancone dell’Hacienda ad osservare divertiti i propri occasionali compagni di baldoria. Ritornello da gridare a squarcia gola e coda acida che si trasforma nell’intro di “Knitght On The Town”, basso rutilante e chitarra tagliente per la discrezione cattivella della lei di turno, che vive la settimana nel grigiume, salvo venire salvata il venerdì sera dal suo scintillante cavaliere. Peccato che non duri. Le tastiere di Broadbent sono protagoniste della successiva, mesmerica, “Jerry Was There”, colpevolmente monca della gemella psycho “Greatful When You’re Dead”. Mills introduce quindi “Die For Love”, rufianella e potente, con le parole “questa canTone si chiama morire per am-more”. Certo, Crispian, anche a noi piace camminare in Valleverde. Il concerto prosegue alternando ripescaggi da “K”, i cui brani più tirati costituiscono l’ossatura della performance, e i pezzi dell’ultimo discreto, “Strangefolks”, di cui colpisce la resa di “Great Dictator (of the free world)”. Pochi, invece, le canzoni del debole “Peasants, Pigs And Astronauts”, dove l’eccesso di salsa curry dava origine ad un pasticciaccio kitsch. Appare evidente lo iato che separa i pezzi dell’esordio, tanto potenti (“Into The Deep”; “303”), quanto capaci di inaspettati cambi e gradevoli cambi di umore (lo splendido power pop di “Tattva”), dai nuovi, invero molto più freddi e manieristici. I nostri però il mestiere lo conoscono eccome, andando a sopperire ad una scrittura non sempre originale con uno stordente muro di suono: la presenza di una sola chitarra è ottimamente sostenuta dalla sezione ritmica e soprattutto dalle trame space di tastiera. Menzione d’onore per la trascinante cover di Joe South, “Hush”, sul cui irresistibile “NA NA NA NINA NA” è impossibile non ballare. Chiudono il concerto le atmosfere misticheggianti di “Govinda”, cantata in coro da tutti i presenti, che sostituiscono le impronunciabili frasi indiane con parole inventate, come ai tempi di “Luoie Louie” dei Kingsmen. Ci è piaciuto? Si, visto le alchimie sonore che i nostri hanno creato, la simpatia e la voglia di divertirsi dimostrate dagli inglesi. Eppure rimane la sgradevole sensazione di una band che ha già detto tutto dieci anni fa. Visto che promettono di tornare presto, speriamo di esser smentiti, anche perché quella “Mystical Machine Gun”, crudelmente non inserita in scaletta, ci è rimasta strozzata in gola.

PS: All’uscita becco il Sensei, assolutamente illeso, a gozzovigliare con uno stuolo di ammiratori. Il maledetto me l’ha fatta ancora.
PPS: A tutti quelli cui da fastidio che la gente canti e balli ai concerti: statevene a casa, che Pippo Baudo l’hanno inventato per voi.

Carlo Fontecedro

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