Kristin Asbjørnsen @ La Palma [Roma, 3/Maggio/2007]

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Approdo alla Palma in una giornata, quindi serata, non tersa, poco primaverile, abbastanza umida. Nutro le aspettative migliori. Le ho covate da tempo, le ho covate nel tepore dell’attesa. Avevo mancato, come quando si manca un tiro facile, la data dello scorso dicembre. E per questo, ricordo di essermi nutrita, il giorno seguente, delle mie stesse enormi mani. Ho conosciuto Kristin Asbjørnsen e la sua musica così come segue: vado al cinema a vedere il film “Factotum”, con Matt Dillon e la bravissima Marisa Tomei. E poi: “Uè chi è costei che canta?”. Ipotizzo Anja Garbarek, ma l’ipotesi dura un secondo, scavo allora nell’archivio delle mie conoscenze al femminile. Niente, mi sfugge. Poi, nella ferocia spasmodica delle mie ricerche domestiche mi si rivela il suo nome: Kristin Asbjørnsen. Norvegese, canta da tanto, tanto tempo: vedi quartetto Kvitretten e Dadafon. Un mese fa sapevo già del suo ritorno a Roma. Eh no, stavolta non scappa. Ho bisogno di un buon concerto, potrebbe essere la volta giusta. Attendo il cosiddameddetto “concerto sveglia” (hey tu, svegliaaaa!).

Mi spaparanzo in una delle tante poltrone rosse, un signore in sciarpa bianca annuncia l’inizio del concerto e preannuncia uno “spettacolo”. Il signore ci sente bene, non sbaglierà. La sua previsione, come la mia del resto, non verrà tradita e l’esigente che è in me, godrà per questo. Durante e dopo. Signore e signori: Kristin Asbjørnsen. E vai! Il repertorio non verterà sui brani che hanno dato vita alla malinconica, riflessiva soundtrack del suddetto film bensì sulla proposta dei brani tratti dall’ultimo lavoro: “Wayfaring Stranger: A Spirtual Songbook”. E sì perché Kristin ha potuto apprendere lo stile, la forma, la storia degli spirituals grazie a Ruth Reese, una Afro-Americana trapiantata in Norvegia. Lei stessa sottolineerà l’importanza di questo incontro durante il concerto. Con un’abilità impeccabile Kristin compie un lavoro di traslazione di motivi con radici antiche in un territorio musicale moderno, senza stravolgere l’intento, senza deformare, alterare gli ingredienti alla base delle spiritual songs. Ne avrò la prova quando sarà il momento della ritmata e solare “Ride Up In The Chariot” e poi “Trying To Get Home”, e poi la dolce “Now We Take This Feeble Body” (se solo ci fosse qualche “alleluia” di meno!). Il lavoro degli altri membri alle chitarre acustiche, backing vocals e alla batteria è da veri cesellatori, una cura e un decoro da scalpellini. Non sono lo sfondo ma la cornice preziosa di un quadro importante. La voce di Kristin è una voce granulosa, ruvida ma potente. Una voce che si propone di non strafare di non appesantire. Ha un controllo quasi totale, una capacità gestionale dello strumento sorprendente. Ogni sua emissione, ogni suono è accompagnato da movimenti, si dimena e segue a mo di danze afro il ritmo delle percussioni. Mette di buon umore, appaga, riempie. La sua è stregoneria, la sua è un’incandescente miscela avvolgente, il suo ritmo un corso d’acqua verso il mare e di copiose precipitazioni equatoriali. E’ semplice in fondo, è naturale. Una pulizia nei suoni, raccordi e incastri perfetti, sincronia e tempo inappuntabile. Un fiore cangiante nel fumo di un’ubriaca, esausta metropoli. Introduce la bellissima “Come Go With Me” con suoni, respiri, che sembrano provenire dagli abissi. Stupefacente in questo momento, un momento che vorrò ricordare, che vorrò fermare, che registrerò nella mia mente. Sguinzaglio il mio fedelissimo lettore mp3 e seleziono “record”. Il pubblico soddisfatto e pieno ne vuole un altro pezzetto di questa torta buona che sta per finire, che è finita. Kristin saluta e va, vanno via. M ail pubblico applaude affinchè rientri, affinchè rientrino tutti e quattro. Poi finirà, ringrazieranno, ringrazierò silenziosamente io ma meno il mio metallico, corposo clap clap. Esco, fuori piove, poi ancora di più. Ma chi se ne frega?!? Fino a poco prima c’era un gran sole…

Mary Notarangelo

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