Krakatoa Festival @ TPO [Bologna 28-29-30/Settembre/2018]

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Già dal nome il festival Krakatoa fa paura. Esplode e si gonfia nelle fauci mentre le pronunciate. Provate. Visto? Da tre anni è IL festival per eccellenza in Italia per tutto ciò che è musicalmente estremo e pesante. Il seguente report non è il resoconto dell’intero evento, non ho neanche accrediti stampa da rispettare e quindi quello che leggerete è la visione delle band che le mie gambe e la mia età mi hanno permesso di vedere. Dunque se non troverete il nome di qualche protagonista il motivo può essere:

a) Sono arrivato tardi.

b) Suonavano in concomitanza con altri gruppi.

c) Suonavano troppo tardi (sabato l’orario prevedeva che l’ultimo gruppo finisse alle 3!)

d) Non mi interessavano proprio.

Il festival si (ri)svolge al TPO, CSOA così vicino a casa che se avessi trovato 3 persone in fila per andare in bagno avrei fatto prima a rientrare a casa. Ciò ha sicuramente stimolato la mia voglia di muovere il culo così come il prezzo davvero allettante di 10€ a serata (o 25 per tre serate) con la possibilità di vedere 20 gruppi di un certo livello ogni sera, per un totale di 62! Ci sono tre palchi: uno grande, uno medio e uno talmente piccolo che non sono mai riuscito a entrare se non un paio di volte. I gruppi si alternano perfettamente tra palco medio e grande in modo tale da non suonare mai contemporaneamente mentre quelli del palco minuscolissimo suonano sempre in contemporanea ad altri. Apprezzo molto questa formula perché prima delle ultime band, a cui viene giustamente dedicato più tempo, ogni performance dura circa 25 minuti, un tempo perfetto per un festival come questo.

Giorno 1

I primi che vedo sono i Container 47 che a me han fatto una buona impressione. Peccato essermi perso la prima parte. Onestissimi nel loro space noise rock fluido. Una sorta di Spacemen 3 elettrizzati, peccato che i suoni non fossero proprio il massimo per loro (6.5). Per gli Organ il discorso cambia decisamente. Mastodontici. Uno space dark doom fenomenale. Lunari e apocalittici. Mordono alla pancia. Vero, ogni tanto si perdono nelle sabbie mobili del doom ma arrivano sempre al dunque (7.5). Quando gli ELM iniziano ci sono solo io, prevedo il disastro ma poi la sala si riempie anche se non di molto. Sinceramente una delle performance più anonime dei tre giorni, niente da ricordare (5). Di un altro livello sono i torinesi Larsen che propongono un post rock di derivazione God Is An Astronaut di gran classe con gli Spiritualized a dirigere il sottofondo. Eccellenti nelle loro cavalcate ricevono una delle ovazioni più forti della serata. Strameritata perché tengono il palco con personalità e vien voglia di ascoltare per molto di più della mezz’ora concessa (8). Primo gruppo che apre il culo e che spiega il nome Krakatoa sono i Robox, power trio math/noisecore. Strumentali come la maggior parte delle band qui che rifiutano il cantato, visto come la peste nera. Inchiodano il pubblico sin dalla prima nota. Impossibile andar via durante la loro processione sonora, ultra-tecnica quanto volete ma anche ferocissima (8.5). Da Jesi i Gerda. Li ricordo perché sono il primo gruppo che si presentano con un cantante. Noise punk dicono loro. La maggior parte del pubblico ha pagato per aspettare mezz’ora la pizza fuori dalla sala concerti perdendosi le band e così quando danno fuoco alle polveri non è che ci sia il pienone che meriterebbero. Sparano bordate sempre più veloci e pesantissime con il cantante in trance completa; peccato rompa il cazzo frignando che vuole la birra sul palco. Canta e non rompere. Quasi al limite con il death metal hanno rilasciato una potenza di fuoco superiori a tutti, almeno stasera (7). Metto il naso fuori e mi incuriosisco ad un piatto del menu: “Salvia Fritta” recita il cartone. Salvia Fritta? Per cortesia. Meglio dare un occhio veloce alle bancarelle: bene, non mi interessa nulla. E’ tempo di rientrare subito dentro. Fermi tutti e occhio ai Laser Geyser. Stasera sono l’unico gruppo che conosco, anche se solo di striscio. Qualche brano ascoltato on line, sembravano interessanti ma non avevo approfondito. Da ieri invece è tutto il giorno che ascolto a ripetizione il loro ultimo disco. Dicono di ispirarsi agli Hot Snakes che incontrano i Replacements. Oh, è vero. Numeri 1 assoluto. Dal vivo i brani acquistano il triplo del potenziale. Squadratissimi con un gran batterista e ottime melodie, tanto dolci che a me ricordano nelle voci persino i Senza Benza con il loro flower punk. La miscela mi manda fuori di testa e stramaledico quello che ho appena detto a inizio report: la brevità del concerto. Musica perfetta, quella che mette assieme le cose che mi piacciono di più e il set si chiude con tanto di “Answering Machine” proprio dei Replacements. In un mondo più giusto dovrebbero fare tour mondiali ed essere amati ovunque (9). Cambiamo decisamente genere e arriviamo ai The Secret. Attivi dal 2004 i triestini si erano presi una pausa di sei anni e ora sono tornati con un EP dal luciferino titolo “Lux Tenebris” (leggermente abusato da 500 altri gruppi, ma soprassediamo). I primi 5/6 minuti di intro sono un’agonia tra teste abbassate e un brano che non vuole decollare. Sto quasi per andare di nuovo ad annusare la salvia fritta ma per fortuna rimango. Il seguito del concerto è di tutto rispetto. Black/death metal tecnico suonato pensando a Satana. Il cantante però deve cercare di capire cosa vuole fare da grande, perché da una parte beve il vino alla Joey DeMaio per poi sputarlo sul pubblico ma poi si scaccola e sparacchia il mocciolo sul pubblico alla Sid Vicious. Secondo me se si fa così si perde leggermente l’epicità e l’invocazione a Satana poi non arriva. Attenzione però! Il cantante, nonostante il muco, è un signor frontman che nel genere ha pochi rivali anche grazie a un viso a metà tra Rasputin e un lupo della steppa siberiana che incute una cazzo di paura con quegli occhi di brace. Così come la loro musica. Gela il sangue e parla al demonio. E a me son piaciuti parecchio, tiè (7.5). Riesco a ficcarmi una sola volta nel Mirror Stage, il palco senza palco, dove le band suonano come al liceo senza neanche una pedana. Ci sono i Grumo che ce la mettono tutto per essere nella Bay Area degli anni ’80: patches, giubbottini di jeans tagliati alle maniche, flying guitars, capelli riccioluti alla Dave Ellefson, sudore mortale. Tutto ciò però non aiuta. Esibizione da cancellare in toto (4). Chiudo la serata da Jack Cannon sul secondo palco. I sequencer mi fanno ben sperare, mi frego le mani sperando in qualcosa di originale ma Jack Cannon aka Bruno Dorella (OvO, Ronin, Bachi Da Pietra) annoia a morire. Io i bonghi già non li reggo normalmente, figurarsi se li devo sentire in loop fatti da un sintetizzatore. Dopo 20 minuti la condizione dolorosa mi assale troppo e mi trascino a casa (4.5).

Giorno 2

Dopo aver preso la solita Atlas in lattina dal pachistano arrivo al TPO. Visto che a 40 anni mezza lattina di birra mi fa già sragionare come se ne avessi bevute sette, provo un approccio con la cassiera che è andato così: “ciao senti sono venuto ieri, ti ricordi no? E pure oggi. Però non so se vengo anche domani quindi non faccio l’abbonamento che poi non so se si può fare oggi che è il secondo giorno, o dovevo farlo solo ieri? Beh, senti, se vengo pure domani, ma non sono certo di venire, posso aver diritto al ridotto, e pagare solo 5€ domani? ti ricordi di me?” Mi risponde assonnata “boh, ho visto tante persone ieri”. Bene. Essendo sabato c’è il super pienone, almeno il triplo delle persone, ed è per questo che la programmazione vede tutti i “grupponi” esibirsi stasera. Andiamo con ordine però. Si parte con Cerimonia Secreta. Mah, bell’impatto eh, con solito theremin che però ormai lo troviamo pure al disco pub. Il cantato è floscio, troppo parlato e non si capisce mezza parola. Colpa dei suoni o della band? O solo del cantante che sembra non avere voglia? (5). Mentre mi pongo queste inutili domande è già tempo dei Julie’s Haircut che non dovrebbero avere bisogno di presentazioni. Io invece arrivo da vergine. Lo confesso, mai sentiti prima di stasera. Mai sentiti musicalmente, intendo. Quindi ero davvero curioso di capire se l’oggetto in questione meritasse davvero questa specie di adorazione mistica. Risposta facile: la meritano tutta. Assolutamente niente da dire, anzi da spellarsi le mani; lo psych pop rilasciato è elegante e raffinato. Fuori contesto forse ma amatissimi. Trentacinque minuti scivolati via troppo presto. Piaciuti tanto anche per come stanno sul palco, niente chiacchiere solo musica (8.5). Nel corso delle tre serate ho preso appunti durante i concerti per non dimenticarmi i nomi dei gruppi e sarebbe curioso riportare interamente quello che avevo scritto dei Kontatto che riassumerei così “old school hc/punk. Puah… boh che senso hanno… buoni dai, fico questo pezzo; questo anche meglio. Bordata. PAUROSI.” Esattamente quello che è successo. L’inizio è stato davvero brutto con un suono caotico in cui non si capisce molto e brani troppo cacofonici. Passa il tempo e la band aggiusta il tiro migliorando di brano in brano. Hardcore/punk, teste crestate e attitudine votata al caos. La maglietta dei Poison Idea del chitarrista rende perfetto il gruppo di riferimento così come quella dei nostri storici Wretched. I brani migliori li tengono per il gran finale. Sempre più veloci, sempre più nichilisti, sempre più schizofrenici. Alla fine dell’ultimo brano, dopo tre canzoni suonate di fila senza pausa leviamo le mani al cielo in senso di resa incondizionata al valore dei Kontatto (8). Il programma ora dice che ci sarà un’ora di Zu e quindi le cose si fanno serie. Che ci sia fermento e attesa lo si capisce da due cose. Non riesco neanche ad uscire dalla sala del concerto dei Kontatto perché la maggior parte delle persone ha già invaso la sala per gli Zu. Ci saranno forse mille persone, più del doppio viste finora in sala. E poi lo si capisce dal boato con cui vengono accolti appena mettono piede sul palco e anche dai cellulari che si alzano per fotografarli. Per fortuna è avvenuto solo con loro. Tornati con la formazione originale dopo sette anni, con il ritorno di Battaglia alla batteria, sono in pista anche con un nuovo progetto musicale chiamato Zu93 assieme a David Tibet dei Current 93. Tutto quello che si dice e che negli anni si è detto sugli Zu è assolutamente vero. Vederli dal vivo è un’esperienza forgiante. “Jazzcore” dicono ma di Jazz non c’è un cazzo, dai siamo seri. Esibizione stellare e davvero non ci sono paragoni con chiunque abbia suonato in questo giorno e mezzo. Anche i suoni non hanno nulla a che vedere rispetto agli altri, sono più puliti, ma allo stesso tempo anche più rumorosi. Il finale con “OSTIA” è un monumento di violenza sonora, perfetto sotto ogni aspetto. £Beauty is Truth, Truth Beauty” diceva Keats. Non c‘è bisogno di spiegare e capire (truth) una cosa quando essa stessa è bella. Proprio come come gli Zu, quindi metto un voto a sintesi di tutto. Pietrificanti (10). Mi giro per andare a vedere i Fine Before You Came ma c’è talmente tanta gente, talmente tanto fumo (Morite! ORA!) che non riesco neanche ad avvicinarmi alla porta. Torno a casa.

Giorno 3

All’ingresso tento la mossa disperata mostrando il timbro ancora un po’ visibile di ieri e trovo coraggio: “timbro di ieri e l’altro ieri… il cantante dei The Secret ci ha buttato le sue secrezioni nasali addosso, giuro che c’ero…”. “Mi spiace, il ridotto a 25€ solo in prevendita”. Sgrunt. Oggi è ultimo giorno ma più che altro è Domenica, ciò vuol dire pubblico più che dimezzato rispetto al giorno prima cosa che non mi dispiace per niente anche se alcuni gruppi avrebbero meritato più astanti. Anche l’orario d’inizio è molto diverso visto che si parte già alle 15:05 con i BUZZØØKO gruppo bresciano che avrebbe meritato davvero miglior posizione nel festival. Sono poco più di 40 persone che assistono a 25 minuti di gran classe. Il punto di riferimento, la stella cometa, è chiaramente indicata dai Fugazi e dai Big Black. Piacciono, piacciono molto i BUZZØØKO con le ritmiche gelide e sincopate oppure con i momenti più sporcati dal punk, perlomeno nell’attitudine. Miglior esordio il festival non poteva averlo (8.5). Sull’altro palco non è ancora iniziato il concerto di Fulkanelli with Stefano Pilia visto che stanno ancora facendo il soundcheck e quindi sbircio i vari merchandise delle 20 band di oggi. Strano però, sono le 15.40, di solito qui non si sgarra neanche di un minuto e sono già in ritardo di dieci minuti. E infatti non era il check ma il concerto stesso. Questo perché la batteria bassissima e la dilatazione dei suoni della chitarra mi avevano tratto in inganno. Mi piacciono i Fulkanelli with Stefano Pilia. Post rock silente, assopito anche se ogni tanto viene squarciato da qualche boato. Sembra quasi un concerto defaticante per le orecchie di chi ha assistito alla valanga sonora di ieri e altro ieri (7) perché la classe c’è tutta. Mi risveglio subito però con i Moo-Rays, punk’n’roll sfacciatissimo dalla Sardegna. Colpiscono dove devono colpire, al petto e in volto con ritmiche velocissime e danzanti. Irriverenti e folli mi regalano una mezz’oretta di rock and roll alla Supersuckers. Furibondi e autoironici si prendono tutti gli applausi del TPO e un sorrisone mi si stampa sulla faccia ad ogni inizio di brano (7.5). Non faccio in tempo a riabituarmi al rock and roll che subito cambio genere con i superbi Deadsmoke. Grandissimi nel loro ondeggiare tra psych/stoner/doom. Pesantissimi e, come la maggior parte dei gruppi del main stage, senza cantante. Cupi come una notte di Walpurga brindano al buio e ai ritmi cadenzati del genere. Anche se non mantengono le promesse per tutto il set gli ultimi 10 minuti valgono l’intero prezzo del biglietto di oggi visto cosa sono riusciti a rilasciare sul pubblico in delirio (8). Yonic South. Il nome doveva subito farmi capire che non erano proprio il massimo della serietà. E meno male. Sembrano dei Butthole Surfers anche più svitati. Ritmi ossessivi e riff scemi suonati con grande perizia tecnica fanno ballare la sala. Accelerazioni e decelerazioni continue sono il trademark del gruppo. Chiunque si trovi a passare per il “ring stage” si ferma fino alla fine perché la sbrindellata musica dei Yonic South è irresistibile. Peggior look della serata, unica donna sul palco (almeno per quel che ho visto io) che come da tradizione suona il basso e tra le migliori cinque esibizioni del festival (9). Purtroppo ho visto solo 7/8 minuti deiNoHayBanda. Mostruosi. Fanno furore nello sgabuzzino del Mirror Stage. Sono un duo. Uno alla batteria e l’altro che riesce a suonare chitarra basso e tastiera quasi tutti e tre contemporaneamente. Otto minuti devastanti. Mi mangio le mani per non averli visti tutti ma i Yonic South… (8). Riguardo ai Cabrera posso dire che fanno troppo il verso ai Verdena e non ce n’è proprio bisogno. La parte debole infatti è proprio il cantato troppo simile alla band dei Ferrari mentre quando lasciano la briglia agli strumenti risultano parecchio più interessanti con parti strumentali articolate e quasi più vicine ad un metallone industrial (6.5). Sto quasi per crollare dalla stanchezza quando salgono sul palco i Quasiviri: batteria, basso (il bassista è lo stesso dei Ronin) e boh… un bibitaro che ha una tastiera a tracolla. Vestito peggio persino dei Yonic South, balla come un orso punto da 50 vespe incazzate. Divertente certo, tanto da attirare un folto pubblico, però finito lo shock per lo show del tastierista, la musica, una sorta di progressive demenziale sperimentale, rimane un po’ appesa e statica. Ciò non vuol dire che siano da bocciare. Anzi per niente. Ma io mi concentrerei TUTTO sulla musica piuttosto che sul circo. Ad esempio il primo brano aveva una melodia vocale bellissima. Cioè il bibitaro va benissimo ma non può limitarsi a suonare? (6.5). Ed eccomi al momento tanto atteso, l’esibizione dei Meteor. Li aspettavo da tempo gli ex-Les Petit Enfant Terriblez visto che il loro “Col Col e Raspel” qui a Nerdsattack! lo avevamo talebanizzato alla grande. Il concerto più atteso me lo mettono però nello sgabuzzino. Giuro che camera mia è più grande, non sto esagerando. Avrebbero meritato tutto il pubblico del main stage ma è anche vero che in quella stanzetta il loro inferno sonoro ha avuto un fascino maggiore. Chitarra e batteria, niente altro, ecco come si presenta il duo bresciano. Il genere dei Meteor è riassumibile in un grind/mathcore/sci-fi/ultra speed. Riassumendo: come i Melt Banana. Più o meno. 25 minuti con il pubblico in estasi assoluta ad ascoltare sfuriate nichiliste dadaiste. Invincibili e instancabili non si danno tregua e presentano le brevi composizioni che però sono anche iper complesse tecnicamente. Ogni brano è una scheggia impazzita più veloce dell’altra, viaggiano a velocità supersonica pur cambiando tempo e ritmiche in continuazione. Prestazione mostruosa del batterista che suona con due spranghe di ferro al posto delle bacchette. Se ci fossero stati i Melt Banana come lo scorso anno li avrebbero fatti sfigurare di brutto (9.5). Essendo certo che più dei Meteor oggi sarebbe stato impossibile fare per chiunque, chiudo qui la mia esperienza Krakatoa. Baci e abbracci a Vittorio, sempre più vicino a diventare il sosia di Coliandro e a tutto il team del Freakout, così come al TPO, per aver messo su questa roba assurda; e grazie anche alla cara Sofia per la birra. L’anno prossimo non mi fregano e faccio l’abbonamento.

Dante Natale

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