Kraftwerk @ Stadio Comunale [Livorno, 18/Luglio/2009]

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“From station to station back to Dusseldorf City, meet Iggy Pop and David Bowie”. Le ruote sui binari girano incessantemente verso Livorno. Fuori dal finestrino, la campagna toscana si confonde con i ricordi dell’aspra Mitteleuropa. Il suono macchinoso delle rotaie è diventato musica. Che si ripete nelle intuizioni, sonore e verbali, del gruppo più influente nella storia della volksmusik. Movimento ed evoluzione continua. Austerità teutonica. L’avanguardia che spalanca le porte alla popular music. I Kraftwerk sono i padri. Dell’elettronica. Dello stile. Della sperimentazione per le masse. Il gruppo più innovativo di sempre. Oltre ogni genere. Ed oltre ogni colore della pelle, se si pensa a quanti (pochi) bianchi, come loro, siano riusciti ad invertire il processo, universalmente riconosciuto, per cui è la musica nera ad aver influenzato molte delle moderne filiazioni bianche. Da Bowie ai Devo, dai U2 ai Coldplay, da Madonna a Beck, tutta la new wave fino al primo hip hop – attraverso i campionamenti di Afrika Bambaataa ed Arthur Baker – passando per le prime generazioni dell’house di Chicago e quelle delle techno di Detroit, per arrivare alla pop muzik di Franz Ferdinand e Kylie, tutto questo, sarebbe stato diverso senza i Kraftwerk. O non sarebbe stato. La loro storia comincia (ufficialmente) nel 1970 a Düsseldorf. Florian Schneider e Ralf Hütter sono due giovani studenti di Stockhausen che, tra una partitura per piano e una lezione seguita sotto LSD, fondano una base-studio, il Kling Klang, che sarà il centro propulsore della loro centrale elettrica (Kraftwerk, ovvero “power station”). Dopo tre album all’insegna della ricerca elettronica, nel 1974 con ‘Autobahn’ il duo (allora quartetto con Klaus Roeder e Wolfang Flur) raggiunge l’undicesimo posto in UK e il venticinquesimo nella classifica Billboard. Da allora, il Kling Klang vedrà molti musicisti affiancare il duo originale (tra gli altri, Klaus Dinger e Karl Bartos), resterà silenzioso per quasi vent’anni (da ‘Electric Cafe’ del 1986 a ‘Tour de France Soundtracks’ del 2003), ma rappresenterà sempre (ad eccezione forse di ‘Electric Cafe’) il luogo (non) immaginario in cui la sperimentazione incontra la melodia pop perfetta.

Alla fine del 2008, Florian Schneider lascia ufficialmente il gruppo. Una sorpresa neanche troppo inaspettata, se si considera che il riservatissimo (per usare un eufemismo) – quanto geniale – musicista già non aveva preso parte al tour del 2008. Una sorpresa che, nonostante l’impatto decisivo dell’iper-perfezionista Man Machine sui posteri, ormai non influirà sensibilmente sulle più che collaudate performance del quartetto di Düsseldorf. Le stesse che già nel ’78 erano richiestissime in tutto il mondo. E che, con uno spettacolo tanto immutato – praticamente un marchio di fabbrica – quanto impeccabile, continuano ad emozionare quelli che oggi sono gli attori del ‘Computer World’ immaginato in anni non sospetti (correva l’anno 1981) da Ralf e Florian. Quest’anno, è Italia Wave ad ospitare l’unica data italiana dei quattro tedeschi (nell’attuale line up: Ralf Hütter, Fritz Hilpert, Henning Schmitz, Stefan Pfaffe – al posto di Schneider). Chi li ha già visti, sa quale spettacolo maestoso, eppure formalmente minimalista, sappiano offrire i Kraftwerk ogni qual volta salgano su un palco. Nel 2005, ci lasciarono a bocca aperta nella meravigliosa cornice dell’Arena Flegrea del Neapolis. Se, premettiamo subito, stavolta la location non avrebbe potuto egualiare – per suggestione, ma anche per facilità di fruizione (i Kraftwerk si godono meglio da seduti) – quella della Mostra d’Oltremare, la certezza che lo spettacolo avrebbe avuto la stessa potenza comunicativa e “antistoricamente” innovativa, ci ha spinto (anche) fino qui, nel prato dell’Armando Picchi di Livorno; venue che, seppur non propriamente adatta alla contemplazione, ha certamente offerto la (imprescindibile) buona acustica necessaria. Dalla navetta che ci porta a destinazione, ammiriamo il mare infrangersi minaccioso contro gli scogli: un’ora dopo, quello stesso libeccio minerà a lungo la stabilità dei pannelli (indispensabili ai fini dello spettacolo kraftweriano) posti ai lati del palco, facendoci temere per l’annullamento del concerto. Fortunatamente, il pannello di sinistra resisterà quasi tutto il concerto, spegnendosi ad un paio di pezzi dalla fine. Quando ormai, in autostrada, bici o treno, i Kraftwerk avevano da tempo portato il proprio pubblico a destinazione.

L’opera d’arte totale. “We were close to the visual art scene in Düsseldorf”, diceva Hütter nel 2005 al Times, riferendosi ai primi anni ‘70. “That is also very important for Kraftwerk, it was audio-visual music because of the paintings or soundscapes. You can actually see our music, I think. And today this has become a reality.” Vedere la musica. Quando, poco dopo le 22, una voce robotica presenta ‘The Man Machine’ e dietro il telo nero si intravedono le sagome dei quattro “semi-human being”, un boato accolglie l’eleganza pop oriented del loop storico. Ralf, Fritz, Henning e Stefan dietro i loro computer. Alle spalle e ai lati, la musica nella sua veste grafica. Rosso e nero; rosso bianco e blu; verde e nero. Pochi colori, figure stilizzate, immagini in bianco e nero che richiamano ricordi universali. La capacità di parlare al villaggio globale, con semplicità e rigore e, contemporaneamente, con la trasversalità tipica della popular music e l’imponenza impeccabile della musica colta. Sulle note della versione del 1983 – parzialmente cantata e poi remixata – di ‘Tour de France’, scorrono le immagini vintage dei ciclisti. Una passione, quella per le due ruote, che per anni ha unito Ralf e Florian, nelle loro 125 miglia giornaliere e nei loro intrugli di vitamine e sali minerali, non a caso presenti nell’album del 2003 con ‘Vitamin’. “Cycling is the man-machine, it’s about dynamics, always continuing straight ahead, forwards, no stopping. He who stops falls over. It’s always forwards…”, spiegava Hütter nel 2006. La capacità di aver esplorato per primi un genere e di essere ancora capaci di suonare contemporanei, non solo nei live ma anche con l’album ‘Tour de France’, nonché il buongusto di tacere se non si hanno (ancora) buone idee da esprimere, è probabilmente il maggior punto di forza dei Kraftwerk. Un maggiolone Wolksvagen si avvia su ’Autobahn’: immagini e musica sono ancora perfettamente inscindibili, nell’evocarsi reciprocamente, ripetitive eppure in perenne movimento verso qualcosa. Uno dietro l’altro, scorrono i lumi di una creatività sintetica nella forma ma incredibilmente abile nello stilizzare l’essere umano. Le passerelle di ‘The Model’, l’immobilismo di ‘Showroom Dummies’, il viaggio e la tecnologia onomatopeizzata di ‘Trans-Europe Express’. Come accade fin dalle storiche performance degli anni ’70, il sipario improvvisamente si chiude per riaprirsi sui quattro manichini semi-umanizzati.

‘The Robots’ in versione remixata è musica per le orecchie (e il corpo) del numeroso pubblico desideroso di “ballare meccanicamente”, vagamente in contrasto con la raffinatezza di quell’idea di arte totale curata in ogni particolare, dal ritmo in cui i video sono scanditi ai volti dei manichini. Ma la lezione di stile non è ancora finita. Quando fanno ritorno, sulle note di ‘Numbers’, i quattro signori tedeschi indossano tutine nere con linee verdi tridimensionali che sembrano digitalizzarne il corpo, in puro stile science fiction alla ‘Tron’. Un’armonia perfetta, lineare nell’essere in tinta con i video che li circondano ed allusiva nell’avvolgerli – ancora una volta – nel concetto di meccanizzazione, si alterna al forte impatto – visivo e concettuale – delle immagini. Ai nomi che controllano il (nostro) ‘Computer World’ seguono i luoghi dei disastri nucleari di ‘Radioactivity’ e la pioggia di pasticche colorate di ‘Vitamin’. Mentre i discepoli si sono affannati a superare i maestri, triplicandone i battiti, abusando di effetti e tecnologia, la classe non ostentata, le melodie sì azzeccate ma fascinosamente retrò e la coerenza di un progetto con sembianze meccaniche ma dall’intuito umano, continuano a colpire per l’unicità che li distingue. Lo spettacolo si chiude, ovviamente, con ‘Musique Non Stop’ mentre, uno per volta, i musicisti lasciano il palco.

La musica (purtroppo) non finirà davvero, perché a seguirli ci sarà l’ambient techno di Aphex Twin. Colui che fu il pioniere di uno stile colto e raffinato, sembra aver ceduto alle lusinghe (meno ricercate) del dancefloor. Sebbene chi scrive sia pressocchè digiuno del genere e si sia tenuto a debita distanza dal magma caotico di sudore e suoni provenienti dalla zona palco, credo di poter serenamente affermare che non è da tutti inventare uno stile e saperlo mantenere, perfetto, pulito e godibile dopo trent’anni. Per qualcuno, la musica dovrebbe anche sapersi fermare.

Chiara Colli

Foto di Emanuele Contino

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